Esteri / Varie

Il condominio che resiste

La storia di Pumarejo, un presidio di cittadinanza nel cuore di Siviglia fondato nel 1770. Dall’assistenza legale per migranti alla moneta locale —

Tratto da Altreconomia 162 — Luglio/Agosto 2014

Pedro Pumarejo era un indiano, come si dice in Andalusia, ovvero un avventuriero diventato ricco nelle Indie del Settecento. Commerciante di legna, rientra definitivamente in patria nel 1770, compra un titolo nobiliare in contanti e fa edificare il Palazzo Pumarejo, demolendo le case antistanti per creare l’attuale piazza che fa da ingresso naturale al palazzo: 1.900 metri quadrati strutturati intorno a due classicci patii sivigliani costruiti utilizzando mogano cubano.

Nei successivi duecento anni il palazzo è passato di mano in mano, e dal 1883 si è trasformato in una casa de vecinos, ovvero in una tipica casa popolare sivigliana che ospitava nel patio servizi ed attività collettive. La vita delle tredici famiglie della Casa Pumarejo scorre normalmente fino al 2000, quando i  proprietari vendono metà dell’edificio a una società che intende trasformarlo  in un albergo di lusso. Da quel momento per gli abitanti della casa inizia l’inferno, un’altalena di pressioni  per costringerli a fare le valigie. A quel punto le mayores, ovvero le donne anziane come le chiamano a Siviglia, si aggrappano all’unico risorsa che hanno: le loro relazioni sociali nel quartiere storico della Macarena, costruite nel corso di generazioni  in quella calle  -la strada-  che è il vero cuore pulsante della vita cittadina.  
Immediatamente, attorno agli abitanti si forma una rete di appoggio e solidarietà per salvare la Casa Pumarejo, che in quattordici anni ha costruito quello che  oggi è un luogo simbolo della lotta alla speculazione edilizia, ma anche un punto di riferimento fondamentale per associazioni e movimenti. 

“La rete è nata ovviamente in solidarietà con gli abitanti e per opporsi al progetto speculativo, ma anche per facilitare le relazioni tra loro e i gestori dei 10 esercizi commerciali che avevano sede nei locali sulla strada, di cui oggi rimane solo lo storico Bar Mariano” spiega Salvador Garcia, della Plataforma Vecinal en Defensa del Pumarejo. Tutti gli altri lentamente hanno chiuso o cambiato ubicazione, e i locali sono stati occupati e adibiti a spazi sociali per ospitare le riunioni e le attività di quasi quaranta associazioni  e collettivi. La ricchezza di attività politica, sociale e culturale che si incontra al Pumarejo è sorprendente. Ai diversi gruppi che si occupano del recupero dell’edificio si affiancano corsi e laboratori, attività culturali, un servizio di assistenza legale per migranti, una biblioteca, un mercato mensile di prodotti locali, la rete della moneta locale, solo per citarne alcune.

La piattaforma del Pumarejo, formata da persone dalla diversa estrazione politica e professionale, fra le quali architetti, ingegneri, storici dell’arte e antropologi, è riuscita ad ottenere,  nel 2003, il riconoscimento di edificio di interesse culturale, sia per le caratteristiche architettoniche del palazzo, sia per la tipologia d’uso e per l’attività umana che si è alternata nel corso dei secoli.  
“Quando un luogo viene dichiarato di interesse etnologico, è necessario rispettare e valorizzare le attività che vi si svolgono, che da sempre sono il  risultato di una dinamica di trasformazione. Nel caso del Pumarejo, la vita collettiva della casa si è allargata al quartiere attraverso il processo di resistenza alla speculazione -afferma Gema Carrera dell’Instituto del Patrimonio Historico-: in assenza di rivendicazioni e movimenti sociali non è possibile disegnare una politica culturale che risponda all’esigenza dei tempi, e la tutela del patrimonio oggi non può prescindere da un approccio partecipativo dei cittadini. Qui tra antropologia e movimenti sociali esiste spesso un confine fluido, ma entrambi ci scontriamo con la politica tradizionale che interpreta ciò che accade in  maniera opportunista ”.

