Ambiente / Attualità

Il ruolo delle donne nella lotta al cambiamento climatico

In tutti i Paesi del mondo è fondamentale tenere sempre presente una prospettiva di genere all’interno dei progetti di adattamento per evitare di sviluppare soluzioni miopi e di corto respiro. L’analisi di Chiara Soletti

Tratto da Altreconomia 238 — Giugno 2021
© Organizzazione internazionale del lavoro

I cambiamenti climatici inaspriscono le condizioni di vulnerabilità di intere nazioni, mettendo in discussione i diritti fondamentali dei propri abitanti. Il paradosso è che nella maggior parte dei casi si tratta dei Paesi che meno hanno contribuito alle emissioni di gas alteranti che hanno creato il fenomeno e che, a causa dell’eredità dell’epoca coloniale, si ritrovano a non avere le risorse economiche e tecniche per farvi fronte. Le ripercussioni più gravi però le subiscono quei gruppi che sono discriminati all’interno delle società di questi Paesi. E tra i gruppi limitati nelle loro opportunità e tutele, per ragioni culturali o per la mancata implementazione dei loro diritti, ci sono le donne.

Che il cambiamento climatico non colpisca allo stesso modo le persone è noto. Donne e uomini percepiscono e sperimentano questo fenomeno in modi diversi a causa delle aspettative culturali verso il loro genere. I ruoli, responsabilità e diritti assegnati alle donne troppo spesso si traducono in una realtà che, nell’affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici, può limitarne le possibilità di sopravvivenza.

Le leggi di moltissimi Paesi rendono impossibile alle donne ereditare ricchezza, possedere terre, accedere al credito e avere potestà genitoriale sui propri figli. In aggiunta, ricerche delle Nazioni Unite confermano che le donne hanno meno accesso a lavoro e opportunità economiche, e per questo hanno meno possibilità di uscire dalla povertà. Anche quando trovano lavoro, sono spesso pagate meno degli uomini e, in generale, tendono ad avere meno tempo per lavorare perché culturalmente relegate al ruolo di cura. Le donne ancora oggi svolgono la stragrande maggioranza delle attività necessarie all’approvvigionamento alimentare, delle faccende domestiche e della cura dei bambini e di altri membri della famiglia. Con una tale limitatezza di risorse e opportunità non è difficile immaginarsi quanto rischioso possa essere per una donna affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici. Le donne però non sono vittime passive del fenomeno, al contrario. Continuando a forzare le convezioni sociali e i limiti loro imposti, le donne dimostrano una resilienza straordinaria.

Nel momento in cui i loro diritti vengono rispettati, le donne diventano agenti di cambiamento: attraverso la loro profonda conoscenza della comunità, delle risorse del loro territorio e delle tecniche per preservarle, riescono a creare opportunità economiche e di miglioramento sociale prima considerate impossibili.

Lo dimostra il caso di El Mouddaa, una comunità berbera di 350 persone, che vive isolata a un’altezza di 2.000 metri sulla catena montuosa dell’Alto Atlante, in Marocco. Negli ultimi 20 anni, i cambiamenti climatici hanno avuto un profondo impatto sull’ambiente della regione. Le temperature in aumento, le siccità sempre più frequenti, il ciclo sempre più irregolare delle precipitazioni e le tempeste improvvise hanno degradato gli ecosistemi su cui la comunità basava il proprio sostentamento. Gli uomini sono stati quindi obbligati a emigrare stagionalmente per trovare lavoro e risorse, lasciando sole le donne con maggiori responsabilità.

È in questo contesto che si è inserito il progetto “Protezione di terra ed acqua, agricoltura conservativa e gestione del rischio climatico a El Mouddaa”, ideato dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) per il governo del Marocco. Lo scopo è quello di promuove la gestione sostenibile del suolo e delle risorse idriche, attraverso riforestazione, tecniche di raccolta e conservazione dell’acqua, pratiche agricole resilienti e capacità di risposta ad eventi metereologici estremi. Grazie all’integrazione di una prospettiva di genere, è stato deciso di puntare sulle donne per la realizzazione del progetto, contribuendo a ridurre il divario di genere nella comunità. Le donne sono state coinvolte dall’inizio con consultazioni mirate per lo sviluppo del progetto. Sono state poi rese responsabili di tutte le attività che ne ha promosso la loro integrazione nei processi decisionali della comunità da cui erano precedentemente escluse. Con il loro lavoro, le donne hanno fatto da tramite per coinvolgere giovani e anziani, arrivando a includere tutti i membri di El Mouddaa, un risultato eccezionale in un contesto in cui generalmente l’inclusione rimane una delle principali sfide sul campo.

Ignorare l’intersezionalità delle cause del cambiamento climatico è miope, perché rischia di concentrare gli sforzi su soluzioni dall’ottica “colonialista”

Queste pratiche inclusive sono fondamentali per l’adattamento ai cambiamenti climatici, permettendo a ogni partecipante di contribuire con le proprie conoscenze e abilità al progetto. Il volontariato locale femminile, profondamente radicato nelle tradizioni del villaggio, è stato uno dei fattori che ne ha determinato il successo, garantendo una maggiore sicurezza alimentare e stabilità economica alla comunità. La principale lezione appresa da questo progetto è che l’integrazione di un approccio di genere, l’inclusione delle donne e di tutti i gruppi particolarmente vulnerabili sono essenziali per rendere le pratiche di adattamento climatico efficaci, eque e sostenibili sul lungo periodo.

