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Il tè più prezioso

La filiera equosolidale di Ambootia, una fattoria modello di agricoltura biodinamica in India, prevede anche l’assistenza sanitaria e il miglioramento delle condizioni abitative per le famiglie dei dipendenti. Una storia tratta dal libro "L’altro Oriente" di Altreconomia edizioni in collaborazione con Altromercato —

Tratto da Altreconomia 165 — Novembre 2014

Tra il Nord del Bengala e la piana del Terai, il subcontinente indiano scivola sotto la placca euroasiatica. In questa striscia di terra tra il Nepal e il Sikkim c’è Bagdogra, dove ha sede Ambootia, una fattoria modello di agricoltura biodinamica. Mentre ci arrampichiamo su stradine irte e tortuose, circondati da tratti di foresta subtropicale e da piantagioni di tè, l’aria si fa fresca e Sanjav Bansal, il gestore di Ambootia, racconta la sua storia: “Sono nato nel tè. Mia madre mi ha messo al mondo nella piantagione che gestiva mio padre. Il mio più grande piacere quando vengo ad Ambootia, la prima piantagione che ho preso in gestione nel 1986, è di raccogliere dei fiori di tè e mangiarli”. E continua. “Agli occhi dei grandi produttori noi siamo degli eccentrici. Loro lavorano come durante l’epoca coloniale, ma questo tipo di tè non ha più futuro nel contesto odierno. È a causa della sua storia, legata allo sfruttamento coloniale delle piantagioni e dei lavoratori coinvolti, che il tè indiano purtroppo è un tè industriale. Il Darjeeling è atipico, ma è il più interessante e il più prezioso dei tè”.

Arrivati nella piantagione osservo il tè: si può presentare come germogli o foglie intere, con una ricchezza di toni dal grigio pallido al verde crudo. Lavorato come tè nero, tè bianco e tè verde, il Darjeeling sorprende con un arcobaleno di colori e aromi che rivelano delle note floreali, di castagna fresca e un incredibile sapore di mela secca. “Una sola pianta, un solo territorio, possono produrre dei prodotti così differenti -dice Sanjav Bansal-: l’agronomia è un fattore chiave nella produzione dei tè di qualità”. Tè d’ombra, tè di montagna, tè d’altura, tè delle nubi.
Le note aromatiche del tè sono il frutto dell’influsso dell’ambiente sulla pianta. I tè hanno dei sentori specifici dati dal tipo di cultivar, dalle condizioni climatiche, dalla composizione chimica del terreno, dalle fasi di lavorazione.

“I Darjeeling appartengono alla categoria dei tea garden, i giardini del tè -spiega Sanjav Bansal-. Le note aromatiche mutano a seconda della stagione di raccolta, che sono tre e vengono chiamate flush. La prima è quella primaverile, che si svolge da marzo ad aprile. In questo periodo si produce un tè che va consumato fresco entro due mesi dalla raccolta. Il second flush va da metà maggio a fine giugno/inizio luglio (fino all’inizio delle piogge monsoniche). Sono dei tè estivi che regalano un infuso dal colore rosso e dal sapore di moscatello con una leggera nota fruttata. L’Autumn flush, il raccolto autunnale che si effettua dopo la stagione delle piogge, è l’infuso più delicato con delle sfumature ramate, è quello che piace di più agli europei” conclude Bansal.
L’azienda copre un’area di 967 ettari di cui 354 coltivati a tè e 613 destinati al mantenimento della foresta e della biodiversità di flora e fauna, a un’altitudine di 1.450 metri. Le sue origini risalgono al 1861, quando sotto l’impero britannico fu creata una piantagione coloniale. Dopo l’Indipendenza, la gestione della piantagione subì diversi passaggi di proprietà, finché nel 1968 ci fu una terribile frana che travolse le coltivazioni e 300 abitazioni, trascinandole per mezzo chilometro. Al disastro naturale seguirono anni durissimi per i lavoratori, a causa del quasi totale abbandono da parte della proprietà.

