Esteri

Il terrorismo che omettiamo – Ae 76

Paolo Barnard in “Perché ci odiano” osa dire ciò che la cultura corrente ritiene “indicibile”: che il terrorismo affonda le radici anche nelle prassi e nelle politiche di aggressione dell’Occidente e di alcuni Stati democratici. Un libro scomodo, come il…

Tratto da Altreconomia 76 — Ottobre 2006

Paolo Barnard in “Perché ci odiano” osa dire ciò che la cultura corrente ritiene “indicibile”: che il terrorismo affonda le radici anche nelle prassi e nelle politiche di aggressione dell’Occidente e di alcuni Stati democratici. Un libro scomodo, come il suo autore, ma pieno di fatti e documenti


“Perché ci odiano” di Paolo Barnard è un libro scomodo. Affronta uno snodo critico dei nostri tempi, la cosiddetta guerra al terrorismo, e non esita ad andare controcorrente: il cuore del problema, sostiene l’autore, non va cercato in Al Qaeda. Hezbollah o nella resistenza cecena, bensì in casa nostra, nelle “politiche terroriste” di Paesi democratici come Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna. Barnard osa dire ciò che la cultura corrente ritiene “indicibile”, e lo fa con una documentazione ineccepibile.



Barnard, che cos’è la “guerra al terrorismo”?

È’ il ricorso all’ennesima strategia della paura. La politica nei Paesi occidentali è screditata e cerca di autolegittimarsi creando paure, rispetto alle quali poi promette protezione. Prima c’era il comunismo, oggi l’islam e il fondamentalismo.



Vuoi dire che il terrorismo islamico è un’invenzione?

No, non dico questo. Il terrorismo esiste, come esistevano il comunismo e i gulag. Ma bisogna vedere qual è il rapporto fra l’entità del pericolo e la reazione. Oggi la minaccia terroristica all’occidente è minuscola, in termini relativi e se stiamo fedeli ai numeri. Dall’11 settembre a oggi, la guerra contro l’occidente ha prodotto in tutto circa 3700 vittime: tante ne ha censite il politologo dell’Università di Chicago Robert Pape. In auto ne muoiono molte di più. Il terrorismo c’è, ma viene amplificato oltre ogni possibile immaginazione. Veniamo al Medio Oriente. Nel tuo libro sostieni che le omissioni e le menzogne sul “terrorismo” di Israele sono dovute a due fattori: il ruolo delle lobby ebraiche e l’accusa di antisemitismo rivolta ai critici di Israele. Sono affermazioni molto forti. L’accusa di antisemitismo contro chi mette in discussione le scelte dello Stato di Israele è divenuta una specie di automatismo, che ormai fa parte della cultura occidentale. Questo automatismo è stato imposto dalle lobby ebraiche, come dimostro nel mio libro attraverso innumerevoli documenti. Queste lobby hanno creato nella maggioranza dei politici e degli intellettuali occidentali una paralisi dell’intelletto che si basa sul timore di essere tacciati di anti semitismo. Si è sottratta al fenomeno del terrorismo islamico, che è un terrorismo di reazione, la motivazione umana di quella reazione.

A quel punto il terrorista non è più un uomo ferito fino all’inverosimile che reagisce con violenza e disperazione, ma è un islamo-fascista bieco, retrivo, fanatico, irragionevole, bestiale, nemico di Israele.

A causa di questa de-umanizzazione abbiamo perso anche la compassione, creando “vittime meritevoli”’, quelle israeliane, e “‘vittime immeritevoli”, tutte le altre. Così non riusciamo a capire le radici del terrorismo e quindi ad affrontarlo con gli strumenti giusti.



Israele ha giustificato la guerra al Libano come un’azione di legittima difesa. Come interpreti questa vicenda?

Dico che ancora una volta si è riusciti nella spettacolare impresa di far passare come plausibile l’inimmaginabile. La reazione all’uccisione di tre soldati e alla cattura di altri due è stata la devastazione di un Paese intero. È come se lo Stato italiano, di fronte a un attentato

della mafia, bombardasse Taormina, Messina, Palermo…



In Libano ora c’è una missione Onu. Che futuro ha?

Questa missione è condannata in partenza dalla mancanza di memoria storica. L’Unifil è lì dal ‘78 e la fine che ha fatto è sotto gli occhi di tutti, brutalizzata dall’esercito israeliano.

La nuova missione non ha un mandato più forte né garanzie migliori. Il pericolo maggiore è sicuramente l’aggressività israeliana, e invece si applica la solita politica di due pesi e due misure e si dice che si deve disarmare Hezbollah e non Israele. Non mi auguro tragedie, ma verranno.

Israele difende le sue azioni con la minaccia portata alla sua stessa esistenza dagli Stati arabi vicini. Io contesto questa valutazione. Oggi non esiste alcuno Stato arabo che possa minacciare Israele, un Paese che ha 200 testate atomiche e le spalle coperte dall’immenso arsenale Usa.



