Altre Economie

Il segreto di Piero

Le tinte naturali al servizio dell’economia solidale, una filiera marchigiana

Tratto da Altreconomia 125 — Marzo 2011

Alcuni prati sono come la tavolozza di un pittore. Quelli del “campo catalogo” del Museo dei colori naturali di Lamoli, in provincia di Pesaro e Urbino, ad esempio. C’è la reseda, da cui si ottiene il giallo, la robbia, da cui nasce il rosso, lo zafferano, da cui si ricava un giallo più scuro, e l’ortica, per dar vita a un bel verde brillante.

E poi, ancora, il cartamo, il tagete, la camomilla dei tintori, la calendula, l’iris, la ginestra, l’annatto, lo scotano. Per finire col guado, da cui si ottiene un blu intenso quasi indaco, che è quello dei dipinti di Piero della Francesca. Ovviamente, il processo di estrazione della tinta avviene da ogni pianta (fiore, foglia, radice o galla che sia) in modo del tutto diverso. Quello che ne può venir fuori è un arcobaleno senza l’aggiunta di alcun additivo chimico. I colori più naturali con cui poter disegnare, pitturare i muri della propria casa; i colori di cui vestirsi, con cui lavarsi e truccarsi, quelli da usare in cucina. Per renderlo possibile su vasta scala, nelle Marche sta nascendo l’idea di un vero e proprio Consorzio, che metta a disposizione di tutti “una filiera certificata e garantita del prodotto colorante di origine vegetale, quindi coltivazione, lavorazione ed estrazione del principio tintorio, e l’applicazione di questo su qualsiasi supporto materiale”, come spiega il responsabile del Museo, Massimo Baldini, il promotore dell’iniziativa.

Dal “campo catalogo” di Lamoli è partita così una vasta rete di rapporti, tra soggetti istituzionali -come le Università- e alcuni grandi e piccole ditte del tessuto economico marchigiano. Giganti come il gruppo d’abbigliamento DondUp-Arcadia di Fossombrone (Pu), che da qualche anno ha messo in commercio l’apposita linea “Essentia” e un jeans al guado, oppure la Cariaggi di Cagli, filatura marchigiana specializzata nella lavorazione del cashmere, che ha inserito il guado all’interno della propria linea “Systema Natvrae”. Ma anche imprese “lillipuziane”, come la Saponaria, laboratorio artigianale di produzione di saponi e detergenti nato da un’esperienza di autoproduzione all’interno del gruppo di acquisto solidale di Pesaro (vedi Ae 115), o la Spring Color di Castelfidardo (An), azienda di vernici da muro e da legno attiva dal 1958 e convertita al colore naturale nei primi anni Novanta (vedi Ae 95). Una scelta dettata dalle malattie professionali occorse dall’uso di vernici chimiche agli operai, ma anche al padre e al nonno del titolare.

Queste realtà stanno decidendo come organizzarsi. Il Consorzio non è ancora costituito, e forse lo sarà entro l’anno (o nel 2012). Le adesioni non sono confermate, né è stabilito l’impegno economico richiesto. Tutto è molto fluido, insomma, come una tinta. Ciò che è ben definito, come un colore, è il lavoro che ha portato fin qui. Punto d’inizio è stato il “Progetto Cilestre”, portato avanti dal Museo nel 1995: una delle prime ricerche agronomiche sul guado in Italia, che ha aperto la strada a tutta la successiva ricerca sulle tradizionali piante tintoree, con il recupero di semi da tempo scomparsi. Nel 2000 si sono rivisti in Italia dei campi di guado, i primi dopo cinque secoli d’assenza, e il passo successivo è stato quello di cercare un mercato per questi colori. Nel 2009 è quindi partito un nuovo progetto, coordinato da Massimo Baldini del Museo con la consulenza di Alessandro Butta della cooperativa la Campana, denominato “Introduzione dei coloranti naturali nel settore industriale del tessile marchigiano”.

Sono state coinvolte quattro società e tre università: il dipartimento di Botanica di Ancona, con il professor Edoardo Biondi, per affinare la ricerca delle cultivar, dei semi antichi locali; la Facoltà di Agraria di Pisa, con la dottoressa Luciana Angelini, impegnata nella coltivazione e nell’estrazione del colore dalle piante; il dipartimento di Chimica di Camerino (Mc), con il professor Paolo Passamonti, per tutta la fase di trasformazione. Quanto alle aziende, invece, Massimo Baldini ha fondato la cooperativa Oasi Colori, di cui ora è presidente, che è impegnata nella filiera agricola e della trasformazione del colore, con tanto di autoproduzione ex-novo dei macchinari (che non esistono in commercio). La tintoria Le Group di Cagli applica i colori sui tessuti e le già citate Dondup e Cariaggi commercializzano il prodotto finito. Il Consorzio, nella pratica, vuole essere una evoluzione di quest’ultimo progetto. L’obiettivo è l’allargamento delle possibilità di approvigionamento e fruizione di queste tinte vegetali da parte di altri settori commerciali e produttivi: quello dell’edilizia (con Spring Color) e della cosmetica (con la Saponaria), ma anche quelli del mobile e dell’industria conciaria, con i primi contatti che si stanno muovendo in questi mesi. “L’idea -chiarisce Baldini- è di costruire un centro servizi aperto alle imprese, e quindi a tutti quelli che nel proprio campo professionale intendano rinnovare il proprio prodotto, utilizzando le tinte vegetali Probabilmente un marchio, in cui tutta la filiera verrà certificata”.
“Come Consorzio contiamo di essere operativi entro l’anno -prosegue Massimo Berloni, amministratore delegato di Dondup-. Vogliamo sviluppare un’idea forte e darla in uso a tutti gli artigiani. Il progetto è ambizioso, quello di un Consorzio che detenga il know-how dalla piantagione al pigmento pronto all’uso. E siamo aperti alla collaborazione di chiunque voglia intervenire”.

Il problema da superare è la disponibilità di queste tinture vegetali, che come ogni prodotto agricolo dipende dalla quantità di terreni messi a coltura e dalla “bontà” del raccolto. La scelta di coltivare in zona aumenta il valore di questa rete di soggetti locali, per la possibilità di portare avanti un’operazione “a chilometro zero” e per la riscoperta di antiche tradizioni autoctone (in un territorio dove, ad esempio, sono state rinvenute numerose macine da guado). “La nostra non è solo un’ottica commerciale, ma mira anche a rinnovare i valori del territorio: la zona di coltivazione del guado è quella originaria della vallata del Montefeltro, del blu di guado di Piero della Francesca -illustra Berloni, che spiega di aver già investito in toto nella colorazione naturale almeno 80-100mila euro-. Al momento parliamo di un mercato ristretto. L’approvvigionamento, che è in funzione del tempo, è una cosa che va oltre gli schemi industriali. Non ci sarebbero nemmeno le potenzialità per rispondere a un’eventuale domanda di massa”.

Così, ad oggi, ci si rifornisce anche all’estero. “La tintura del cashmere di Systema Natvrae avviene tramite infusione di erbe, bacche e radici, provenienti per il 60% dall’Italia e dall’Europa e per il restante 40% prevalentemente da Sud America, Asia e Africa”, spiega Cristiana Cariaggi, membro del consiglio di amministrazione dell’omonima ditta. “Quest’anno abbiamo coltivato 9 ettari a guado, suddivisi tra cinque aziende agricole -racconta Massimo Baldini-, ma siamo ancora nelle fasi sperimentali. Questa pianta è stata abbandonata per cinque secoli, e oggi la tecnica agronomica è tutta da riprendere in mano. Per la prima volta, però, siamo riusciti a lavorare per le estrazioni del principio colorante dai 3 ai 5mila chili di foglia al giorno”. E proprio sul guado stanno ora portando avanti le loro sperimentazioni i titolari della Saponaria, Luigi Panaroni e Lucia Genangeli, 30enne chimico lui e 26enne impegnata nel sociale lei.

