Ambiente / Varie

Il Comune con i piedi per terra

Isabella Conti è la sindaca di San Lazzaro di Savena (Bologna), che nel febbraio di quest’anno ha bloccato un’operazione immobiliare da 300 milioni di euro. Un gesto irrituale in una Regione che tra il 2003 e il 2008 ha consumato qualcosa come 50 metri quadrati di superficie agricola al minuto. Dalla scelta di Conti è sorta una causa per una (presunta) brutta vicenda di intimidazioni rivolte alla sindaca, che ha visto coinvolti (e indagati) dei rappresentanti della passata amministrazione. L’abbiamo intervistata

Tratto da Altreconomia 176 — Novembre 2015

Isabella Conti è la giovane sindaca del Comune di San Lazzaro di Savena, 32mila abitanti in provincia di Bologna. Sulla porta del suo ufficio in municipio è appeso un cartello: “I will survive”, “sopravviverò”. Tra i libri che custodisce c’è anche “Che cosa c’è sotto”, di Paolo Pileri (Altreconomia edizioni), il manuale per conoscere e difendere il suolo: una delle priorità dell’agire di Conti, che tiene a chiarire un concetto prima di iniziare la nostra intervista: “Tutelare il suolo non è una possibilità, è un’assoluta necessità”. E la sua storia politica e amministrativa ne è la prova.
Eletta nel 2014, è finita al centro dell’attenzione per aver compiuto un atto dovuto e per questo -come racconta nella sala della “sua” giunta, dove sono appesi dei quadri celebrativi del 25 aprile- “percepito come rivoluzionario”. Conti, sostenuta dal consiglio comunale, ha deciso infatti di bloccare un’operazione immobiliare da 582 alloggi e 286mila metri quadrati -facendo decadere un Piano operativo comunale (POC) del 2011 nel mese di febbraio di quest’anno-. Le cubature sarebbero dovute sorgere nella frazione di Idice, in una zona “interamente ricompresa nell’ambito di tutela di ricarica della falda acquifera”, “a rischio di esondazione con tempo di ritorno di 200 anni” (dalla valutazione ambientale strategica), rivolta alle colline ed estranea al tessuto urbano esistente.
Ne è sorta una causa per una (presunta) brutta vicenda di intimidazioni rivolte a Conti, che ha visto coinvolti (e indagati) dei rappresentanti della passata amministrazione, tecnici e alcuni tra i soggetti interessati all’operazione (che erano Coop Costruzioni, Dipierri Costruzioni, Granulati Bologna, Astrale, Industrie Laterizi Brunori, Palazzi).

La “dovuta rivoluzione” che Isabella Conti porta avanti -“applicando semplicemente un principio di certezza del diritto”, spiega- si tiene in una Regione “ammalata” di consumo di suolo. Stando ai dati pubblicati nel report “Consumo di suolo e pianificazione” (Regione Emilia-Romagna, ottobre 2015), infatti, il 10% del territorio regionale è urbanizzato (228mila ettari, e la provincia “regina” è quella di Rimini, con il 15,51% di superficie interessata), oltre 303mila fabbricati ricadono in aree rurali ma solo il 19% è legato ad attività agricole. Il 20% delle abitazioni non è occupato e un quinto del suolo consumato è “disperso in agglomerati che non possiedono le caratteristiche minime di urbanità”. Tra il 2003 e il 2008, l’Emilia-Romagna ha perso qualcosa come 50 metri quadrati di superficie agricola al minuto, giocandosi -stando ai calcoli del Servizio geologico sismico e dei suoli- 115mila tonnellate di grano all’anno: l’“alimentazione potenziale” per 415mila persone. E se l’iter della nuova Legge regionale sul governo del territorio è appena all’inizio, il “costo per la collettività legato all’urbanizzazione nel periodo 2003-2008 è stato di 1.042 milioni di euro”, poco meno del “mantenimento degli ospedali dell’intera Regione nel 2005”. Secondo l’edizione 2015 del Rapporto sul consumo di suolo in Italia curato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA, www.isprambiente.gov.it), invece, l’Emilia-Romagna è seconda soltanto alla Puglia quanto a “superficie alterata dal consumo di suolo” -65,3% contro 68,9%-, e “ha comunque il più alto valore di superfici consumate in aree a pericolo idraulico, con oltre 100mila ettari”.

È in questo contesto che le scelte di Isabella Conti e della sua giunta assumono un particolare rilievo politico e amministrativo. “Se vogliamo rispettare il suolo e sviluppare un modello economico sostenibile, non possiamo replicare questo trascorso fallimentare. E non possiamo nasconderci dietro l’alibi della bolla immobiliare statunitense per spiegare la crisi che stiamo attraversando”, racconta. La materia urbanistica continua a rispondere a logiche irrazionali e Conti -che è consigliera delegata all’Urbanistica dell’Area metropolitana della città di Bologna- cita un esempio pratico: “Ho chiesto di avere il mosaico aggiornato delle previsioni edificatorie contenute nei piani dei 59 Comuni dell’Area e il risultato è che ci sono sulla carta 60mila nuovi alloggi, per un conseguente aumento ipotizzato della popolazione del 12%”.
Non va meglio nel resto delle province: pur in assenza di un quadro complessivo e dettagliato di tutte le previsioni di porzioni di territorio “potenzialmente urbanizzabili” contenute nei PSC (i “Piani strutturali comunali” in vigore dal 2000), la Regione ha la certezza di altri 25.755 ettari di urbanizzazioni “in arrivo”. Un dato “parziale e fortemente sottostimato”.
Per la sindaca di San Lazzaro la via giusta è invece quella della riqualificazione e rigenerazione urbana. “La politica deve studiare -afferma Conti-, e conoscere i problemi per i quali si candida a proporre soluzioni”, altrimenti il risultato è l’abdicazione a favore di un mercato talvolta sprovvisto di qualsiasi sostenibilità. Fa specie che nel caso che vede, a San Lazzaro, Conti contrapposta agli interessi dei costruttori, le imprese non siano state capaci -nonostante una proroga- di versare le fideiussioni necessarie per la realizzazione delle opere pubbliche -13,5 milioni di euro circa-. Il tutto a fronte di un giro di affari stimato per l’operazione di Idice pari a 300 milioni di euro. È il “coraggio degli atti dovuti” il merito della sindaca, che tra le altre cose anticipa ad Ae l’intenzione di “rimettere mano al vigente PSC del 2009 (che prevede 2.500 nuovi alloggi, ndr) facendone uno nuovo, veramente ambizioso”. Di un deciso cambio di passo su scala regionale è un convinto sostenitore anche Gabriele Bollini, dirigente del Servizio valutazione di impatto e sostenibilità ambientale della Provincia di Bologna e docente di Pianificazione territoriale e valutazione integrata al dipartimento di Ingegneria dell’Università di Modena. Conosce il “caso San Lazzaro”. La zona di Idice non è “sensibile” solo perché di “ricarica” della falda acquifera, ma risulta anche ricompresa nelle griglie della “mappatura delle potenzialità archeologiche” (due siti di età romana). Evidenze che si aggiungono al “notevole restringimento dei corridoi ecologico-naturalistici dalla collina alla pianura” denunciato da Legambiente. 
“Perché -chiede Bollini con sarcasmo- quei terreni sono stati acquistati nel 2007 quando ancora erano a destinazione agricola, per poi finire nel PSC del 2009 come edificabili a fini residenziali e poi nel piano ‘conformativo’ POC del 2011?”.
La risposta è sospesa ma la dinamica è evidente: “La proprietà pubblica ha smesso di governare il mercato -spiega Bollini-, con il risultato che il disegno delle città è stato consegnato nelle mani di altri attori”.
Anche la soppressione delle Province preoccupa Bollini: “Chi si occuperà del monitoraggio e della costruzione del quadro della pianificazione dei centri urbani?”. La domanda prende le mosse da un presupposto già fotografato dalla Regione: su 348 Comuni, a 15 anni dalla legge urbanistica regionale, la 20/2000, ci sono ancora 48 Comuni che hanno appena “avviato il percorso di redazione dei Piani strategici comunali” e ben 55 sono ancora “fermi” al Piano regolatore (PRG).
La strada è lunga e la compagnia più fidata, come sostiene Isabella Conti, è quella della “tutela dell’interesse pubblico”: “Non è stato facile prendere alcune decisioni, spiega, anche quando queste erano poste in contrasto con ricadute occupazionali”; “sono riuscita a fare quel che ho fatto perché circondata da persone che per passione fanno il proprio il dovere. Ed è assurdo che l’applicazione di un principio di certezza del diritto sia stata percepita come un gesto straordinario”. —

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