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Altre Economie

Il gusto dell’indipendenza

“Nuestro propio azucar” è quello, biologico, esportato dalla cooperativa Manduvira, in Paraguay. Che è, da aprile, il primo produttore socio di Ctm

Tratto da Altreconomia 127 — Maggio 2011
Arroyos y Esteros (Paraguay) – Nel cuore del Sud America c’è un’isola di terra: il Paraguay.
Non sono molti i giramondo che possono vantarsi di esserci stati: il vacanziere placido non va a cercarci spiagge tropicali, il turista non lo attraversa per cercare rovine precolombiane, lo scalatore non troverà coni vulcanici o ghiacciai. Uno straordinario isolamento geografico e storico circonda questo Paese, le cui remote foreste hanno in effetti offerto rifugio e nascondiglio alle missioni gesuitiche e, in tempi più recenti, a molti scampati al collasso del Terzo Reich. Ancora oggi circola la leggenda di un sommergibile tedesco arrivato nel dopoguerra a Buenos Aires e del popolamento, poco tempo dopo, del villaggio di Nueva Germania, nel profondo e quasi inesplorato Nord del Paraguay, anche se il finale della leggenda è politicamente corretto e fa scomparire i fuggiaschi tra le fauci delle belve feroci.

Ma il viaggiatore che oggi sorvola le terre rosse, messe allo scoperto, intuisce che le folte foreste sono già state tagliate per lasciare spazio ai soliti latifondi sudamericani; rimangono rari ciuffi di alberi ad alto fusto, mentre è sovrabbondante l’acqua convogliata dai mille affluenti del Rio Paraguay, che drena il bacino idrografico del Brasile meridionale. Quando poi si attraversa il cuore del Paese, lo sguardo si perde: orizzonti amplissimi ed emozionanti per noi europei, limitati solo dalle nuvole atlantiche, e terre lievemente ondulate tagliate in obliquo da nastri di asfalto che ondeggiano in lievi saliscendi, dando l’illusione di arrivare a una meta. La meta, però, non si raggiunge: si attraversa.

È la terra, immensa terra rossa da coltivare.  E quando finalmente si arriva nel piccolo paese di Arroyos y Esteros -che potrebbe tradursi con “stagni e paludi”- si capisce il motivo per cui il Paraguay è uno dei Paesi “strategici” per il commercio equo: canna da zucchero biologica per centinaia, migliaia di ettari, e la straordinaria caparbietà dei soci della cooperativa Manduvira. Andrés Gonzalez era un professore di Arroyos, e praticamente tutti quelli che in paese hanno un diploma sono stati suoi allievi. Nel 1995 ha preso in mano la cooperativa, fondata 20 anni prima come cooperativa di risparmio e credito, e ha portato avanti con rara testardaggine quello che era il sogno di tutti i piccoli produttori della zona: esportare il nuestro propio azucar” direttamente, senza più padroni. Il padrone era quello dello zuccherificio Otisa, l’unico che comprava la canna da zucchero di tutti i produttori della zona, decidendone il prezzo senza concorrenti e rimanendo di fatto arbitro della povertà dei suoi compaesani. Nonostante questo, Ariel Felippo ha un ruolo positivo in questa storia: membro dell’aristocrazia terriera che in Paraguay, come in tanti Paesi dell’America Latina, controlla i latifondi, l’economia e di conseguenza il potere politico, ha avuto la straordinaria intuizione -negli anni 90- di convertire al biologico tutte le sue piantagioni di canna da zucchero e di convincere gli altri zuccherifici del Paese, e tutti i produttori -piccoli e grandi- a fare lo stesso. Oggi sulla strada che collega la capitale Asunción ad Arroyos si passa sotto un grande cartello che da il benvenuto nella cuenca organica de Paraguay, la culla del biologico del Paese. 