Insieme, quasi rubandosi le parole per l’entusiasmo, raccontano: “Ingredienti locali e a basso impatto ambientale e la conoscenza diretta dei nostri fornitori sono da sempre alla base del nostro lavoro. Da quest’estate, con il Museo, stiamo portando avanti la riscoperta del guado. Nella cosmetica l’utilizzo è abbastanza difficile, perché non si è riusciti ancora a trovare il modo di conservare l’estratto della pianta, che può essere utilizzare solo fresco. Stiamo cercando di essiccarne una pasta, in modo che sia disponibile tutto l’anno e non solo durante il periodo della raccolta”. Promettenti novità fervono anche in casa Spring Color. Il titolare, Roberto Mosca, s’è avvicinato al Museo di Lamoli già nel 1997, con il progetto “Colori con il latte” sull’uso del latte come legante per miscele coloranti e malte. Mosca investe il 25% del fatturato in ricerca, e nel suo laboratorio (fornito di attrezzature per prove empiriche con Ph-metro, fornetto, carica batterica e centrifuga) nascono sempre nuovi pigmenti. Alcuni dei quali attraversano l’Italia, da Ancona a Trento -passando per Camerino, Bologna, Roma e Pisa- per esser testati dalle Università.

“Nel 1995 avevamo 9 prodotti in catalogo -ricorda Mosca-, e adesso siamo oltre i 50. Stiamo mettendo a punto ulteriori pigmenti, per una nuova cartella colori che pubblicizzeremo a partire da metà marzo. Quest’anno contiamo nel boom. Ormai siamo in grado di rifornire altri produttori di malte, tinture e vernici”.  Per lui, l’alternativa è più che possibile: “Questo discorso sui ‘mercati di nicchia’ tra poco non sarà più valido -asserisce convinto-. Presto diventerà di nicchia chi produce utilizzando le materie petrolchimiche, che dovrà trovare un po’ come un collezionista, visto che il petrolio sta finendo. La direzione verso cui tutti dovremmo muoverci è invece quella dell’agricoltura e dell’artigianato. Verso i pigmenti naturali, che sono elementi rinnovabili, garantendo il rispetto della salute dei lavoratori e dell’ambiente, scarti biodegradabili e architetture non inquinate con sostanze filmogene. Certo chi pensa che il problema dell’Italia sia il nanismo delle imprese non sarà d’accordo, ma è questa l’unica scelta intelligente”. Dal pragmatico al poetico, le tinte vegetali hanno tutto un altro fascino. “Una cosa su cui punteremo -annuncia Massimo Baldini parlando del Consorzio- sarà sicuramente quella dell’annata del colore, come per il vino: ogni produzione agricola ha la sua annata, e quindi ogni colore ha il suo anno. Questo significa che ogni prodotto sarà un prodotto unico”.

 

la cucina del museo dei colori
Il Museo dei colori naturali “Delio Bischi” di Lamoli -intitolato al tenace veterinario che riscoprì e riportò in zona la tradizione del guado- ha sede nella frazione di Lamoli (comune di Borgo Pace, in provincia di Pesaro e Urbino), all’Alpe della Luna, lungo la statale 73 che sale fino a Bocca Trabaria e segna il confine verso Umbria e Toscana. L’intero complesso, che oltre al Museo prevede un ristorante e un albergo, è ospitato all’interno dell’antica Abbazia benedettina di San Michele Arcangelo, struttura in pietra del IX secolo, insieme al Centro di educazione ambientale “Natura in Movimento”, riconosciuto dalla Regione Marche.

