Esteri / Varie

Il tè della fabbrica recuperata

Dopo 3 anni e mezzo di occupazione, una cooperativa di operai riprende la produzione alla Fralib, in Francia: Unilever costretta a cedere —

Tratto da Altreconomia 164 — Ottobre 2014

Amar Hassani può finalmente dire di aver raggiunto l’obiettivo della vita. Giacca nera su un volto mediterraneo, la barba lunga di qualche giorno, mostra con orgoglio le meraviglie della nuova Fralib. Meglio, della Scop Ti, la cooperativa che lui e altri 77 lavoratori ex dipendenti della Unilever hanno messo in piedi per risorgere dalle ceneri della vecchia Fralib, a Gémenos, vicino Marsiglia. I “fralibiens”, come sono stati affettuosamente soprannominati in Francia, dimostrano che si può continuare a lavorare anche quando il padrone dice basta. Basta volerlo.  Questa è la storia forse più emblematica di resistenza e vittoria operaia da quando in Europa è cominciata l’era della dismissione del lavoro salariato. Per questo motivo è valsa la pena frequentarla da vicino, a cominciare da quando, alla fine di gennaio 2014, questo pugno di lavoratori di un angolo della Francia poco battuto dalle cronache ha convocato nelle campagne di un minuscolo paese della Provenza gli stati generali delle imprese recuperate d’Europa. Sono arrivati più o meno in centocinquanta, tra lavoratori della Vio.me di Salonicco (già finiti sotto i riflettori mediatici perché visitati dalla giornalista “no logo” Naomi Klein) e delle Officine Zero di Roma, ricercatori e docenti delle università di San Paolo, Buenos Aires e Città del Messico, anarchici e attivisti altermondialisti. Anche se l’esito della loro lotta era ancora incerto, era apparso chiaro che quello di Gémenos sarebbe potuto diventare un caso esemplare, in Europa, di come si possa ridiventare padroni del proprio futuro, dopo anni di licenziamenti, stabilimenti chiusi dalla sera alla mattina, delocalizzazioni scriteriate e dumping sociale.
Amar Hassani era allora solo uno degli occupanti della fabbrica. Figlio di un algerino della Cabilia ma nato a Marsiglia, fiero della ricchezza culturale derivante dalla doppia appartenenza, una figlia studentessa a Beirut, operaio meccanico, lo si può ascoltare in rete (www.youtube.com/watch?v=A3KqeXcgy4w) mentre canta, con spiccata erre moscia e traballante senso del ritmo, Los Fralibos, l’inno che ha fatto conoscere la loro esperienza più di tanti articoli e documenti scritti. Amar sosteneva che, dopo tre anni e mezzo di resistenza, non si poteva più fare marcia indietro. Vincere o morire, insomma. Ma in quel frangente ben pochi si sarebbero aspettati che di lì a qualche mese i resistenti della Fralib sarebbero riusciti nel loro intento: riaprire la fabbrica in maniera autogestita, producendo tisane rigorosamente biologiche e a chilometro zero, grazie agli accordi stipulati con produttori locali.

Fino ad allora non era stato così. Per farmelo sentire con ogni senso possibile, Amar mi porta in un capannone dove sono ancora stoccati migliaia di sacchi. All’ingresso, si rimane subito avvolti da un odore intenso, dolciastro. Il meccanico franco-algerino apre un sacco, prende una manciata di palline che paiono plastica e dice: “Toh, assaggia”. Per vincere il mio scetticismo ne butta in bocca una manciata. Sono aromi artificiali, “li mescolavamo assieme al tè che poi veniva imbustato”, spiega. Nulla di vietato, ovviamente. Si tratta di sostanze ampiamente usate nel mercato, composti chimici utilizzati per dare sapore a cibi e bevande, ma nei quali la natura non c’entra per nulla. I “fralibiens” ne hanno lasciate a centinaia lì dove si trovavano al momento della chiusura, in bella mostra. Amar mi porta a vedere il macchinario utilizzato per imbustare il tutto, dosando gli aromi e gli altri ingredienti. Alla fine del viaggio, ecco sfornata una confezione di tè Lipton, pronta a finire in un supermercato o a esser servita in un bar qualsiasi. “Non è stato sempre così. Prima si usavano le erbe locali. Solo negli ultimi anni la proprietà aveva deciso di sostituirle con gli aromi artificiali, che sono più a buon mercato”, racconta. I lavoratori all’epoca non potevano saperlo, ma era il primo passo verso la delocalizzazione. Perché rimanere in Provenza quando delle sue erbe si può fare tranquillamente a meno?
Il supermanager inviato dalla multinazionale anglo-olandese dell’alimentare a ristrutturare l’azienda prima e trasferire in seguito la produzione è ritratto con degli stencil a ogni angolo della fabbrica. Agli occhi di Amar e dei suoi compagni è stato lui il killer, l’esecutore finale di un’azienda nata nel 1896 e che non avrebbe avuto alcun titolo per chiudere, se non fosse stato per il capitalismo selvaggio d’inizio millennio, pronto a correre laddove il profitto è direttamente proporzionale allo sfruttamento del lavoro.

