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Il pomodoro senza sfruttamento

A Boreano, nelle campagne di Venosa (PZ), c'è un villaggio della riforma agraria che ospita numerosi migranti durante la stagione della raccolta del pomodoro

Il “Funky Tomato” è coltivato e trasformato in Puglia e Basilicata. “Una filiera ‘biologica’ in grado di creare non solo pomodoro di qualità ma anche condizioni di lavoro dignitose con contratti regolari per i soggetti coinvolti”, spiega Mimmo Perrotta, ricercatore all’Università di Bergamo dove si occupa di movimenti migratori

Tratto da Altreconomia 173 — Luglio/Agosto 2015

Orecchiette al sugo, stufato di melanzane in salsa di pomodoro e polpettine di ceci. Alla luce del tramonto di una domenica di inizio giugno, questo è il menù proposto nella tappa bolognese del tour di Funky Tomato. Non si tratta di un gruppo musicale dallo stile rude e libero da sofisticazioni, qui funky si riferisce a un progetto di filiera partecipata legata alla produzione e trasformazione del pomodoro da salsa.
Funky, che tradotto letteralmente significa “bizzarro”, è un progetto che cerca di portare equità e giusti salari con regolarità contributiva tra Basilicata e Puglia, dove i braccianti vengono pagati 3,5 euro -di cui 50 centesimi trattenuti dai caporali- per un cassone di pomodoro di 300 chili. A Bologna, e nelle altre 7 tappe del tour in tutta l’Italia, da Venezia a Napoli, si diventa co-produttori della salsa Funky Tomato: con una somma di 15 euro, aperitivo itinerante incluso, si preacquistano 6 bottiglie da 66 centilitri l’una, da ricevere a campagna ultimata, a settembre.

“Funky Tomato vuole garantire una filiera ‘biologica’, che crei non solo pomodoro di qualità ma anche condizioni di lavoro dignitose con contratti regolari per i soggetti coinvolti” racconta Mimmo Perrotta, ricercatore all’Università di Bergamo dove si occupa di movimenti migratori. La situazione del bracciantato fotografata dall’Osservatorio “Placido Rizzotto” di Flai CGIL, è drammatica lungo tutto lo stivale: 400mila lavoratori agricoli, di cui più dell’80 per cento stranieri, si confrontano ogni giorno con la pratica dello sfruttamento. 100mila tra questi, poi, vivono in una grave condizione di disagio abitativo. Da anni, con l’associazione “Fuori dal ghetto” di Venosa (PZ), Mimmo si dedica al problema in questa zona della Basilicata, dove d’estate i borghi agricoli abbandonati vengono rianimati da un migliaio di braccianti.
In questo contesto si sono incontrate le diverse persone e i soggetti imprenditoriali che hanno deciso di unire le forze dando vita a Funky Tomato. Tra di loro ci sono Giulia Anita Bari ed Enrico Gabrielli, responsabile della comunicazione del progetto l’una e perito agrario l’altro, presenti alla tappa bolognese.
“Durante l’estate del 2014 avevamo provato a fare una ‘salsa etica’, con il risultato di sole 750 bottiglie” spiega Giulia, che all’epoca si trovava nell’area del Vulture-Alto Bradano in Basilicata con Medu, una associazione di solidarietà internazionale che sul campo presta prima assistenza medica e orientamento socio sanitario (www.mediciperidirittiumani.org). “Con Funky Tomato -continua- vogliamo dare una risposta collettiva più strutturata: quest’anno le bottiglie dovrebbero essere 20mila. Tra coltivazione, raccolta e trasformazione -la parte più impegnativa in termini di tempo, che si svolgerà nel laboratorio dell’azienda agricola Bioagrisalute di Cancellara (PZ)- il progetto garantirà 120 giornate lavorative con regolari contributi da dividere tra 4/5 braccianti”.

