Altre Economie

Il ritorno del pubblico

Da Buenos Aires a Berlino, le 235 città che hanno intrapreso la strada della ri-municipalizzazione dell’acqua, che coinvolge oltre 100 milioni di abitanti (dai 2.139 di Coeburn, in Virginia, ai 9,9 milioni di Jakarta, in Indonesia).
Intervista a Emanuele Lobina, ricercatore italiano presso PSIRU (Public Services International Research Unit), unità di ricerca dell’Università di Greenwich

Tratto da Altreconomia 172 — Giugno 2015

Negli ultimi 15 anni, 235 città in tutto il mondo hanno scelto di ri-municipalizzare il servizio idrico integrato. Ciò significa che acquedotti (e anche sistemi di fognatura e depurazione) in passato gestiti da soggetti privati sono tornati in mano pubblica. Il censimento e l’analisi di un trend crescente (nel 2000 il fenomeno ha riguardato solo due città), tanto nel Nord quando nel Sud del mondo, che coinvolge oltre 100 milioni di abitanti (dai 2.139 di Coeburn, in Virginia, ai 9,9 milioni di Jakarta, in Indonesia), sono affidati a un libro, “Our public water future”, realizzato da Transnational Institute (TNI), Public Services International Research Unit (PSIRU), Multinationals Observatory, Municipal Services Project (MSP) e dalla Federazione europea dei sindacati dei servizi pubblici (EPSU).

“Quello della ri-municipalizzazione è un processo complesso e occorre coglierne i vari significati -spiega ad Ae Emanuele Lobina, ricercatore italiano presso PSIRU, unità di ricerca dell’Università di Greenwich, in Inghilterra, curatore del libro-: l’accezione più immediata riguarda un cambio di proprietà, e quindi un passaggio nella forma di gestione. I casi elencati, però, lasciano emergere un secondo significato, per cui ri-municipalizzazione indica un ‘cambio di paradigma’, incarnando le aspirazioni della società civile, di cittadini ma anche di amministratori locali che non vogliono trasformare solo la proprietà ma anche la natura della gestione. Emerge, in questi casi, quello che definisco ‘paradigma comunitario’, che mette cioè la comunità al centro delle decisioni relative al servizio. La traduzione di queste aspirazioni in politiche concrete spesso affronta difficoltà, come evidenzia il caso di Berlino, dove dopo un referendum promosso dai movimenti sociali, che ha portato alla ri-municipalizzazione del servizio, hanno fatto seguito tensioni tra movimenti sociali e pubblica amministrazione sull’orientamento strategico da dare al nuovo gestore pubblico”.

Il rapporto evidenzia numerosi casi nei Paesi del Sud del mondo, dove riguardano metropoli e numerose capitali, da Buenos Aires a Jakarta.
Vale la pena sottolineare che a livello internazionale ed europeo la privatizzazione resta un fenomeno minoritario, e la stragrande maggioranza delle gestioni sono pubbliche. Negli anni Novanta, però, c’è stata una accelerazione dei processi di privatizzazione, che non sono terminati del tutto: Banca mondiale e Fondo monetario internazionale imponevano e promuovevano la privatizzazione affermando che non esisteva alcuna alternativa, e gli appetiti delle multinazionali si sono concentrati sulle grandi città perché si pensava che questo avrebbe evitato un rischio commerciale, consentendo di ottenere un flusso di cassa sufficiente a garantire un profitto.Le promesse della privatizzazione, però, si sono rivelate fragili. A Buenos Aires, ad esempio, dopo l’implosione di un sistema economico nazionale, con la crisi del 2001, la multinazionale francese Suez chiede di istituire un regime tariffario di full cost recovery, con piena copertura dei costi d’investimento nelle bollette. Nel 2006, è arrivata la rescissione del contratto, dopo 5 anni di negoziati molto tesi. Il governo argentino si è fatto carico di anticipare le istanze sociali contrarie a livelli tariffari socialmente insostenibili. A Jakarta, capitale dell’Indonesia, la dinamica è molto diversa: intanto, la privatizzazione è del 1997, e da allora non sono stati avvertiti miglioramenti nella qualità del servizio. L’acqua non è potabile, e dev’essere bollita. Eppure, ci sono stati forti rincari tariffari. Ma il diritto all’acqua è riconosciuto nella Costituzione, e il Tribunale distrettuale di Jakarta ha per questo deliberato la rescissione del contratto. Il processo di rimunicipalizzazione è ancora in corso.

E l’Europa?
Direi che la Francia rappresenta un caso eccezionale a livello mondiale. Intanto, con Regno Unito e Cile è tra i pochi contesti nazionali in cui la maggioranza delle gestioni idriche è in mano ai privati. Quello transalpino é anche il Paese dove il settore privato ha una storia maggiormente radicata, tanto che le due maggiori multinazionali, Veolia e Suez, sono nate in Francia a metà Ottocento.
Proprio in Francia, forse il Paese forte dell’esperienza più consolidata di ciò che significa “privatizzare” i servizi idrici, negli ultimi quindici anni ci sono state ben 94 casi di ri-municipalizzazione. Guardando oltre il “caso Parigi”, che simbolicamente è potente, dato che è la città dove le 2 aziende hanno sede, e dove hanno gestito il servizio per 25 anni fino al 2010, in Francia il ritorno al pubblico ha interessato oltre 7 milioni di persone su una popolazione totale di circa 66 milioni. Oltre il 10 per cento della popolazione.

E questo che cosa indica?
Che il settore privato è molto bravo a vendere promesse, molto meno a mantenerle. Concetti come qualità ed efficienza confliggono con l’interesse fondamentale degli azionisti, ovvero la massimizzazione del profitto. La gestione privata in quest’ottica è a nostro avviso incompatibile con un’idea di implementazione del diritto umano all’acqua, o acqua bene comune. Nel libro molte storie sono caratterizzate dalle lettere T e E, sigle che indicano ri-municipalizzazioni avvenute “tornando indietro”, a contratti terminati o scaduti: processi difficili, di lunga durata, ma non impossibili. Che è preferibile, però, evitare, facendo a meno di privatizzare innanzitutto. —

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