Altre Economie

Il modello italiano

L’Assemblea generale del commercio equo italiano (Agices) compie 10 anni. Nonostante la crisi, il sistema regge ed è preso a esempio all’estero —

Tratto da Altreconomia 149 — Maggio 2013

Il numero di organizzazioni appartenenti ad Agices è stabile. Da una parte infatti c’è stato l’ingresso di nuove realtà, mentre dall’altra abbiamo assistito a un fenomeno piuttosto diffuso, ovvero l’accorpamento, per cui associazioni si fondono tra di loro. Infine, purtroppo ci sono state delle chiusure di attività, le cui cause sono forse dovute alla difficile gestione economica dei punti vendita ma forse anche al mancato ricambio generazionale. Nel 2011 Agices contava 90 organizzazioni, oggi siamo a 87. Secondo noi Agices rappresenta almeno l’80% del totale del commercio equo e solidale italiano, ma questa percentuale cresce se si considera la rilevanza economica e associativa.

Gli anni 90 e i primi 2000 hanno registrato una crescita di fatturato, poi la curva si è appiattita e adesso vediamo anche segni meno. Nel 2011 si assiste a una ripresa, sia dal punto di vista delle vendite che degli acquisti. Ma non è quello che è successo nel 2012, per quel che sappiamo sinora: nel 2012 sembra essere tornati ai livelli del 2008/2009. Certamente, si fa fatica a comporre un quadro generale, anche perché è cambiata molto la tipologia dei prodotti che si vendono: sono sempre più elaborati, e solo chi è riuscito a investire molto riesce a lavorare sui prodotti artigianali, mentre gli altri fanno fatica. Quello che non è cambiato è il canale di vendita: temevamo che le vendite nella grande distribuzione avrebbero finito per diventare il canale predominante, e che le organizzazioni con le botteghe sarebbero state marginalizzate. In realtà queste ultime sono ancora il canale di gran lunga privilegiato e la Gdo non ha avuto l’espansione che ci aspettavamo. Detto questo, dobbiamo prendere atto che l’Italia ha consumo pro capite di prodotti del commercio equo e solidale di gran lunga inferiore al Nord e Centro Europa. Alcuni dati parlano di 11 euro per il Regno Unito fino a 21 euro per la Svizzera, mentre in Italia siamo attorno ad 1,5 euro. Dall’altra parte invece dalle ricerche fatte sembra che quanto meno la conoscenza del commercio equo in Italia sia molto forte. Soprattutto se si guarda al cambiamento culturale, e non solo alla vendita, non credo che siamo così “indietro”.

Il sistema è cresciuto un po’ alla volta, ma con passo di marcia. Nel 2006 iniziamo le verifiche sul campo, con diverse fasi e metodologie di controllo. Nel 2009 il sistema si è “chiuso”, -cioè completato tutte le fasi e procedure- ed è andato a regime. Oggi abbiamo anche un osservatorio on line per fare segnalazioni (tra l’altro, uno degli elementi che ci sta “copiando” l’Organizzazione mondiale del commercio equo, Wfto). A guardare i numeri, oggi contiamo 137 audit dal 2007. Vuol dire che tutte le organizzazioni hanno avuto almeno una verifica. Oggi si sta riflettendo sull’apertura a soci esterni, perché ci sono organizzazioni molto vicine a noi, e altre tendenze che guardano alle filiere locali.
Uno degli effetti maggiori che ha avuto il sistema di monitoraggio di Agices è stato aiutare le organizzazioni a fare il passaggio dallo spontaneismo all’essere in grado di rendicontare il proprio lavoro. Le organizzazioni con fatica fanno il salto da un impegno immediato a una formazione: oggi dobbiamo accompagnare le persone impegnate nel Comes a crescere come lavoratori e amministratori. Sono i nostri 30 anni di movimento che ce lo richiedono. —

 

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