Non credi che ci siano possibilità di negoziato fra Israele, palestinesi e Stati arabi?

Israele ha ignorato puntualmente le mosse di pacificazione dei suoi nemici (nel 1971, 1975, 2000, 2001, 2002, 2006) e in particolare quelle di Iran e Hamas. L’Iran di Khatami

nel maggio 2003 ha fatto un’offerta agli Stati Uniti, tramite un diplomatico svizzero: il riconoscimento di Israele, la divisione della Palestina in due Stati, la cooperazione sulla questione nucleare. La proposta è stata rigettata da Bush, con una nota di rimprovero al diplomatico svizzero: lo si legge in un documento del National Security Council. Poi è chiaro che se questi tentativi vengono rigettati si arriva a un Ahmadinejad. Ma non basta. L’11 luglio di quest’anno Hamas ha di fatto riconosciuto il diritto d’esistenza di Israele in un articolo, guarda caso sfuggito a tutti, per quanto pubblicato sul Washington Post. È un intervento scritto dal primo ministro palestinese Ismail Haniyeh. Nelle ultime righe si dice testualmente che “la terra santa ha ancora ha un’opportunità di essere una terra di pace con un’economia stabile per tutte le genti semitiche della regione”. È un implicito riconoscimento di Israele, ma lo si è volutamente ignorato.



Qual è secondo te il disegno di Israele?

Il disegno è quello originario del primo sionismo di cento anni fa: arrivare ai confini della Grande Israele, il fiume Litani a Nord (in Libano) e il fiume Giordano a Est. Questo è il piano e questo faranno, con la necessaria espulsione dei palestinesi. Il resto sono menzogne. Basta leggersi le affermazioni di tutti i leader israeliani, da Ben-Gurion a Dayan, dalla Meir a Sharon.



Non credi però che le leadership palestinesi abbiano commesso degli errori?

Le leadership palestinesi sono state illiberali, carenti, corrotte, non cè dubbio. Ma questo è il solito discorso del pasciuto Nord che fa grandi discorsi sui doveri di libertà e democrazia rispetto a di chi è nato in condizioni di povertà assoluta e di deprivazione culturale. Stiamo parlando di persone tenute in gabbia. Gaza oggi è un campo di concentramento. Pretendere che in queste condizioni una leadership sia in grado di esprimere la liberalità dei parlamenti scandinavi mi sembra ingiusto e un po’ crudele.



Tu sostieni che in occidente viviamo una condizione di censura e di menzogna sulle grandi questioni internazionali e affermi che se i popoli conoscessero la verità molte cose cambierebbero. Non pensi di avere troppa fiducia nelle opinioni pubbliche?

In un passaggio del National Security Strategy del 2002 il Pentagono dice che i futuri conflitti Usa dovranno essere improntati alla rapidità e al massimo contenimento delle vittime fra i militari americani e i civili. Questa necessità di conflitti brevi, con basso numero di vittime, è figlia del rigetto, da parte dell’opinione pubblica statunitense e mondiale, per quanto avvenuto in Vietnam. E non sono, quelle del Pentagono, raccomandazioni dettate da esigenze di budget; infatti la guerra al terrorismo è già costata più della guerra in Vietnam. Se raccontassimo la verità e mostrassimo le immagini di quanto avviene in Palestina, Libano, Iraq, Afghanistan la reazione nel mondo sarebbe molto più forte. Ma sta prevalendo una narrativa falsa e distorta.

Nel 2003 milioni di persone scesero in piazza eppure non riuscirono a fermare l’aggressione all’Iraq. Purtroppo i risultati non sono immediati. Sono processi che richiedono tempo. Però quella mobilitazione ha fatto vittime illustri. Pensiamo a Tony Blair, ucciso politicamente dal rigetto dei britannici per la guerra all’Iraq.



Come giudichi il comportamento del movimento pacifista rispetto alla guerra in Libano?

Direi che la performance è stata miserabile. A protestare contro l’invasione del Libano a Roma sono scese in piazza poche decine di persone. Voglio essere polemico e pungente: quando ci furono i tre milioni in piazza a Roma molti gridarono al successo, ma forse aveva ragione chi temeva, come il sottoscritto, che sotto sotto ci fosse l’avversione per Silvio Berlusconi e poco più. E lo si vede ora che Berlusconi non è al potere.



Paolo Barnard, 48 anni, giornalista, collabora con la trasmissione Rai “La storia siamo noi”. È stato fra gli inviati di punta di Report (Rai 3). “Perché ci odiano” (Rizzoli) è un’inchiesta, basata su fonti ufficiali, sulle violenze e le sopraffazioni compiute da Usa, Israele, Russia,

Gran Bretagna in varie parti del mondo: dall’America Latina alla Cecenia, dall’Africa al Medio Oriente








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