È in virtù del riconoscimento ottenuto dall’edificio che nel 2004 il Comune è costretto ad acquistare il palazzo, ma la nuova comunità che la anima non piace a nessuno. In dieci anni le amministrazioni comunali hanno lasciato che il palazzo continuasse a deteriorarsi e tutti i tentativi di dialogo con l’amministrazione si sono infranti sull’impossibilità di andare oltre le categorie di  pubblico o privato.
“Non siamo partiti dal concetto di bene comune, ci siamo arrivati, per far convivere dentro un luogo ed un percorso persone così diverse dovevamo lavorare sull’idea di comune. In questa casa si svolgevano feste tradizionali che costringevano i vicini a lavorare insieme, potevano esserci tensioni e problemi ma quando arrivava il momento della festa o c’era un’aggressione esterna si univano. Questo si è trasmesso ai gruppi e alle persone che si sono avvicinate indipendentemente dal  loro profilo professionale e politico. È stato un processo naturale e vitale, abbiamo poi iniziato ad usarlo all’esterno quando i politici si ostinavano a proporci un concetto autoritario di pubblico che non riconosceva la forma d’uso esistente nella nostra comunità” continua Salvador, che dedica tutte le sue mattine alla casa Pumarejo. 
Come lui sono moltissimi gli attivisti che  lavorano per tenere in piedi le iniziative e le mura stesse, in molti luoghi puntellate, del palazzo, e dopo anni di impegno si sono interrogati su come “compensare”  il tempo dedicato alla casa. Da queste riflessioni e dall’incontro con i gruppi sivigliani della decrescita è nata una delle esperienze più significative del Pumarejo, la rete per la moneta sociale che qui si chiama PUMA. L’iniziativa -nata del 2012- ha registrato un successo enorme e in meno di un anno ha raggiunto gli 850 membri. “Il PUMA è un è sistema di credito mutuo che riprende l’esperienza dei Local Exchange Trade System.  Ognuno ha un suo libretto dove vengono registrati i dati dello scambio, e ad ogni prodotto o servizio viene accordato un valore in PUMA. Chi offre segna un saldo positivo, e chi riceve uno negativo; tutti iniziano con un saldo zero e c’è un limite negativo di 100 puma -spiega Marcos Rivero, uno dei fondatori della rete-. Oggi abbiamo circa 900 offerte di prodotti e servizi  in tutti i settori, di cui il dieci per cento sono esercizi commerciali”. 
Attività complementari alla moneta sono il MercaPuma e la Centrale di rifornimento.  Durante il mercato mensile,  gli avventori occasionali che vogliono fare acquisti devono  convertire euro in PUMA, una banconota fisica che vale solo per il giorno del mercato. Con gli euro si alimenta una centrale di rifornimento per assicurare prodotti alimentari di base ai membri della rete. Un sistema complesso che garantisce la possibilità di vivere senza euro riscoprendo e mettendo in comune le proprie capacità, e stimola, al tempo stesso, le relazioni sociali e l’economia del quartiere.
Grazie alla sua formula vincente il Puma ha avuto un successo inaspettato, al punto da mettere in seria difficoltà i suoi promotori. “Non eravamo preparati a gestire in pochi mesi migliaia di scambi, e ciò a generato numerosi problemi e anche qualche conflitto interno nel gruppo promotore -continua Marcos-: per questo abbiamo deciso di fare una pausa. Ci siamo riorganizzati, ora  siamo pronti a ricominciare e abbiamo scelto di festeggiare la fine di questo periodo,  che abbiamo chiamato di ibernazione, con una festa horror a simboleggiare il superamento delle nostre paure”.
Mentre osservo la preparazione della festa percepisco lo sguardo fiero di Felicia, una delle ultime tre mayores rimaste ancora nella casa nonostante le infiltrazioni, i calcinacci che cadono e le numerose stanze sigillate dai tecnici del comune. Con gli occhi mi ripete quello che mi ha sussurrato il giorno prima incontrandomi per le scale: “Io da qui non me ne vado”. —

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia