Ambiente

Il ritorno dei campi

Da Rivalta di Torino a Senigallia (An), l’esempio dei Comuni che hanno scelto di cancellare aree edificabili dagli strumenti urbanistici, salvando gli “spazi aperti” —

Tratto da Altreconomia 158 — Marzo 2014

Immaginatevi nel bel mezzo di un campo agricolo incolto di circa 5 ettari di estensione. Se guardate l’orizzonte vedrete le Alpi. Dall’altra parte c’è il centro storico di un paese e qualche gruppetto di case sparse. Adesso immaginate che il piano regolatore di quella città -che è la vostra città- preveda di realizzare una striscia di asfalto, lunga 500 metri, in modo da tagliare in due metà quel campo, passando proprio lì, dove siete voi.
Adesso cambiate prospettiva, e immaginate di essere un assessore comunale di quel Comune, e di ricevere una telefonata da un imprenditore edile che vi chiede: “Allora, quand’è che costruiamo qualche alloggio?”, immaginando di farlo su quel campo, il suolo libero che si ritroverebbe da una parte e dall’altra della strada appena realizzata.

Se siete riusciti a visualizzare tutto questo, potrete allora capire che cosa ha provato Guido Montanari, assessore all’Urbanistica con delega al paesaggio di Rivalta di Torino, 19mila abitanti nella valle del torrente Sangone, quando ha ricevuto davvero quella telefonata. Per questo -d’accordo con il sindaco- decise di non costruire più quella strada, e di stralciarla dal piano regolatore che la sua Giunta aveva ereditato da quella precedente. Fu il primo passo: se può essere difficile e complesso applicare uno stop al consumo di suolo da un giorno all’altro, perlomeno ci si può impegnare a ridurlo e a far tornare terreni interessati da diritti edificatori, e per questo detti edificabili, in terreni a vocazione agricola.
Così ha fatto il Comune di Rivalta, come mi spiega Montanari: “Nel nostro programma elettorale, nel 2012, ci proponevamo di ridurre il consumo di suolo, perciò abbiamo rivisto il piano regolatore della città. Non potendolo ‘rivoltare’, perché è del 2011, quindi relativamente giovane, abbiamo proceduto con l’inserimento di alcune varianti”. La prima mossa del Comune è stata, come detto all’inizio, quella di cancellare la strada che avrebbe attraversato alcuni campi agricoli. Quell’esempio è stato considerato l’inizio della conversione: il Comune ha emanato un bando rivolto a tutti i cittadini, nel quale si chiedeva chi fosse interessato a convertire il proprio terreno da edificabile in agricolo. Una “indagine conoscitiva”, come si legge sull’avviso pubblico “volta a individuare i proprietari dei terreni che intendono rinunciare alla prevista capacità edificatoria, con l’obiettivo di censire tali aree e valutare la possibilità di ridestinarle a zona agricola”. Il bando è rimasto pubblicato due mesi e si è chiuso il 30 novembre 2013. In questo arco di tempo hanno risposto all’avviso sei proprietari, i quali hanno presentato una dichiarazione di rinuncia ai diritti edificatori sui propri terreni, dichiarazione corredata da un estratto catastale aggiornato. “Così abbiamo iniziato la nostra attività per frenare il consumo di suolo nei termini di legge -spiega Montanari, professore di Storia dell’architettura al Politecnico di Torino-. Adesso approveremo una variante strutturale al piano regolatore vigente, procedura che richiederà un po’ di tempo tra passaggi autorizzativi in consiglio e tempistiche per il pronunciamento di osservazioni da parte dei cittadini”. A cui si aggiunge il costo di questo procedimento, a partire dalla rinuncia agli oneri di urbanizzazione: “Fino all’anno scorso -riprende Montanari- incassavamo 3 milioni di euro, che quest’anno sono scesi a 1,7. E la previsione è di arrivare a 750mila. In particolare, grazie al bando, rinunciando a quei 30mila metri di terreno edificabile, abbiamo rinunciato a 900mila euro di oneri”. L’assessore prosegue spiegando come il Comune sta compensando questo ammanco di risorse: “Abbiamo rivisto le quote delle mense e dell’asilo nido, redistribuendo i carichi, salvaguardando le fasce familiari a reddito basso e alzando di poco il canone per le fasce alte. Con le compensazioni ricevute per la costruzione del termovalorizzatore del Gerbido, che ci è stato imposto, stiamo procedendo invece a una serie di riqualificazioni energetiche degli edifici pubblici che in futuro faranno risparmiare sulla bolletta. Poi vogliamo aggiungere 20 nuovi orti urbani agli 85 esistenti, e abbiamo destinato 400mila euro della spesa per investimenti (che è di 2 milioni, ndr) al bilancio partecipativo: attraverso un sondaggio chiediamo ai cittadini come destinare tali risorse. Compensiamo i sacrifici degli oneri di urbanizzazione con piccoli investimenti sul nostro futuro”.

