Esteri

Il sacco del Malawi

Piantagioni di cotone e miniere di “terre rare” non alleviano la povertà di questo Paese africano, la cui popolazione continua a essere falcidiata dall’Aids —

Tratto da Altreconomia 151 — Luglio/Agosto 2013

L’oro e loro. Di mezzo c’è un apostrofo. Anzi, un paese a forma d’apostrofo: il Malawi, incastonato tra Tanzania e Mozambico. L’oro è quello bianco, il cotone. Loro sono quelli a cui piace il cotone e qualsiasi risorsa sfruttabile dell’Africa. Anche in quell’Africa davvero dimenticata come il Malawi, il “Paese degli orfani”, come l’ha ribattezzato qualcuno per la generazione falciata dall’Hiv/Aids. Un Paese che non fa notizia. Ma che fa gola. A loro, appunto. Agli “energivori” golosi di minerali, che divorano materie prime, cercano disperatamente metalli strategici, danno la caccia alle cosiddette “terre rare”. Il Malawi non è un gigante che nasconde immensi giacimenti sotto le sue morbide colline dalle tinte pastello. Non è uno scrigno sconfinato come la Repubblica democratica del Congo. E nemmeno un pozzo (quasi) senza fine di petrolio e gas come la Nigeria. Però tiene in pancia un po’ di elementi naturali indispensabili per industria hi-tech, nano-tecnologie, robotica, telecomunicazioni.  E sopra la sua scorza di terra rossa mostra pure grandi piantagioni di cotone. Ecco perché quest’appendice incuneata lungo la grande spaccatura della Rift Valley -a ben guardare- non è del tutto dimenticata.

Silenzio ovattato.
I cinesi, per esempio, la conoscono bene. Onnipresenti a tutte le latitudini del continente, hanno allungato gli occhi e mani anche sul Malawi. Qui a Balaka, a metà strada tra il Sud e la capitale Lilongwe, hanno costruito un grande impianto con la loro “Malawi Cotton Company”. Chiediamo di parlare con il direttore locale. Lo incrociamo mentre un pick-up lo aspetta col motore acceso. Tramite un interprete dice di dover partire subito per la capitale. E soprattutto non accetta l’intervista. Dirotta la nostra richiesta all’amministratore delegato. “Però sarà difficile trovarlo, viaggia spesso” puntualizza il guardiaspalle-traduttore. Sembra una battuta. Ma c’è poco da ridere. Qui non vogliono parlare. Inutile buttar lì qualche provocazione dicendo che forse hanno qualcosa da nascondere.
Il direttore non risponde e se ne va. Le domande restano. Perché la lavorazione del cotone dovrebbe avvenire in gran parte qui mentre una quota di raccolto invece parte per la Cina? Perché non è ancora stata avviata la produzione di olio di cotone in confezione da 1 litri e non da 20, come promesso al momento dell’inaugurazione dell’impianto? Perché le grandi imprese con capitale straniero in Malawi stanno facendo cartello sul prezzo di acquisto di cotone dai produttori locali? E poi, perché la stampa non è gradita dentro questo impianto?

La grande muraglia.
Nel 2011 la Cina ha cancellato i dazi doganali per il 60% dei prodotti del Malawi. Già, quali? Piuttosto è vero il contrario. Il Paese africano è uno dei tanti mercati per la materia lavorata. Partito da qui, il cotone ci ritorna sotto forma di tessuti made in China. Ne è strapieno il grande mercato di Balaka, che si allunga fino a lambire i binari della ferrovia per il Mozambico.
La materia grezza era uscita anche dall’impianto della “Malawi Cotton Company”. Tutt’intorno ai grandi capannoni corre una recinzione col filo spinato elettrificato. Questa Grande Muraglia metallica non toglie però la vista. Si scorgono camion stracarichi di balle di cotone avvolte in sacchi di iuta. Salgono sulla pesa per il calcolo del carico. Ma questo è solo l’ultimo passaggio della raccolta. Per andare alla radice, quella vera, bisogna raggiungere all’alba i campi di cotone.
In sella alla Gilera 125 che ci ha prestato il bergamasco Angelo Assolari, un missionario monfortano che è qui da trent’anni, usciamo fuori Balaka. Lone Chauluka, una donna di 35 anni, alle 7 del mattino sta già raccogliendo i batuffoli bianchi sbocciati sugli arbusti di cotone.
“Lavoriamo tantissimo ma ci pagano troppo poco”, dice. Quest’anno, aggiunge il marito che sta lavorando con lei, non sono nemmeno riusciti a comprare i fertilizzanti. Hanno 4 figli. Da questo appezzamento deriva l’unica entrata della famiglia.
Nel loro terreno di due ettari e mezzo quest’anno prevedono di raccogliere e vendere cotone per l’equivalente di circa 170 euro, al cambio attuale. Ma in questo periodo il kwacha, la valuta locale, sta oscillando proprio come l’ago della bilancia del cotone che vediamo a Sosola, qualche chilometro più in là.