All’inizio del raccolto del 2005, tuttavia, la stretta sui prezzi della canna (il “padrone” non è stato disponibile ad adeguarli a quello pagato in altre parti del Paese) ha costretto i piccoli produttori prima a organizzare uno “sciopero”, bloccando la vendita della canna ad Otisa, e poi ad unirsi alla cooperativa Manduvira, che guidava la richiesta di un prezzo equo. “In quell’anno -ricorda Andrés- i soci sono passati da 650 a 960: se si considera che fino al 2000 erano meno di 200 e oggi sono oltre 1.500, si può avere un’idea del ruolo che la cooperativa Manduvira ha avuto nella zona. Siamo stati l’organizzazione capace di portare avanti le richieste di equità e di miglioramento delle condizioni di vita dei produttori di canna della zona, tutti contadini con in media 7 ettari di terra, un’estensione piccola rispetto agli standard sudamericani”. Di fronte alla negazione di un prezzo equo, Manduvira ha cercato una strada alternativa. In una corsa contro il tempo -la canna nei terreni era già pronta per il taglio- ha avviato una estenuante trattativa con un altro zuccherificio, distante ben 80 chilometri da Arroyos. I proprietari non erano certo dei benefattori, appartenendo alla stessa élite di grandi proprietari che nel Paese ha in mano tutti gli zuccherifici; ma si trovavano nel bisogno di avere più canna da lavorare, dato che quella prodotta nei dintorni dello zuccherificio non era sufficiente per tenerlo aperto. Così Manduvira ha raggiunto un risultato storico: affittare lo zuccherificio e produrre le prime 500 tonnellate di zucchero biologico, rimanendo padrona del prodotto finito e uscendo dalla storica sottomissione rispetto alle grandi famiglie di “terratenientes”, i latifondisti.

“È un fatto storico, senza precedenti nel nostro Paese: abbiamo prodotto e venduto alle organizzazioni di commercio equo 501 tonnellate di zucchero biologico di alta qualità. Vogliamo ringraziare lo spirito cooperativo e la fedeltà dei soci che hanno conservato la canna fino alla fine del raccolto, nonostante le offerte tentatrici che hanno ricevuto, permettendo a tutti noi di rendere realtà il tanto anelato sogno di giungere a produrre ed esportare il nostro proprio zucchero”: così riporta la Relazione annuale della cooperativa del 2006. Parole asciutte che nascondono le sfide affrontate e vinte dalla cooperativa in pochi mesi: organizzare una logistica complessa e molto costosa per il trasporto del raccolto con camion e non più con i tradizionali carri trainati da buoi, convincere i clienti che avrebbero ricevuto lo zucchero richiesto nonostante la mancanza di esperienza commerciale della cooperativa, e convincere i soci ad una svolta culturale epocale. Un aspetto non secondario nel Paraguay del 2005, quando mancavano ancora tre anni all’elezione come presidente dell’ex vescovo e teologo della liberazione Fernando Lugo e la scena politica era ancora dominata dal Partido Colorado, da 60 anni padrone della vita politica di un Paese da poco uscito dalla dittatura.

Un ruolo importante lo ha avuto l’apoyo moral, il sostegno garantito dalle organizzazioni di commercio equo, in primis da Ctm altromercato, che quell’anno comprò 300 tonnellate di uno zucchero finalmente e radicalmente “equo”. Da allora, ogni anno, i soci della cooperativa hanno rinnovato il contratto di affitto dello zuccherificio e sono riusciti ad esportare oltre l’80% del proprio zucchero ai canali del fair trade: Unione europea, Usa ma anche Asia e Oceania, lo zucchero bio&equo è richiestissimo in tutto il mondo ma fino al 2010 veniva prodotto unicamente in Paraguay. Ctm altromercato ha appoggiato dall’inizio la cooperativa nella sua rivoluzione “dolce”, arrivando a comprare fino al 45% della produzione.

Ma non è tutto: gli orizzonti senza confini della pianura paraguagia forse aiutano a sognare, fatto è che “da oltre 10 anni, da quando abbiamo avuto i primi contatti con la gente del commercio Equo, abbiamo il sogno di produrre noi stessi il nostro zucchero”, dice Luis Ruiz Diaz, il presidente della cooperativa. 

Il sogno di Manduriva è quasi un’utopia: costruirsi il proprio zuccherificio. Chi ha avuto occasione di incontrare le cooperative di piccoli produttori ha spesso ascoltato ripetere a voce alta questo sogno, parlando con i contadini: “Se avessimo il nostro impianto, potremmo aggiungere valore alla nostra materia prima”. 

Ma, tranne che in Costa Rica -dove esiste un movimento cooperativo che avrebbe molto da insegnare- sono ancora poche le organizzazioni campesine che sono riuscite a raggiungere solide capacità imprenditoriali. E sono esperienze concentrate nel settore del caffè, dove gli investimenti necessari sono dell’ordine, già considerevole, delle centinaia di migliaia di dollari. Uno zuccherificio, invece, costa molto di più: è un investimento di almeno 10 milioni di dollari.

“Non avevamo futuro con uno zuccherificio lontano, troppo piccolo e i cui padroni ci aumentano ogni anno l’affitto -commenta Andrés-. In questi anni abbiamo contattato esperti, e realizzato uno studio di fattibilità poi completato da un piano finanziario che dimostra che l’investimento si ripaga in meno di 10 anni. E, finalmente, abbiamo convinto gli investitori: la Banca Inter-Americana di sviluppo (Iadb), Oikocredit dall’Olanda, ResponsAbility dalla Svizzera. E Ctm altromercato, che attraverso CreSud ha contribuito a raggiungere il credito di 10 milioni di dollari”.

In questi mesi Manduvira sta chiudendo il progetto esecutivo e i contratti di erogazione dei crediti: ha già comprato il terreno su cui sorgerà il loro zuccherificio. È a pochi chilometri da quello di Otisa, nel mezzo della zona di produzione della canna da zucchero. I lavori stanno per iniziare e tra due anni sull’orizzonte di Arroyos potrebbe esserci una ciminiera il cui fumo trasparente darà sollievo anziché fastidio alla popolazione, abituata al fumo dell’impianto del “padrone” Otisa. Per dare ali ancora più robuste ai sogni dei contadini delle terre rosse, discendenti delle popolazioni guaraní, la cui lingua è talmente viva da essere quella ufficiale del Paraguay al pari dello spagnolo, la cooperativa Manduvira è diventata il primo “socio produttore” di Ctm altromercato (vedi, a fianco, l’intervista a Guido Leoni, presidente del consorzio italiano). 

Una scelta naturale considerando la forte partnership esistente, che si è concretizzata non solo nella relazione commerciale ma anche nell’impegno della rete Altromercato in interventi di assistenza tecnica: dalla sostituzione delle vecchie gru in legno con quelle nuove in metallo, alla “invenzione” di un nuovo tipo di zucchero che ha permesso a Manduvira di trovare clienti fino in Corea, la rete ha catalizzato circa 60mila euro di fondi per sostenere il cammino della cooperativa. Questa storia continua: la prossima puntata tra due anni.

MANDUVIRA ENTRA NEL CONSORZIO CTM ALTROMERCATO
I primi soci dal sud 

Il 15 aprile 2011, il cda di Ctm altromercato ha ammesso nel consorzio la cooperativa Manduvira. La decisione, a norma di statuto, andrà poi ratificata dai soci, nella prossima assemblea. L’articolo 4 dello statuto permette ai produttori di divenire soci, ma non era mai accaduto nella storia più che ventennale di Altromercato. 

Guido Leoni, che di Ctm è il presidente, spiega: “Non è tutto: subito dopo la richiesta di adesione di Manduvira, che entrerà con 2.500 euro di capitale in Ctm, Altromercato ha chiesto di divenire socio della cooperativa paraguaiana, apportando capitale sociale per 100mila dollari. Abbiamo già soci esteri -le botteghe del Portogallo, di Malta, quelle greche, un’associazione Argentina, e qualche ong-, ma non era mai accaduto che un nostro produttore facesse questo passo. Nella nostra ottica, è il rafforzamento di una partnership che dura da circa 10 anni”.

Perché proprio ora?

“È un momento particolare per questa cooperativa, che ha in progetto la realizzazione di un proprio zuccherificio, con tutti i significati che questo comporta. 
La storia di Manduvira è talmente bella che sembra un racconto del Nobel Gabriel Garcia Marquez. L’utopia inseguita per lunghi anni, la capacità di lottare e la caparbietà di fronte alle difficoltà mostrata da questi campesino paraguagy è stata determinante verso la ricerca quotidiana di un futuro migliore per questa comunità. Dalle mie parti si dice ‘contadino testa fina’, per indicare l’intelligenza contadina fatta di osservazione costante e di pratica giornaliera, e certamente Manduvira ne rappresenta la prova provata. Siamo stati cercati, come primo partner commerciale, e la nostra risposta è stata positiva. Questo passaggio, inedito, è importante perché dall’altra parte c’è un’organizzazione di contadini che vuole fare un salto di qualità, dando valore aggiunto al proprio lavoro e controllando direttamente tutta la filiera di produzione e trasformazione. Vuol dire prendersi l’impegno di passare da 5mila tonnellate di produzione l’anno a un potenziale di 15-20mila. Per Manduvira è una sorta di triplo salto mortale, con un investimento di oltre 10 milioni di dollari e un processo di trasformazione anche organizzativa davvero impegnativo. Non è una cosa da poco, e anche nel commercio equo e solidale, processi di questo tipo non sono tanto frequenti. Inoltre, nel Paese potrebbero uscire modificate le dinamiche di potere tra le famiglie che hanno il monopolio sullo zucchero”.

L’ingresso di Manduvira in Ctm può costituire un precedente?
“Direi di no, è un’occasione unica e abbastanza eccezionale. Tuttavia ritengo che i tempi siano maturi per una riflessione più ampia e strategica con i soci. Sono processi che vanno governati attentamente, ma in questo caso era la risposta giusta. E stringere rapporti più forti con alcune organizzazioni di produttori era uno degli obiettivi del nostro piano di sviluppo. Il rapporto speciale con un socio come Manduvira ci costringerà ad adeguare il nostro modo di fare, le prassi e la nostra organizzazione, nei confronti di un socio produttore. In Paraguay siamo stati accolti con appellativi non proprio positivi dai proprietari dell’attuale zuccherificio con cui Manduvira sta ‘collaborando’ oggi. Tuttavia, sapendo come funzionano le cose in Paraguay per i contadini e i loro alleati, quelle parole per noi e per i nostri compagni suonano quasi come un complimento. Del resto il mercato mondiale dello zucchero è dominato da un cartello di poche grandi imprese, che speculando sui corsi di Borsa fanno il bello e il cattivo tempo sulla pelle dei milioni di contadini che si spaccano la schiena per coltivare la canna. L’Ue protegge il proprio mercato interno applicando dazi spropositati sull’import dello zucchero, con grave danno per i produttori del Sud del mondo. Ecco: se il racconto è da Nobel, il film invece pare di averlo già visto da altre parti. Per questo serve il commercio equo”. (pr)

Mercato, tutt’altro che libero

Lo zucchero bianco da barbabietola a cui siamo abituati si è diffuso in Europa solo nell’Ottocento, a seguito delle pressioni di Napoleone per ovviare al blocco delle importazioni di zucchero di canna imposto dagli inglesi. Egli ha dato l’impulso alle ricerche per ottenere dalla barbabietola da zucchero una sostanza zuccherina concorrenziale a quella ricavata dalla canna. Solo lo zucchero da barbabietola da zucchero, infatti, può essere prodotto in Europa. Lo zucchero di canna arriva necessariamente da Paesi tropicali e sub-tropicali. Ed è uno dei pochi beni coloniali che risente della concorrenza dei paesi industrializzati. 
Il Dipartimento dell’agricoltura degli Usa calcola che circa il 30% della produzione mondiale di zucchero viaggi per il mondo, oggetto di scambi internazionali. Per il grano la percentuale si ferma al 20%. È quindi evidente la sua importanza economica. È anche un bene quotato in borsa, e il suo prezzo è influenzato dalle speculazioni e dalle fluttuazioni di mercato. A metà aprile, a Londra, il prezzo dello zucchero raffinato è sceso di oltre il 25% rispetto ai record di febbraio 2011: vale intorno ai 600 dollari per tonnellata. Non c’è da meravigliarsi, perciò, se è il settore agro-alimentare dove è probabilmente più diffuso e pesante l’intervento pubblico: il libero mercato dello zucchero resta un’utopia. 

