Altre Economie

Il terreno del riscatto

Buone idee e microcredito per iniziare. Lavorando la terra. L’esperienza di “Agritorino” per rispondere al disagio. Guardando a Roma —

Tratto da Altreconomia 150 — Giugno 2013

Combattere la disoccupazione affidando terreni agricoli a giovani e disoccupati. È quanto si propongono due grandi esperienze, la prima ambientata in Piemonte e l’altra nel Lazio. Il progetto piemontese “Agritorino” è nato dalla partnership tra Sermig (Servizio missionari giovani) di Torino e gli istituti religiosi dei Salesiani e del Cottolengo che a Cumiana, comune torinese di 7mila abitanti, hanno donato 15 ettari sottoutilizzati in comodato d’uso gratuito.
Il comitato promotore si è costituito solo lo scorso primo marzo e da novembre partirà attivamente con la coltivazione dei terreni. Per ora il gruppo sta studiando la fattibilità tecnico-operativa del progetto: “I candidati agricoltori, chiamiamoli così, ai quali affideremo le terre da lavorare -spiega Riccardo Rossotto, neo-presidente di Agritorino-, dovranno rispondere a tre requisiti. La territorialità: soggetti economicamente svantaggiati non possono coprire grandi distanze perciò dobbiamo scegliere tra chi abita nei paraggi. Ci si rivolge poi a persone che conoscano il mestiere di contadino e, terzo, che non abbiano un lavoro. Parallelamente parliamo di tre modelli economici per sostenere il progetto: frazionare il terreno in orti e darli in gestione ai singoli lavoratori che, come corrispettivo per la concessione della terra, dovranno restituire una parte della produzione agricola da donare o vendere a prezzo di costo alle fasce economicamente più deboli della cittadinanza locale che già chiedono sostegno al Sermig o al Cottolengo. Il secondo modello è quello della cooperativa, quindi soci lavoratori stipendiati che prenderebbero in gestione diretta una serie di appezzamenti di terreno”. In questo caso, verrebbero remunerati in denaro, mentre la produzione verrebbe suddivisa ancora in due parti, da destinare al mercato oltre che ai bisognosi. “Infine, forse il modello più affascinante e più difficile, fare da incubatore di impresa: in questo caso abbiamo coinvolto la società di microcredito PerMicro (permicro.it), la quale, a fronte di un’idea, può concedere senza garanzie fino a 25mila euro, il che significa acquistare attrezzature e macchinari e far partire una piccola azienda”.
Agritorino, a detta dei proponenti, saprà dimostrare pienamente la sua fattibilità tecnico-operativa, e quindi la sua replicabilità in altri contesti, dopo almeno due stagioni, intese come stagioni della terra. “Stiamo anche lavorando sul rapporto diretto tra produttore e consumatore: abbiamo infatti stretto accordi con una rete di distributori professionali, tra cui Coldiretti, ai quali vendere gran parte della produzione”. In tema di occupazione, Rossotto spiega: “Quando abbiamo presentato il progetto erano 40 le persone interessate. Dopo pochi mesi siamo a più di 70”. Agritorino ha coinvolto anche l’associazione Piazza dei Mestieri, che si occupa di formazione e avviamento al lavoro per giovani e disoccupati.

