Altre Economie

Il prodotto tipico

L’italian sounding non è musica, ma il concetto che nasconde la contraffazione dell’agroalimentare italiano, un mercato che vale 54 miliardi di euro. Ne parliamo in un libro, "L’occasione fa l’uomo lardo", un manuale di resistenza contro le frodi, che denuncia il connubio tra le politiche agricole degli Stati e gli interessi delle multinazionali del cibo

Tratto da Altreconomia 171 — Maggio 2015

Qualcuno dice che perfino il nonno della pubblicità del vino San Crispino, certo non un campione della sostenibilità, abbia manifestato contro il Transatlantic Trade and Investment Partnership. Ne aveva motivo: da giovane probabilmente aveva lavorato un vitigno autoctono e prodotto un onesto e “tipico” vino del contadino. Si intitola “L’occasione fa l’uomo lardo” il prossimo libro -in libreria a maggio, in contemporanea con l’apertura dell’Expo 2015- di Altreconomia edizioni (vedi box), ed è un “manuale di resistenza” per difendere i prodotti tipici italiani, ma non solo. L’autore non si limita infatti a raccogliere i pezzi di cronaca che parlano di qualche pittoresco truffatore che ha scritto sull’etichetta lardo di Collonnata o a denunciare i rischi che il Parmesao brasiliano comporta per il nostro export. Fa molto di più: partendo dalla definizione del prodotto tipico, dai marchi di qualità europei DOP e IGP e dalle altre certificazioni -sulle quali fa una meritoria chiarezza-, transita dal vuoto normativo dove risuonano l’Italian Sounding e le sue più curiose assonanze, per arrivare infine al cuore del problema. Che non è solo come resistere all’invasione della bresaola di zebù o ai mestatori che giocano al gioco dei tre tonni, ma come mettere in discussione un sistema che ha ormai esautorato contadini e cittadini dal controllo delle filiere di produzione e di distribuzione, e sembra propenso ad abbassare la guardia contro l’agropirateria o la semplice (e lecita) commercializzazione di prodotti che fanno il verso al made in Italy.

“L’occasione fa l’uomo lardo” denuncia infatti lo “stretto connubio tra le politiche agricole degli Stati e degli organismi finanziari internazionali e gli interessi delle multinazionali del cibo, la cui storia è una vicenda di colonialismo, di controllo dei canali di produzione, distribuzione, marketing e finanziamento”. Lo scenario internazionale è proprio quello delle trattative sul famigerato Ttip, il trattato che, in nome della reciprocità, potrebbe consentire di esportare oltre Oceano -segnatamente negli Stati Uniti d’America- maggiori quantità di prodotti DOP e IGP (1.268 le registrazioni europee, primato all’Italia), ma a quale prezzo? In sostanza si tratta di barattare il successo già conclamato di un pugno di prodotti –Parmigiano reggiano, Grana padano, Prosciutto di Parma e Prosciutto San Daniele (due terzi dell’intero fatturato DOP-IGP nazionale)- con l’intero sistema di sicurezza alimentare. Mentre l’’Ue applica il principio “dall’azienda agricola alla forchetta” (from farm to fork), dove ogni passaggio della produzione è, almeno sulla carta, monitorato e tracciabile, il sistema Usa verifica solo la sicurezza del prodotto finale. Non solo. Se un éaese europeo -o la stessa Italia- potranno importare un prodotto italian style a prezzo più che accessibile, visto che il trattato prevede una reciprocità negli scambi, pensate che rifiuterà il Parma Ham? Non è che una delle molte questioni sulla plancia del Risiko agroalimentare (vedi la documentazione elaborata dalla campagna Stop Ttip Italia, http://stop-ttip-italia.net, curata da Monica Di Sisto, vicepresidente dell’associazione Fairwatch). Se esiste una soluzione -fuori dalle stanze dei bottoni- è restituire “dignità e forza alle economie locali”. Così l’autore, Eduardo Grottanelli de’ Santi, cerca una chiave per preservare la tipicità come valore collettivo -a partire dal lavoro contadino- e proteggere i prodotti tipici italiani, ben consapevole che questo non significa “conservare” ma anzi attivare e rafforzare un sistema innovativo di distribuzione e di filiera corta o cortissima. Non sarà certo attraverso Eataly, designato da alcuni come “campione” della tipicità -sostiene l’autore- che questo potrà avvenire, visto che proprio nel “tempio” del consumismo enogastronomico sono del tutto assenti gli attori primi del processo, e cioè proprio quei contadini e trasformatori che sono all’origine della creazione di prodotti di qualità. “Occorre allora -scrive- partire dal territorio, inteso come luogo di insediamento stratificato dell’identità collettiva per denunciare la crescita illimitata, lo sfruttamento delle risorse, l’omogeneizzazione tecnomorfa della diversità”. Il cibo è “l’insieme delle relazioni sociali che lo produce” dice Raj Patel. La risposta politica contro l’ordine imposto dai “padroni del cibo” è ancora una volta, in forme diverse, la “sovranità alimentare”. Per non essere costretti brindare con un buon Barollo. Dei Carpazi.

Italian sounds better
L’Italia è al primo posto nella classifica dei prodotti tipici: 271 alimenti DOP o IGP. Ma questa immensa ricchezza è messa in pericolo dal fenomeno della contraffazione. Due canali differenti, quello clandestino e quello commerciale e “lecito”. Prodotti agroalimentari con marchi o segni distintivi contraffatti e soprattutto falsamente italian sounding: denominazioni geografiche, parole, immagini, slogan che richiamano l’Italia per commercializzare prodotti che con il nostro Paese nulla hanno a che fare. Un giro d’affari stimato in circa 54 miliardi di euro l’anno, il doppio dell’attuale valore delle esportazioni agroalimentari italiane. Che cos’è un prodotto tipico, come difendersi dalle frodi, qual è la strada alternativa per una produzione e un consumo responsabili, con 20 case history di prodotti italiani, dall’aceto balsamico alla cinta senese.
“L’occasione fa l’uomo lardo. Manuale di resistenza contro le frodi e le contraffazioni agroalimentari”, di Eduardo Grottanelli de’ Santi (192 pp., 14 euro). Su www.altreconomia.it/libri

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