Ambiente

Il Veneto alla prova del nuovo Piano cave

Sei mesi per redigere il nuovo Prac, piano regionale attività di cava. Lo ha promesso l’assessore all’Ambiente della Regione del Veneto Maurizio Conte partecipando a Vicenza al convegno promosso dall’albo dei cavatori del veneto. ‘Per uscire dalla crisi del settore…

Sei mesi per redigere il nuovo Prac, piano regionale attività di cava. Lo ha promesso l’assessore all’Ambiente della Regione del Veneto Maurizio Conte partecipando a Vicenza al convegno promosso dall’albo dei cavatori del veneto. ‘Per uscire dalla crisi del settore estrattivo -ha detto l’assessore Conte- è fondamentale intervenire quanto prima sulle regole, perché quelle che abbiamo risalgono a trent’anni fa e non tengono conto delle profonde trasformazioni del mercato e delle nuove necessità estrattive. La Regione è al lavoro per rivedere il quadro normativo delle politiche estrattive e per redigere un Piano regionale delle attività di cava’”.
Un Piano, ma non il nuovo Piano. Si tratterebbe, infatti, del piano Piano regionale delle attività estrattive da quando, nel 1982, la Regione si è dotata di una legge sulle attività estrattive. “Ne è stato adottato uno nel 2008 -spiega Lorenzo Albi, presidente di Legambiente Verona-, ben oltre la scadenza dei 180 giorni imposta dalla legge del 1982, ma non è mai stato approvato al consiglio regionale”.
Questi “ritardi”, secondo Albi, sono legati alla difficoltà di rispettare una normativa che imporrebbe, in ogni Comune, la possibilità di destinare alle attività estrattive una superficie inferiore al 3 per cento del suolo agricolo. “Molti Comuni, quelli dov’è maggiore la pressione delle attività estrattive, hanno superato da tempo ‘quota 3 per cento’ -continua Albi-. Albaredo d’Adige e Valeggio sul Mincio, in provincia di Verona, o Paese, in provincia di Treviso, ad esempio”. Magicamente, con la nuova legge il limite potrebbe scomparire: “Punto focale della nuova legge -ha detto l’assessore Conte- sarà l’individuazione di aree vocate alle attività estrattive, un sistema che può consentire il superamento del sistema (sic!) del 3% ormai saturato in questi tutti i Comuni individuati dalla precedente legge”.
“La legge in vigore permette di scavare oltre il 3 per cento della superficie agricola comunale -spiega Albi-. Solo che per farlo, i cavatori avrebbero dovuto ripristinare le aree sottoposte ad attività estrattiva. E ripristinare significa riportare alla destinazione d’uso originaria, cioè quella agricola. Di fatto, però, non è mai successo, perché i ripristini sono onerosi pur se obbligatori. Tanto che nel Piano regionale ‘adottato’ a questo termine è stato sostituito quello di ‘recupero ambientale’, una sorta di condono per i cavatori inadempienti che, a spese della collettività, trasforma le aree estrattive dismesse e abbandonate in impianti sportivi o, peggio, in discarica. Permettere il superamento del 3 per cento, significa, in sostanza, aggravare la situazione e rendere illimitate ed eterne le attività estrattive, incuranti del concetto di limite e sostenibilità dell’uso delle risorse finite tra cui il suolo”.
Basta far due conti per capire che i numeri non tornano: nel 2003, quando venne presentata la prima proposta di Piano regionale delle attività estrattive, questa prevedeva la possibilità di cavare 17,5 milioni di metri cubi di materiali in 10 anni, e gli ambientalisti che si opponevano dimostrarono che c’erano 9 milioni di metri cubi di cave autorizzate ma mai avviate. Perché non c’era bisogno di materiale di cava, nonostante la febbre da costruzioni che ha colpito il Veneto nei primi anni Duemila. Il nodo, conclude Albi, “è che ci sono alcuni Comuni che vogliono rientrare nel gioco”. Suggeriscono questa riflessione anche le parole dell’assessore regionale all’Ambiente:
“Sappiamo -ha spiegato Conte -che in alcune aree, Verona e Vicenza in particolare, bisogna intervenire per dare ossigeno a tante aziende che rischiano di scomparire. Il Consiglio regionale ha approvato un ordine del giorno che impegna la Giunta a porre in essere entro 60 giorni provvedimenti urgenti per superare la situazione di emergenza e ad approvare il Prac in tempi urgenti”. Nel Veneto ci sono attualmente oltre 570 cave autorizzate, di queste ben 234 sono in provincia di Verona e 215 in provincia di Vicenza. Il 63% della produzione complessiva regionale di cava è costituito da sabbie e ghiaie, seguito dai calcari per usi industriali (17%). L’attività estrattiva ha subito una brusca frenata negli ultimi 20 anni. Tra il 1990 e il 2008 c’è stata una riduzione complessiva di 5 milioni di metri cubi, proseguita nell’ultimo biennio, con una diminuzione totale di oltre il 30% dei volumi estratti, maggiormente consistente per sabbia e ghiaia.

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