Nelle nazioni economicamente più avanzate la legge generalmente sancisce pari diritti ed opportunità per donne e uomini. Per questa ragione, associata al livello di resilienza climatica derivante dalle risorse economiche e tecniche di questi Paesi, le donne non dovrebbero risentire in maniera sostanziale delle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Nella realtà la discriminazione di genere è ben lontana dall’essere eradicata ed è ancora presente in diverse forme anche in questi Paesi. Sulla base di stereotipi culturali, le donne hanno difficoltà ad accedere a posizioni tecniche e scientifiche perché considerate non adattate a causa della loro “natura”, che le renderebbe “emotive e quindi incapaci di gestire una posizione di responsabilità o di potere”. Incontrano ulteriori ostacoli nello sviluppare la loro carriera in quanto il ruolo di cura, contributo essenziale per far funzionare la società, tende a non ricevere supporto strutturale ed è ancora considerato dai più come appannaggio meramente femminile. Un caso esemplare è il congedo di paternità che in Europa, tranne che per l’esempio virtuoso dei Paesi scandinavi, spesso non esiste o è talmente irrisorio da rendere più conveniente non usufruirne.

Nonostante i sostanziali progressi fatti rispetto al passato e il riconoscimento formale dei loro diritti, le donne hanno accesso limitato ad ambiti di lavoro dai salari competitivi e a carriere più stabili per colpa di problemi strutturali che hanno un’origine culturale e che non basati sulle loro reali capacità. È estremamente allarmante il dato Istat legato alla pandemia del Covid-19 che conferma che su 110mila posti di lavoro persi nel 2020 in Italia, 99mila erano di donne. Un dato scoraggiante perché conferma la tendenza a considerare le donne sacrificabili in una situazione di crisi.

Se la transizione energetica non verrà gestita con le giuste tutele sociali, l’acuirsi della crisi climatica avrà impatti negativi sull’economia, che rischiano di contribuire ad un arretramento della condizione femminile. Negli ultimi anni sta prendendo forma il mercato dei cosiddetti “lavori verdi”, ovvero professioni legate alla transizione verso forme energetiche rinnovabili e sistemi di produzione sostenibile. L’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) sottolinea la necessità di prendere misure strutturali per combattere la discriminazione di genere sul posto di lavoro per evitare che le donne vengano escluse ancora una volta da un ambito che si sta configurando a maggioranza maschile, rimanendo ai margini di quella che potrebbe essere un’occasione di crescita economica e di avanzamento sociale verso una vera parità di genere.

Ignorare l’intersezionalità delle cause del cambiamento climatico è miope, perché rischia di concentrare gli sforzi su soluzioni dall’ottica “colonialista” e di impatto solo nel breve periodo. Se l’intento è di ridurre le emissioni climalteranti, modificando il meno possibile i sistemi produttivi e quindi gli stili di vita dei Paesi con il maggiore potere economico, si rischia di non risolvere strutturalmente il problema. Con questo tipo di approccio i bisogni delle persone delle nazioni più vulnerabili e le alternative a soluzioni tecniche invasive sugli ecosistemi (nature based solutions) rischiano di non essere tenuti in considerazione, andando ad alimentare quelle vulnerabilità e disuguaglianze che alimentano quei fenomeni “collaterali” ai cambiamenti climatici come migrazioni di massa, insicurezza alimentare e conflitti.

Questa è la causa sostenuta dalle donne che da decenni si battono ai negoziati delle Nazioni Unite sul clima, all’interno del gruppo di interesse della società civile denominato Women and gender constituency (Wgc). All’interno di questo gruppo le donne, assieme agli uomini loro alleati, hanno modo di unire le forze, monitorando il lavoro dei negoziatori e strutturando richieste e azioni precise per vedere integrati all’interno dei testi negoziali principi legati ai diritti umani come la parità di genere, non sono per l’avanzamento della loro condizione, ma per creare un nuovo concetto di sviluppo che sia la base di sistemi produttivi equi e sostenibili. Il loro impegno è fondamentale perché l’Accordo di Parigi e i documenti che stabiliranno come dovrà essere implementato, saranno il quadro di riferimento dell’azione climatica internazionale dei prossimi decenni, quelli cruciali per dare una svolta al destino dell’umanità perché la crisi climatica è adesso e non c’è più tempo per altri rinvii. Per tutte queste ragioni una prospettiva di genere incentrata sul rispetto dei diritti umani è parte fondamentale della soluzione per rendere inclusiva l’azione climatica e trovare soluzioni efficaci che permettano di affrontare collettivamente questo fenomeno senza lasciare nessuno indietro.

Chiara Soletti è un’esperta di diritti umani e clima. Collabora con Italian climate network (Icn), per cui è policy advisor e coordinatrice della Sezione diritti e clima. È autrice di un contributo del nuovo libro di Altreconomia “Che cos’è la transizione ecologica”. Clima, ambiente, disuguaglianze sociali. Per un cambiamento autentico e radicale. È a cura di Gianluca Ruggieri e Massimo Acanfora (192 pagine, 15 euro) e in vendita anche sul nostro sito.

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