Formazione e ospitalità sono quindi un tutt’uno. Dai corsi sulla colorazione naturale organizzati per bambini ed adulti, ai pasti improntati al motto del “mangiar sano, mangiar colorato”, con specialità come il pane allo zafferano e i bolliti serviti con salse cromatiche ed aromatiche
Per info: Oasi San Benedetto, 0722-80.133 (tel.), 0722-80.226 (fax), www.oasisanbenedetto.it

nel blu dipinto di blu
“Il Paese della cuccagna”, luogo dell’opulenza per antonomasia, potrebbe essere qui. L’etimologia vuole che “cocagnes”, cuccagne appunto, altro non fossero che piccole palle di foglie triturate e seccate di guado. E, quindi, che un piccolo borgo come quello in cui oggi ha sede il Museo dei colori naturali potesse esser rotta dei fiorenti traffici dovuti al commercio di questa tinta.
“Il guado, antica pianta dell’Isatis Tinctoria -spiega il direttore del Museo, Massimo Baldini-, è  il colore blu nei dipinti di Piero della Francesca, il cui padre era un ricco commerciante di guado. Colorare con le più belle sfumature del blu i tessuti più preziosi era certo un lusso nel Medioevo, un chiaro simbolo di agiatezza.  Nel Montefeltro sono state ritrovate numerose macine da guado, scoperte da Delio Bischi, cui il Museo è dedicato”.

Nell’antichità, al fine di ottenere il caratteristico pigmento, le foglie del guado erano tritate, appallottolate e messe a fermentare con aceto e urine. E proprio a causa del puzzo si narra che le macine vennero dismesse, accusate di portar la peste in campagna. L’arbusto dell’indaco, pigmento puro importato dalle Indie, soppiantò l’erbacea del guado per la produzione delle “indigotinte”, e solo con Napoleone ne venne reintrodotto l’uso in tutta Europa. Ma per poco.  Guado, robbia e reseda sono infatti le specie erbacee da cui in passato si ricavavano i tre principi coloranti fondamentali -rispettivamente blu, rosso e giallo-, utilizzati nella tintura fino al diciannovesimo secolo, e soppiantati dall’avvento dei colori sintetizzati chimicamente, come la malvina, un colorante viola scoperto nel 1856.
Nel “campo catalogo” del museo, oltre a questi tre colori primari, sono ancora in coltivazione anche il cartamo, il tagete, la camomilla dei tintori, la calendula, l’iris, la ginestra, l’ortica e lo zafferano. Le capacità tintorie di queste piante, vengono sfruttate in alcuni casi utilizzandone le foglie, in altri le radici, oppure le galle.

attenti ai solventi!
Atossiche e innocue per l’ambiente. Roberto Mosca di Spring Color ha scritto più di un volume sulle finiture naturali. Di contro, la storia di malattie professionali nella sua famiglia lo ha spinto a diversi studi sulle pitture convenzionali. Solo in Italia, egli riporta, il consumo annuo di vernici e pitture è di circa un milione di tonnellate.
Se si considera che da ogni tonnellata di pitture e vernici evaporano circa 400 chili di solventi, in genere tossici e dannosi per l’ambiente, si arriverebbero a contare quasi 400 milioni di chili di solventi ogni anno nei cieli italiani.
Solventi volatili organici (Voc), che l’Ente di protezione ambientale del governo degli Stati Uniti d’America ha accusato di essere tra i maggiori responsabili del buco dell’ozono, indirettamente responsabili dell’insorgenza dilagante del cancro alla pelle.
La nuova normativa sulla limitazione delle emissioni di composti organici volatili fa riferimento alla direttiva UE 2004/42/CE, ancora alquanto discussa nel settore. Se per saponi e abiti il rischio è di dermatiti allergiche e sfoghi cutanei, per le vernici la situazione che si delinea è più preoccupante, ed esistono studi medico-scientifici relativi a una schiera di gravissime malattie che possono verificarsi a causa, ad esempio, dall’esposizione continuata a solventi, plastificanti e conservanti cancerogeni come la formaldeide.
Glicoli e monomeri delle resine petrolchimiche sono ritenuti responsabili dei tipici tumori professionali; l’esposizione al cloruro di vinile può causare sarcomi al fegato e tumori ai polmoni; aniline e ammine aromatiche quelli alla vescica; i pigmenti artificiali, derivati da metalli pesanti, oltre ad esser causa di numerosi danni biologici, possono portare alla degenerazione dei tessuti. Le stesse pitture ad acqua, generalmente ritenute innocue, possono emanare composti volatili e subire alterazioni dei polimeri con particolari condizioni di calore e umidità.

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