Altre Economie

Il decalogo zero rifiuti

L’introduzione di Zero Rifiuti di Marinella Correggia

Sosteneva il Mahatma Gandhi che ogni persona dovrebbe essere la spazzina di se stessa.

Se così fosse non esisterebbero “emergenze rifiuti”. L’obiettivo di tutti sarebbe infatti non produrne! La vita e l’economia cambierebbero in meglio. Già. Sarebbe l’occasione di prendere sul serio e convertire i 540 e più chilogrammi annui di Rifiuti solidi urbani (Rsu) a testa prodotti in Italia, da spada di Damocle a leva di Archimede, e riorientare così un sistema di produzione, consumo -e di vita- del quale sono il peggior risultato finale. Un sistema ecologicamente incompatibile con i limiti delle risorse e umanamente iniquo.

I rifiuti Rsu dovrebbero piuttosto chiamarsi ironicamente “Ruf”: rifiuti degli utilizzatori finali. Prodotti o promossi da chi -produttori, istituzioni, persone- non si pone il problema del prima e del dopo, del monte e della valle. Inventare invece -a livello individuale e collettivo- un modello di prevenzione dei rifiuti contribuisce a ripensare e a riprogettare l’economia -e la vita- nella direzione dell’ecologia, dell’indipendenza e dell’equità. Di un benessere senza bisogno della ricchezza. Di una “semplice vita e grande pensiero” (un’altra esortazione gandhiana). 

Ci sono due modi per affrontare il problema dei rifiuti. 

– uno è il cosiddetto “ciclo virtuoso”: una raccolta davvero differenziata e il successivo riciclaggio dei “materiali post-consumo”. 

– l’altro è il nostro prescelto: la “prevenzione spinta”, ossia non produrne proprio. Non solo quindi minimizzare i Rur (Rifiuti urbani residui), ossia il non riciclato, ma anche ridurre al lumicino i “materiali post-consumo” riciclabili. La nostra proposta è: guardare tutti gli scarti come se fossero Rur, e dunque fare scelte e adottare stili di vita e pratiche che consentano di non conferire nulla (beh, quasi nulla) al sistema di igiene urbana. 

Questa è la vera cura, nei fatti trascurata. Infatti nessun ciclo dei rifiuti, per quanto “virtuoso”, cancellerà l’enorme dispendio a monte di materie prime, energia (quella cosiddetta grigia, incorporata nelle merci), acqua (quella nascosta nei processi produttivi), rifiuti industriali, solidi, liquidi, gassosi, inglobati in un ciclo accelerato di produzione, distribuzione e consumo di prodotti e materiali che sfocia in troppe cose inutili prodotte, troppe scartate, troppe avanzate, troppi oggetti con una vita corta, troppi senza vero valore d’uso, troppo che non si consuma, troppi imballaggi, troppa obsolescenza. “Tanto si ricicla”, dicono. Ma è solo una riduzione del danno, per nulla indolore dal punto di vista ambientale. 

Gli scarti, anche riciclabili, sono quindi lo specchio di Dorian Gray di un’economia malata, dal pesante zaino ecologico e sociale, che grava su di noi anche quando avviamo all’entropia parziale del riciclaggio quello che in realtà non doveva nemmeno essere prodotto, o prodotto in quantità minore. Certo, la cosiddetta “raccolta differenziata spinta”, oltre a permettere di chiudere il ciclo, costringe a pensare ai rifiuti e alla fine a farne di meno. Ma il sistema rimane lo stesso, solo un po’ meno insostenibile.

Una sinergia fra stili di vita personali, sagge tradizioni e tecnologia moderna, tra impegno della società civile, scelte delle istituzioni e riconversione produttiva da parte delle aziende può prevenire i rifiuti in modo etico e partecipato e incidere così su quel che sta a monte. Se ci fosse la volontà individuale, collettiva e politica, in pochi mesi -quelli necessari alla formazione degli ex-produttori di rifiuti finali e all’organizzazione delle pratiche di prevenzione-, e senza prevedere strutture costose, si potrebbe passare dagli oltre 540 chilogrammi pro capite di rifiuti urbani, spesso nemmeno riciclati, a meno (o molto meno!) di 100, e quasi tutti poi riciclabili con i metodi e le strutture già esistenti. Lo dimostra -nel suo piccolo- l’esperienza “Spazzini di noi stessi”, condotta nei contesti urbani più diversi e di cui raccontiamo a mo’ di epilogo.

Il decalogo di Zero Rifiuti. Potreste stamparlo e appenderlo vicino ai bidoni dell’immondizia, nei condomini o dove sapete voi. Qui a fianco il pdf da scaricare

1. Bere acqua di rubinetto: è controllata e ci libera dalle bottiglie di plastica. Fuori casa una borraccia da riempire alle fontanelle pubbliche (www.fontanelle.org)

2. Cucina a impatto zero: minimizzare lo scarto alimentare comprando il giusto, preparando porzioni ragionevoli, utilizzando gli avanzi.

3. Cambiare i luoghi della spesa: scegliere i gruppi d’acquisto solidali, la vendita diretta i piccoli negozi di quartiere

4. Eco-shopper: portare con sé una shopping bag di stoffa o plastica durevole è fondamentale: si evita di dover ricorrere ai sacchetti.

5. Zero imballaggi: privilegiare frutta, verdura, formaggi senza confezione, prodotti sfusi o “alla spina”, dal latte ai cereali ai detersivi e i cosmetici.

6. No all’usa e getta. Acquistare sempre prodotti durevoli e di qualità, abituarsi a riusare, scambiare con gli amici, farsi prestare, riparare.

7. Risparmiare carta: limitarne l’uso in casa e in ufficio, stampare solo se necessario e in modalità fronte-retro, riusare il retro dei fogli.

8. Zero rifiuti collettivi: organizzare feste ed eventi senza rifiuti, in cui tutti si portano da casa l’occorrente e non si buttano gli avanzi.

9. Autoprodurre: imparare a “fare da sé” e produrre in casa conserve, sapone, detersivo, prodotti per l’igiene personale, vestiti e perfino mobili.

10. Meno tecnologia: diminuire l’utilizzo degli apparecchi elettronici, in particolare quelli a pile non ricaricabili, e usare di più “l’energia delle mani”. 

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