Secondo l’assessore, con la modalità del bando -che Rivalta ha intenzione di ripetere nei prossimi mesi- la previsione è di riuscire nel corso dell’attuale legislatura (che scadrà nel 2015) a diminuire del 10% la superficie comunale interessata da diritti edificatori. Non molto, “ma un segnale -riprende l’assessore-: abbiamo sottratto al cemento 30mila metri quadrati di terreno, pari a 6mila metri quadrati di superficie lorda calpestabile”. L’attuale piano regolatore prevede un’espansione sufficiente ad accogliere 6mila nuovi abitanti, un terzo in più di quelli attuali. Secondo i dati forniti dal Comune rispondendo al censimento promosso dal forum Salviamo il paesaggio, sul territorio ci sono 6.752 abitazioni, di cui 271 non utilizzate. “A livello nazionale è cresciuta la consapevolezza che abbiamo consumato terreno in eccesso, ma non c’è una legge nazionale che mette un vincolo al consumo di suolo: questo è il maggior ostacolo all’azione dei Comuni come il nostro”.

L’esempio marchigiano.
Il procedimento di conversione dei terreni da edificabili ad agricoli, però, è una tendenza che si sta intravedendo un po’ in tutta Italia. Uno dei Comuni pionieri di questa tendenza è quello di Senigallia, cittadina in provincia di Ancona: al momento sono stati convertiti oltre 40 ettari, mentre il “futuro agricolo” di altri 33 è in corso di approvazione proprio in chiusura di questo numero di Altreconomia. “Appena eletto, il sindaco si ritrovò davanti diversi coltivatori che avevano terreni tassati come edificabili ma non prospettive di edificazione -spiega l’architetto Riccardo Picciafuoco del Forum Paesaggio Marche, www.paesaggiomarche.net-. Perciò incontrò i proprietari, per raggiungere un accordo consensuale di conversione dei terreni da edificabili ad agricoli, processo iniziato nel 2010”.
Ora l’iter del piano si è concluso, e nel 2013 sono stati eliminati 40 ettari di aree edificabili, un totale di 70mila metri quadrati di superficie lorda”. Il sindaco Maurizio Mangialardi, che è anche presidente di Anci Marche, conferma: “A parte un edificio sul mare di 350mila metri quadrati, che abbiamo stralciato di nostra iniziativa, abbiamo contattato ogni singolo proprietario, in tutto 165, per chiedere se fossero disposti a cedere i diritti edificatori sui propri terreni convertendoli di fatto alla sola vocazione agricola. Concordate le scelte abbiamo pubblicato la variante urbanistica, raccolto le osservazioni, durante le quali sono arrivate molte altre adesioni volontarie, e le controdeduzioni. L’iter procedurale è durato 8 mesi e alla fine abbiamo approvato un nuovo strumento urbanistico, capace di ridurre della metà le previsioni d’espansione del precedente piano regolatore». La variante del 2012 prevedeva una conversione di quasi 40mila metri quadrati e una riduzione della superficie lorda di quasi 90mila metri quadrati (80mila produttivi e 10mila residenziali). Quella del 2014, in approvazione, prevede di detrarre ulteriormente 47mila metri quadrati di superficie per aree produttive e 32mila di residenziali.
È proprio sull’onda di questo approccio, mi spiega il sindaco, che la Regione Marche ha iniziato a lavorare su una nuova legge regionale per convertire aree in degrado preservando terreni agricoli. Ma il caso ha fatto scuola anche per i Comuni vicini: Picciafuoco mi spiega che a Osimo, sempre in provincia di Ancona, è stato costituito un comitato, di cui l’architetto è consulente, per imitare l’esempio di Senigallia. “In questo caso l’amministratore non è favorevole a questo tipo di ‘retrocessione urbanistica’. Perché significa rinunciare a una tassazione maggiore e certa. Non solo: significherebbe anche, per il sindaco, ammettere di aver redatto un piano regolatore dalle previsioni di espansione esagerate. Invece di sposare la causa ambientale ci si vergogna dei propri errori”.
Proprio la paura dei ricorsi legali minaccia la diffusione di questo modello virtuoso. A livello nazionale, infatti, non esiste una legge capace di proteggere un ente locale da eventuali ricorsi, nemmeno in nome della tutela del suolo e del paesaggio, che dovrebbero essere beni di interesse comune: “A Senigallia -riprende il sindaco Mangialardi- su un centinaio di proprietari coinvolti complessivamente il Comune ha ricevuto un solo ricorso. Non credo che questo comporterà particolari problemi, però è un simbolo: i Comuni sono lasciati a se stessi se cercano di tutelare in questo modo il suolo agricolo”.
Solo la crisi e le tasse, cioè, stanno dando indirettamente una mano all’ambiente, dal momento che nessuna legge supporta la conversione in atto a Rivalta di Torino e a Senigallia.
È solo la crisi immobiliare -che diventa un’opportunità- a suggerire ad alcuni proprietari di interrompere il pagamento di onerosi quanto improduttivi oneri fiscali sui propri terreni. —

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