Nel 1986 la piantagione fu presa in gestione da Sanjav Bansal, che nel 1991 la convertì al biologico, iniziando un programma di rimboschimento per bloccare gli smottamenti di terreno. Ad oggi sono stati reimpiantati più di 90mila alberi e sono ritornati cervi, una famiglia di leopardi, buceri, diverse specie di uccelli che sembravano scomparsi e alcune varietà di farfalle dichiarate specie protetta.
All’interno della piantagione si trova anche lo stabilimento per la lavorazione del tè. Costruito nel 1920, è stato rinnovato nel 1992, e vi lavorano una settantina di persone. Ad Ambootia dal 1993 si segue strettamente l’agricoltura biodinamica steineriana. Il tè cresce tra alberi da frutto, bambù, erbe aromatiche e erbe medicinali insetto-repellenti, trifogli, banani e leguminose per fissare l’azoto nel terreno. Il benessere della piantagione è un obiettivo che viene perseguito, perché ad esso si accompagna quello “delle persone che vivono e lavorano nella piantagione” dice Nibir Bordoloi, il responsabile marketing di Ambootia. Gli effetti dell’agricoltura biodinamica sulle piante sono stati percepiti dalle raccoglitrici: non c’è più bisogno di bendarsi le dita per la raccolta, perché i rametti sono diventati molto più teneri e non ci si ferisce più.

Le raccoglitrici sono equipaggiate di ceste e sportine traforate per evitare qualsiasi contaminazione delle foglie di tè durante il trasporto allo stabilimento. Per fare un chilo di Darjeeling ne servono ben 22mila. L’equipaggiamento per la raccolta viene fornito da Ambootia in base al Plantation Act, la legge che regolamenta le condizioni di lavoro nelle piantagioni e il salario minimo dei lavoratori. Gli alloggi messi a disposizione gratuitamente per le famiglie dei lavoratori hanno un piccolo appezzamento di terra per la coltivazione di verdura e frutta destinate al consumo casalingo e al mercato locale. 17 anni fa Ambootia ha dato vita ad un programma di miglioramento delle condizioni abitative e a un programma di integrazione del reddito familiare, incoraggiando l’allevamento di bestiame per la produzione di latte per l’autoconsumo e per la produzione di letame -che Ambootia acquista per fare i preparati biodinamici utilizzati come fertilizzanti-. Nei giardini delle casette monofamiliari, per integrare il reddito, è stata finanziata, inoltre, la coltivazione di zenzero, curcuma e rose, utilizzati per la preparazione di tè aromatici e la coltivazione di aranci.
Nella piantagione ci sono nove piccoli villaggi dove vivono 5.800 persone: di questi 913 sono dipendenti a tempo indeterminato e circa 600 sono i lavoratori stagionali. Il 70 per cento dei lavoratori sono donne. Ambootia provvede anche alle cure sanitarie, con un ambulatorio medico all’interno della piantagione, e copre i costi per l’accesso alle cure specialistiche in città.

A casa di Alina Tapa, insegnante della scuola materna di Ambootia, incontro la madre e la nonna. Quest’ultima ha 83 anni e descrive le condizioni di vita durissime nella piantagione durante l’impero britannico: si era schiave-bambine, già raccoglitrici di tè a 9-10 anni per un piatto di riso al giorno. Alina, invece, grazie alle madre, raccoglitrice di tè ad Ambootia, ha avuto la possibilità di studiare, ha deciso di non emigrare e di restare nella piantagione lavorando come insegnante.
Le donne non devono preoccuparsi dei bambini piccoli quando sono al lavoro perché per loro sono state costruite sette scuole tra asili nido, scuole materne ed elementari e gli insegnanti sono anch’essi dipendenti della piantagione. Per i più grandi c’è un sistema di trasporto con pullmini che consente agli studenti di raggiungere le scuole nella città più vicina a Kurseong. “If there’s no happiness around, the cup will not bring cheers to anybody”, conclude Sanjav Bansal. Se non c’è felicità intorno, la tazza di tè non apporterà felicità a nessuno. È il segreto di Ambootia. —

(Foto di Beatrice De Blasi)

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