Chi paga veramente il prezzo, al solito, sono innanzitutto i Paesi più poveri.

Secondo i dati della Fao (del 2008), il più grande produttore di canna da zucchero è il Brasile, con quasi 650 milioni di tonnellate, segue l’India con un po’ più della metà. I più grandi produttori mondiali di barbabietole da zucchero sono invece Francia e Russia, con circa 30 milioni di tonnellate.
Secondo i dati dell’Iso (International Sugar Organization) del 2008, il Brasile è anche il primo esportatore mondiale di zucchero, con il 53% del mercato mondiale, seguito da Thailandia (13%), India (11%) e Australia (9%).

L’Unione europea è la seconda consumatrice mondiale di zucchero, dopo l’India. Secondo i dati del Comité Européen des Fabricantes de Sucre (Cefs), la produzione totale di zucchero in Europa, nell’ultima campagna 2009/2010, ammonta a 12milioni e 844mila tonnellate.  Il maggiore produttore è la Francia, con quasi 3milioni di tonnellate, seguita immediatamente dalla Germania. Secondo i dati del Cefs, dal 2000 al 2008 la produzione europea è calata del 60% ed è aumentata la necessità di importare zucchero (dai 2 milioni di tonnellate del 2005 ai 3,1 milioni di tonnellate nell’ultima campagna 2009/2010). Ciò si deve, in particolare, alla riforma dell’Ocm (l’Organizzazione comune del mercato agricolo) zucchero, che l’Ue ha adottato nel 2006, a seguito delle numerose critiche ricevute. Organizzazione mondiale del commercio (Wto), organizzazioni non governative come Oxfam International e Wwf, Paesi come l’Australia, il Brasile e la Thailandia (grandi esportatori di zucchero) si sono schierate contro le politiche protezionistiche dell’Ue, che comportano un prezzo “artificiale” fino a tre volte più alto di quello mondiale, che ha originato un fenomeno di dumping: si è generata una grande eccedenza produttiva, smaltita sottocosto sul mercato mondiale, grazie alle sovvenzioni ricevute dai produttori europei. A tutto questo si sommavano le tariffe doganali molto elevate che limitavano l’accesso al mercato interno. I Paesi in via di sviluppo sono coloro che ne hanno maggiormente risentito. 

Non godendo di nessuna sovvenzione sono spesso costretti a svendere la propria produzione, per poter restare concorrenziali. I lavoratori vengono così sottopagati e resta per loro difficile uscire dalla soglia di povertà. D’altra parte anche gli accordi preferenziali (che consistono in un più facile accesso al mercato europeo) che l’Europa ha con alcuni Paesi produttori generano problemi, come incentivare la monocoltura e indurre alla dipendenza dal commercio estero, fattori che limitano l’innesco di una vera dinamica di sviluppo interno.

A cinque anni dall’adozione da parte dei ministri dell’Agricoltura europei della nuova Ocm zucchero, il risultato a livello mondiale non è stato quello sperato dai diversi fronti critici. 

Il prezzo di barbabietole e zucchero e i sussidi sono diminuiti, ma continuano comunque a viziare il mercato. Il numero delle imprese si è ridotto, ma è aumentata la loro dimensione, rafforzando il già enorme potere delle multinazionali Südzucker, British Sugar, Tate and Lyle e Béghin Say. 

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