Ambiente

Il nero profondo del carbone

Il combustibile che viaggia dalla Colombia all’Italia per alimentare le nostre centrali termoelettriche porterebbe con sè le storie di violazioni dei diritti umani. Secondo la Ong olandese PAX, solo nel dipartimento del Cesar sarebbero 3mila i morti, 200 i desaparecidos e 55mila i desplazados vittime di gruppi paramilitari finanziati anche dall’industria estrattiva. I dati raccolti in un rapporto di Re:Common, presentato il 6 maggio a Roma    

“Abbiamo chiesto di incontrare funzionari del ministero dell’Economia e di ENEL, ma non hanno avuto tempo per ascoltarci”. Rodrigo Rojas arriva dalla Colombia, dove coordina il lavoro della Ong olandese PAX. 

Nel luglio del 2014, dopo anni di ricerca, l’organizzazione ha pubblicato il rapporto “Il lato oscuro di carbone”, in cui gli autori e testimoni affermano che in Colombia le aziende di estrazione del carbone Drummond e Prodeco (una filiale della multinazionale Glencore) avrebbero collaborato con i paramilitari nella regione. Avrebbero fornito supporto finanziario e materiale e si sarebbero scambiati informazioni strategiche. Per il momento le società negano le accuse, che Rojas avrebbe voluto condividere anche con l’azienda italiana (e con il suo principale azionista, lo Stato), dato che il carbone estratto dalle due aziende arriva anche nel nostro Paese, dove tutt’oggi circa un quinto dell’energia elettrica viene prodotta da centrali termo-elettriche alimentate a carbone.  
“Ci occupiamo di diritti umani, e da 6 stiamo approfondendo il tema del carbone, dopo aver ricevuto richieste in tal senso da alcune comunità nel dipartimento di Cesar. Ci segnalavano un vincolo tra il paramilitarismo e le imprese presenti nella regione, che avrebbero finanziato gruppi che in otto anni ha causato oltre 3mila morti, 200 desaparecidos e 55mila desplazadosQueste informazioni oggi sono confermate anche da alcuni ex paramilitari, nel corso delle udienze di fronte ai tribunali speciali istituiti nell’ambito del processo Justicia y Paz in corso in Colombia” spiega Rojas.

A Roma, Rodrigo Rojas -che è in Italia in compagnia di Maira Mendez Barboza, figlia di un sindacalista che lavorava per Drummond, assassinato nel 2001- ha comunque incontrato la Commissione Giustizia e pace nel Vaticano, ed anche a Bruxelles i due cittadini colombiano hanno incontrato funzionari della Commissione europea. 

Il comportamento delle istituzioni italiane, perciò, lascia interdetti gli attivisti colombiani: “Un anno e mezzo fa, Lilianne Ploumen, ministro per il Commercio estero e la Cooperazione allo sviluppo olandese, è venuta in Colombia a rappresentare le preoccupazioni del suo governo. E la Danimarca ha sospeso l’acquisto del carbone di Drummond e Glencore. Perché? Perché le vittime non sono state in alcune modo ‘compensate’, e le istituzioni non paiono interessate a far giustizia. Anzi, molte vittime vivono un processo di ‘re-victimizacion’: ciò che è giù accaduto, può tornare a succedere” spiega Rivas.

Secondo il ministro della Giustizia, spiega il coordinatore di PAX in Colombia, “sarebbero almeno 12mila le imprese vincolate con finanziamenti a gruppi illegali, siano essi guerriglieri o paramilitari. Negli accordi con le FARC (la guerriglia, ndr) il governo ha accetto la creazione di un Tribunale speciale e di una Commissione per la verità, che potrà provare anche la responsabilità di ‘terzi’, imprenditori e politici compromessi con il sostegno a forze paramilitari”.

Il tipo di violenza di cui parliamo lo esplicita Maira Mendez Barboza, figlia di Candido Jose Mendez, ex lavoratore della Drummond, ucciso il 19 febbraio 2001 a Cruce De Chiriguana, nel Cesar, dal Blocco paramilitare Juan Andrés Álvarez, delle Autodefensas Unidas de Colombia: “Sono qui in rappresentanza di tutte le vittime del dipartimento di Cesar. Mio padre era solo un sindacalista e un attivista, che per 7 anni ha lavorato per Drummond. Fino a quando sono venuti a casa nostra, che si trova a circa 20 minuti dalla sede dell’impresa, alle due di notte, minacciando di tirar giù la porta se non avessimo aperto. Dopo un breve interrogatorio, in cui gli chiesero se davvero era un sindacalista, e che l’azienda lo considerava un ‘indesiderabile’, lo hanno assassinato. Con 9 colpi. Dopo un mese, assassinarono anche il presidente e il vice-presidente dello stesso sindacato. E nel mese di ottobre, il nuovo presidente”. 

“Stiamo ancora aspettando una riparazione, la verità, e garanzia di non ripetizione. Eppure, il sindacato cui era iscritto mio padre ha ricevuto anche la scorsa settimana nuove minacce” spiega Maira. 
 
A fine gennaio 2016, per la prima volta, “ho potuto partecipare a una udienza del processo che vede coinvolti  i comandanti paramilitari, e ho fatto loro la domanda che porto dentro da 15 anni: ‘perché?’. ‘Ci chiesero di metter fine all’organizzazione sindacale’, la loro risposta”. 
 
Maira e Rodrigo sono in Italia su invito di Re:Common. L’organizzazione ha pubblicato il rapporto “Profondo nero”, dedicato al viaggio del carbone dalla Colombia (primo produttore in America Latina, e quinto esportatore a livello globale) all’Italia. Il volume -insieme a un video-reportage di Bruno Federico e Nadja Drost– viene presentato a Roma, il 6 maggio
Nella prefazione, il giornalista uruguaiano Raul Zibechi scrive: “Il capitalismo attuale non è che una versione appena ritoccata della Conquista spagnola di cinquecento anni fa. Nel corso di questo lavoro si riconoscono tutte le variabili costituenti dell’estrattivismo: dall’occupazione del territorio allo sfollamento della popolazione, fino al ruolo delle banche offshore e del sistema finanziario,
elementi inseparabili e complementari dell’accumulazione per
spoliazione/esproprio. Nei territori occupati, lo sfollamento assume le dimensioni di una guerra in cui partecipano militari, paramilitari, guerriglieri e gli attori armati più diversi che si possano immaginare.
Le vittime sono sempre i più deboli: le donne indigenti e i loro figli, gli anziani e le anziane, i contadini, gli indios, i neri, i meticci. I ‘condannati della terra’, come li definisce Frantz Fanon”. 
 
Gli Stati, invece, stanno a guardare. “Il ministero dell’Economia, primo azionista di ENEL spa, ci ha fatto sapere di non voler interferire con il management, perché questi sarebbero ‘aspetti gestionali’ -dice Luca Manes di Re:Common. L’azienda, invece, si è scusata: non riuscivano a farci incontrare il capo della CSR”.
Quelli che in America Latina chiamano diritti, in Italia sono una questione di responsabilità sociale d’impresa.

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