Oscillazioni.
Non è il peso dei sacchi però a farla traballare. Ma la pressione di spregiudicati speculatori, forse aiutati da qualche esponente governativo. La moneta del Malawi si sta apprezzando proprio nella stagione in cui le compagnie straniere -tra cui cinesi e indiani- comprano il cotone. Qualcuno intravede una connessione. Ovviamente a vantaggio dei grandi gruppi e a svantaggio dei produttori locali. Il prezzo del cotone cambia anche 2 o 3 volte in un giorno. Stamani, in questo centro di raccolta dove i contadini vengono a contrattare il proprio raccolto, siamo a 200 kwacha al chilo. Circa 40 centesimi di euro.
Il signor John Masonga sta vendendo i suoi tre sacchi di cotone. Li compra una società di cui è proprietario, in questo caso, un imprenditore indiano. “Il prezzo è troppo basso, non guadagniamo nulla”, si lamenta questo contadino di 65 anni. I centri di raccolta sono disseminati ovunque. Di lì passano poi i camion che raccolgono le grandi balle rotonde. Sono una decina le imprese straniere del settore, ce ne sono anche di locali. La “Admarc”, principale società pubblica di cotone del Malawi oggi però non compra. “Da ieri abbiamo finito i contanti, perciò non possiamo pagare i contadini” ammette Laston Mwenji, responsabile di un altro punto di raccolta sullo stradone che da Balaka scende verso Sud. Non mancano invece abbondanti mazzette di banconote a Gladstone Sunglani, 30 anni, responsabile del centro di raccolta dove stamani si è recato il signor John Masonga. “Ci telefonano dal nostro ufficio e noi aggiorniamo immediatamente il prezzo del cotone” spiega Gladstone, studi in economia e camicia bianca. Anche se lavora per una delle società straniere, ammette subito che i contadini non sono tutelati: “Sono i compratori che fissano il prezzo e i produttori non possono far altro che accettare”. Pigia veloce sulla calcolatrice e liquida con le banconote l’anziano contadino, che senza il suo carico di cotone riparte più agile in bicicletta.

Due ruote, tre sacchi. In Malawi si viaggia a due ruote. E non si trasportano solo sacchi di cotone. No. Su una bici puoi vedere, in ordine sparso: un bidone da 100 litri in precario equilibrio. Una capretta viva sul manubrio. Una mamma sul sellino posteriore col bimbo fasciato sulla schiena. Una porta appoggiata di trasverso. Persino un tubo di 5 metri. In un Paese dove c’è un solo pediatra laureato qui, e dove ci si porta in testa la sedia di plastica a scuola il giorno degli esami, la sopravvivenza viaggia su due ruote. E per far quadrare i conti, il governo ha appena venduto l’aereo del defunto ex-presidente. Comprato per 20 milioni di dollari, è stato rimesso sul mercato a 15.
Le risorse, anche se limitate, sono indispensabili per garantire un presente diverso -e soprattutto un futuro- a 14 milioni di abitanti inchiodati a una povertà strutturale. Ci sta provando, non senza contraddizioni, la presidente Joyce Banda. Chiede di rinegoziare il contratto per la miniera di niobio a Kanyika, nel Nord del Paese. Il niobio è una preziosa “terra rara” usata in diversi settori, dall’aeronautica alla siderurgia.