Ma il comitato non parte da zero: ha mosso i suoi primi passi già qualche mese prima di costituirsi, con un altro progetto non lontano da Cumiana. A Caramagna, nel cuneese, gli stessi proponenti sono riusciti a concretizzare un piccolo ma efficiente progetto di orti solidali: il progetto “Non sprecare”. L’approccio è del tutto intrinseco al modello di Agritorino: venticinque orti gestiti da altrettanti nuclei familiari composti da persone senza reddito o disoccupate. Guida pratica e spirituale dell’iniziativa è Luigi Miceli, ex-imprenditore informatico di Carmagnola rimasto senza lavoro. All’interno di un terreno largo quattro giornate piemontesi (poco più di due ettari) famiglie di diverse nazionalità (India, Senegal, Costa d’Avorio, Marocco e ovviamente Italia) coltivano prodotti autoctoni, con qualche eccezione: “La famiglia indiana sta provando a coltivare qualche ortaggio tipico della loro tradizione”, spiega Miceli, indicando padre, madre e figlio mentre annaffiano il loro appezzamento. E prosegue: in una stalla dismessa, “appena sarà ristrutturata, sperimenteremo la coltivazione idroponica”. L’intera tenuta, compreso il terreno, è stata donata da Dario Osella, proprietario dell’omonimo stabilimento industriale, dirimpetto alla tenuta. Qui la solidarietà è di casa: un agricoltore ha fresato di sua volontà il campo e lo ha concimato, i vivaisti hanno donato le piante e gli ortaggi, un imprenditore locale ha costruito l’impianto di irrigazione, un altro ha comprato un paio di motofrese e le zappe più vari attrezzi. “Non sprecare  -spiega Luigi- è nato grazie al coinvolgimento di 84 persone tra volontari e donatori”, reso possibile senza alcun finanziamento da parte di istituzioni o fondazioni, ma solo grazie alla costanza di questo gruppo numeroso e alle loro donazioni. Lo spirito di comunità ha portato Miceli a intessere relazioni solidali che stanno lentamente germogliando: infatti Luigi si è rivolto anche alla casa di riposo di Caramagna la quale si è detta interessata a proporre agli ospiti un pezzo di terra da coltivare; si è anche rivolto alla scuola elementare, il cui dirigente scolastico si è mostrato entusiasta di far partecipare i bambini alle attività didattiche della fattoria; e in ultimo ha coinvolto i Gas: quelli di Fossano e Torino già richiedono la verdura prodotta in questo contesto ancora prima che questa sia sul mercato.

C’è molta terra disponibile anche a Roma, nel comune agricolo più grande d’Europa. In particolare l’Agro Romano è una distesa enorme (58mila ettari) di campi fertili e coltivabili. Ma questi non sono riconosciuti per la loro vocazione agricola, anzi rimangono improduttivi a causa delle compensazioni urbanistiche attuate dal Comune di Roma. Il meccanismo si può riassumere così: nel 1997 il Comune (attraverso la cosiddetta “variante delle certezze”) ha trasferito i diritti edificatori che pendevano su alcune aree naturali, al fine di recuperarle e salvaguardarle, verso altre zone che sono state urbanizzate. Ma mentre i cantieri sono stati portati a termine, le aree da recuperare sono state abbandonate nel disinteresse generale delle istituzioni. 1.200 ettari a vocazione agricola (come Tor Marancia e Borghetto San Carlo) bloccati in un “limbo” procedurale che li ha portati in breve tempo a conoscere degrado e abbandono.
Così, lavorare questi campi abbandonati per rilanciare l’agricoltura e creare nuovi posti di lavoro è la naturale battaglia che sta portando avanti il Coordinamento romano per l’accesso alla terra, un gruppo composto da giovani contadini e da diverse associazioni tra cui Aiab (aiab.it). Il Coordinamento ha chiesto al Comune di rispettare il limite d’espansione dettato dagli strumenti pianificatori vigenti, primo fra tutti il Piano territoriale paesistico regionale che ancora dev’essere approvato definitivamente, così da garantire la tutela dell’agro romano; dall’altra, dar vita a un bando pubblico che dirotti risorse economiche a sostegno delle realtà agricole interessate favorendo l’accesso al credito con priorità per giovani, lavoratori sociali, disoccupati e donne.
“I terreni in questione -racconta Marta Di Plerro- portavoce del Coordinamento, potrebbero essere gestiti come parchi agricoli. Per arrivare a definire un parco agricolo (vedi Ae 147)  è necessario individuare e censire i territori che potrebbero farne parte e accatastarli come tali. Questa sarebbe la risposta da dare al problema dell’accesso alla terra da parte di giovani e disoccupati che non hanno le risorse per avviare un’impresa e per acquistare attrezzatura”. —

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