Il tour italiano di Funky Tomato -che si è concluso, anche se è ancora possibile preacquistare le bottiglie di salsa informandosi sul sito www.funkytomato.it o scrivendo a tomatofunky@gmail.com–  ha raccolto 10mila euro circa. Ne occorrono altrettanti per coprire tutte le spese della filiera agricola, e altri 20mila programmati come investimento nella commercializzazione e nella filiera culturale.
Nel frattempo due persone hanno già lavorato con regolare contratto nella fase della piantumazione. L’area coltivata -3.500 metri quadrati- si divide tra la proprietà di Paolo Russo, anche responsabile commerciale di Funky Tomato, a Cerignola (FG) in Puglia, e l’azienda agricola Vivai Verde Idea di Palazzo San Gervasio in Basilicata. Quest’ultima è proprietà di Gervasio Ungolo, animatore della rete Osservatorio Migranti Basilicata (www.osservatoriomigrantibasilicata.it) che per la prima volta unisce il suo lavoro di contadino a quello di attivista. I 12.000 semi germinati sono stati ricevuti in dono: “Con l’aiuto di un genetista che lavora da 40 anni nella genetica del pomodoro da industria abbiamo scelto 4 varietà diverse che, per adattabilità al terreno e al clima, possano garantire lo sviluppo di un’orticoltura sostenibile e ridurre la percentuale di rischio di perdita del prodotto” racconta Enrico, tecnico del progetto, specificando che i terreni non sono certificati biologici nonostante biologico sia il metodo di agricoltura praticato, basato sull’osservazione e non sull’intervento preventivo.
“La garanzia che il pomodoro sia ‘biologico’, nel rispetto dell’ambiente e dell’uomo, arriverà dall’autocertificazione partecipata -riprende Mimmo-. Oltre ad avere un bilancio trasparente online, ispirandoci alle pratiche costruite da varie realtà contadine in tutta Italia, attueremo un percorso di monitoraggio non solo sul prodotto finale, ma su tutta la filiera del lavoro”.
Intanto il cibo è pronto e le persone già in fila. Mentre si degusta la salsa, si preparano a concludere la serata due band: una di musica popolare e una funky. Giulia conclude: “Funky significa bizzarro, ma abbiamo scelto questo nome per la sua accezione nello slang afroamericano, dove significa ‘sporco’, ‘misto’, inteso come autentico e originale. Niente di più adatto per illustrare questo progetto nella cornice delle campagne del Sud Italia dove non risuonano più le tammorre o i canti popolari, ma un mix di culture lascia uscire dai propri smartphone le musiche pop del nostro tempo.”
Nel frattempo, anche se la salsa non è ancora nelle bottiglie, Funky Tomato ha già dato altri frutti. Assieme ad altre 2 realtà del Sud Italia –Diritti a sud di Nardò (Lecce, http://dirittiasud.blogfree.net/) e Netzanet-Solidaria di Bari, www.facebook.com/NetzanetSolidaria– è nato un progetto che si chiama Sfruttazero (www.produzionidalbasso.com/project/sfruttazero-autoproduzioni-fuori-mercato).
Gianni De Giglio
di Solidaria racconta come queste esperienze che si impegnano a creare economie solidali altre siano entrate in contatto grazie ad un articolo di Altreconomia, nella primavera del 2014: “Volevamo realizzare una salsa che fosse biologica e naturale così, dopo aver letto l’articolo, abbiamo contattato Mimmo e acquistato alcuni quintali di pomodoro dalla precedente campagna di ‘Fuori dal ghetto’. I tre progetti sono autonomi, ma questa rete sperimentale può garantire supporto, monitoraggio reciproco e -soprattutto- può rendere questi percorsi sostenibili e replicabili”.

L’orizzonte, infatti, è quello di creare una una rete di produttori che si faccia garante di condizioni di lavoro degne: dalla Puglia alla Calabria, attraversando le stagioni con pomodori, ulivi e arance.
Per ora il fil rouge della connessione è il pomodoro senza sfruttamento. —

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