La Unilever ha così portato la produzione del tè in Polonia e i lavoratori di Géménos non hanno potuto far molto per impedirlo: “Siamo persino andati a incontrare i nuovi operai, ma non abbiamo trovato nessuna solidarietà da parte loro”, spiega Olivier Leberquier, sindacalista della Cgt, uno dei leader dei “fralibiens”. Non poteva essere altrimenti, in un’Europa che non riesce a garantire parità di diritti e di salari ai lavoratori in ogni suo angolo.
A Gémenos, però, non si sono dati per vinti. Prima hanno occupato lo stabilimento per impedire che questo fosse smontato e trasferito in Polonia. Poi hanno cominciato a produrre bevande con un marchio speciale, un elefantino che non dà segno di essere imbizzarrito, e la dicitura “prodotto da fabbrica in lotta”. Il logo richiamava direttamente quello dell’Elephant, storico prodotto locale che l’Unilever aveva intenzione di trasferire insieme alla fabbrica. Su questo i “fralibiens” non volevano sentire ragioni: “È qui da più di un secolo e non ce lo faremo portar via”.

In 1.336 giorni è accaduto di tutto.
Sono arrivati avvocati e amministratori della Unilever a tentare di risolvere la faccenda con qualche offerta economica individuale e promesse a buon mercato. Ad Amar hanno proposto una buonuscita all’apparenza allettante, 80mila euro, ma lui ha rifiutato e ribattuto: “Dovete darci, solo per il danno morale subìto, l’equivalente degli stipendi degli ultimi cinque anni, 200mila euro, più la liquidazione, lasciarci la fabbrica con i macchinari e aiutarci a ripartire”. Come lui hanno fatto i suoi compagni, senza arretrare di un millimetro. Mai. Una notte sono calati dal tetto dei contractor privati, “gente dell’Est, reduci dalle guerre balcaniche, pericolosi”, per ottenere con le cattive quello che non era stato possibile con le buone. Hanno trovato a respingerli trecento persone: i “fralibiens” e gli operai delle fabbriche vicine. In un paesino di seimila abitanti, un po’ tutti si sentivano coinvolti.
Gli occupanti hanno risposto sostituendo il logo della Unilever con quello dell’elefantino ribelle, ammainando la bandiera della Fralib e issando al suo posto un drappo bianco con il volto di Che Guevara, mantenendo aperti il bar e la mensa aziendale, dividendosi gli uffici amministrativi, organizzando manifestazioni e invitando a Gémenos politici e sindacalisti. La rete di solidarietà si è ben presto allargata e alla Fralib si è visto di tutto, dagli anarchici dell’Associazione per l’autogestione alla Cgt e al Front de Gauche. È arrivato persino un François Hollandeancora non presidente della Repubblica, promettendo la nazionalizzazione della fabbrica. “Però poi se n’è dimenticato”, sorride Amar. Ma la goccia che ha fatto capitolare la multinazionale è stata la campagna di boicottaggio avviata dopo il meeting di fine gennaio nei confronti di tutti i prodotti Unilever.
Di fronte al danno d’immagine che si andava configurando e al rischio che si espandesse a macchia d’olio in tutta Europa, la multinazionale ha fatto quello che persino il più testardo dei “fralibiens” riteneva impensabile fino al giorno prima: si è ritirata, lasciando ai lavoratori i terreni, la fabbrica e i macchinari, valutati sette milioni di euro, e riconoscendo loro altri 19,1 milioni, che in buona parte saranno utilizzati per ripartire. Non solo: nella fase iniziale le tisane al tiglio e alla lavanda della Scop Ti saranno vendute attraverso i canali distributivi della Unilever.

Il 4 luglio scorso nella fabbrica recuperata di Gémenos i “fralibiens” hanno festeggiato la riapertura insieme a chi li aveva sostenuti in questi tre anni e mezzo di lotta. Tra questi c’erano anche i lavoratori di un altro stabilimento in crisi che sta seguendo il loro esempio: la Pilpa di Carcassonne. Si sono ridenominati Fabrique du Sud e stanno provando a ripartire: ad aprile hanno impacchettato 1.500 vaschette di gelato, nell’estate sono saliti a tremila e ora sono alla ricerca di un canale distributivo solido per poter reggere.
Fosse andata diversamente, per i “fralibiens” sarebbe stata davvero dura. Amar non ha mai creduto che potesse finire in un altro modo: “Non si possono spendere 3 anni e mezzo della propria vita in una fabbrica occupata, vivendo con poche centinaia di euro del sussidio di disoccupazione, per poi tornare a cercarsi un lavoro normale, come se nulla fosse accaduto”. Lui non si sarebbe arreso mai. E oggi pensa che il nuovo corso non dovrà avere nulla a che vedere con il passato. Ora gli operai saranno gli artefici del loro destino: “Abbiamo lottato non solo per salvare il nostro posto di lavoro, ma per dimostrare che si può produrre in maniera alternativa. La nostra organizzazione dovrà essere egualitaria e solidale, non metteremo fuori nessuno e sperimenteremo modi diversi di lavorare insieme”, conclude. Una sfida impegnativa, ma è questo il patto non scritto che i “fralibiens” hanno siglato in questi tre anni e mezzo di resistenza. È la loro sfida. —

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