Scrivi Australia, leggi Cina. La miniera è in concessione alla Globe metals and mining. Si scrive Australia, ma -anche stavolta- si legge Cina. Gli uffici sono a Perth, capitali e management a Nanchino. Le principali riserve di niobio si trovano in Brasile e in Australia. Secondo alcune fonti, il Malawi potrebbe diventarne il terzo produttore mondiale. Tutto da verificare. Ma intanto il governo chiede il 5% di royalty e il 30% di azioni. E la società civile rivendica più trasparenza. Un rapporto della commissione “Giustizia e pace” della chiesa cattolica del Paese invoca l’istituzione dell’Autorità per le miniere, già prevista da una legge del 1981. Altrimenti i rischi di sfruttamento -da parte straniera- e corruzione -da parte locale- diventano incontrollabili. Il Malawi, invece, ha bisogno di essere gestito con grande oculatezza.

Il fantasma dell’Aids. Quando si parla di povertà, da queste parti, non servono le statistiche. Basta andare nel villaggio di Kanono, una ventina di chilometri da Balaka. A volte non manca solo il lavoro. Ma anche la forza. Grew Ngomano, 45 anni, da due mesi è inchiodato a un letto. Si alza a fatica quando entriamo in casa sua. La camicia sbottonata, la pelle che si affloscia nei solchi delle costole. Gli occhi dilatati e acquosi. Un rantolo di voce per dirci che da due mesi non riesce a lavorare. La condanna dell’Aids è incisa sul suo corpo. E lui lo sa. Ma Jane, sua nipote, sieropositiva dalla nascita, ce la potrebbe fare. Sembra una bimba di quinta elementare. Ha 14 anni, da tre assume anti-retrovirali. Indossa un vestitino rosa per questa giornata particolare: oggi ha ricevuto il contributo mensile di 2.500 kwacha, circa 5 euro. Sono i fondi raccolti con il sostegno di tante famiglie italiane al “Chifundo Project”, il progetto dei Missionari monfortani per gli orfani (www.missionimonfortaneonlus.it). Un’adozione a distanza che però accorcia le distanze. Una piccola chiesa in mezzo a campi di granoturco, ogni trenta giorni, diventa il punto di distribuzione di questo sostegno diretto a 342 bambini dai 4 ai 15 anni. Sono orfani di uno o di entrambi i genitori. Come Jane. Quando la accompagniamo a casa, incontriamo lo zio-fantasma braccato dalla malattia, e la zia. Anche lei sieropositiva. Jane è stata accolta con affetto e grande dignità in questa famiglia allargata, dove ci sono già altri 3 figli. Come centinaia di migliaia di altri orfani, ha trovato una nuova vita insieme ai suoi parenti. Oggi i sieropositivi sono circa mezzo milione. Di Aids muoiono oltre 50mila persone l’anno. Cifre mostruose che comunque indicano un leggero miglioramento rispetto all’abisso di alcuni anni fa. Il tasso di incidenza dell’Hiv/Aids  tra la popolazione si è abbassato: oggi intorno al 10,5%, quasi quattro punti in meno rispetto al 2008, anche grazie ai farmaci anti-retrovirali distribuiti dal governo. Ma per combattere l’Aids servirebbe un’alimentazione variegata e completa. Invece qui il piatto nazionale è la nsima, polenta bianca di farina di mais.

Tra malaria e uranio. Pelita Khamoto, 8 anni, la mangerà anche oggi, come tutti i giorni. Ha la malaria, perché quando l’Aids concede tregua, c’è sempre la zanzara anofele. La diagnosi è scritta in corsivo sul libretto sanitario azzurro di questa bambina. Anche lei orfana e affidata alla nonna, che nel villaggio di Phalula sta crescendo altri quattro nipoti. Ma non ha i soldi per pagare qualche dose del chinino anti-malarico. Le inesistenti strutture sanitarie del Malawi, del resto, ne sono quasi sprovviste. Da settimane è in corso una grave carenza di medicinali. Il governo la imputa ai fornitori. E intanto pensa di reintrodurre un ticket.
Sei bambini su 100 non raggiungono i 5 anni, in un Paese che cresce al ritmo vertiginoso di quasi 400mila abitanti l’anno. E che fatica a tenersi le ricchezze, non molte, che comunque ci sono. Come l’uranio, nel Nord del Paese. Anche lì il governo vorrebbe rivedere la precedente concessione mineraria. E poi c’è il coltan. Ma anche tabacco e thè. Insomma, tra le risorse e l’Africa, qui in Malawi, non c’è solo un apostrofo. —

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