Altre Economie

Il commercio equo e le “incursioni” multinazionali

Riceviamo e pubblichiamo la "Lettera aperta a seguito della pubblicazione sui quotidiani di notizie relative al commercio equo ed alla corretta retribuzione dei produttori" che il presidente di Altromercato ha inviato in questi giorni.

Tratto da Altreconomia 134 — Gennaio 2012

Si parla molto, in questi ultimi tempi, di commercio equo e solidale. Se ne parla a proposito di “incursioni” da parte delle grandi multinazionali, se ne parla per invocare una più equa distribuzione della ricchezza, se ne parla come risposta alla crisi che stiamo vivendo. Ma i valori che regolano e fondano il commercio equo e solidale non sono forse immediatamente percepiti da chi non vive quotidianamente i principi di questo Movimento.

Fare in modo che un’economia socialmente giusta sia preferibile a un’altra in cui solo pochi grandi attori si avvantaggiano a discapito dei più deboli è lo scopo che il fair trade, il commercio equo e solidale, si è dato fin dalla sua nascita, più di cinquant’anni fa.

Coloro che hanno aderito a questo progetto hanno orientato le loro scelte di responsabilità e sostenibilità grazie alla costituzione di una rete di oltre 450 organizzazioni in 75 paesi oggi riunite all’interno dell’organizzazione mondiale del commercio equo (WFTO). In Italia, l’organizzazione di riferimento è AGICES (Associazione Generale Italiana Commercio Equo e Solidale), di cui fa parte Altromercato, la rete italiana che consorzia più di 300 Botteghe.
Queste organizzazioni si impegnano ogni giorno nella costruzione di relazioni continuative con i produttori: rafforzano la loro capacità produttiva, eliminano mediazioni inutili e sostengono progetti di sviluppo sociale locale. Inoltre, e questo è forse l’aspetto più cruciale della loro attività, le organizzazioni di commercio equo si impegnano a riconoscere ai produttori un “giusto” prezzo, negoziato insieme, che assicuri di coprire i costi e ricavare un guadagno. Un prezzo che permetta di essere competitivi sul mercato e al tempo stesso trasparenti nei confronti dei consumatori. Un prezzo, soprattutto, che non costringa i produttori a sfruttare la manodopera, che non incentivi il lavoro sommerso, che rispetti chi lavora.

Queste attività non riguardano solo il Sud del Mondo: coinvolgono anche belle realtà italiane, nate da chi ha messo la dignità delle persone al centro delle proprie azioni, nate dalla cooperazione, da terre liberate, dalla tutela di produttori e tradizioni locali. Un impegno che ci riguarda tutti e che Altromercato ha tradotto nel marchio Solidale Italiano.

Dopo le organizzazioni che operano nel commercio equo sono nati gli enti di certificazione dei prodotti equo solidali, come FLO e le varie affiliate nazionali. Gli enti propongono un marchio di garanzia alle imprese – piccole, medie, grandi, multinazionali – e in questo modo hanno contribuito ad allargare il mercato. A differenza della certificazione di un prodotto biologico (verificabile con prove di laboratorio e normata per legge) gli standard sociali non sono semplici da gestire, in quanto soggetti a valutazioni geografiche, politiche e culturali e la mancanza di quadro legislativo di riferimento per il rilascio della certificazione contribuisce ad innescare dinamiche conflittuali. Le organizzazioni interne al sistema esigono criteri selettivi e verifiche accurate, mentre le imprese che intendono entrare nel mercato fair attraverso prodotti a marchio spingono sugli enti di certificazione affinché i criteri da rispettare siano meno rigidi di quelli originari.

Questi conflitti tendono a disorientare i consumatori e non giovano a mantenere la rotta sui principi fondanti: oggi il commercio equo e solidale è un modello di autosviluppo riconosciuto dal mondo accademico e dalle istituzioni politiche, a partire dalla Commissione Europea, grazie al lavoro capillare svolto negli anni dalle organizzazioni ed è su questo impegno che le dinamiche del commercio stesso devono restare ancorate.

In Italia un prodotto può essere dichiarato equo solo se la sua componente fair supera il 50%, in valore o in peso. Altrettanto, nella rete dei negozi specializzati – le Botteghe del Mondo – sussiste un ulteriore requisito qualificante che obbliga l’esercizio a commercializzare almeno il 60% di articoli fair trade, configurandolo come una pratica originale ed innovativa di economia responsabile.

I numeri reali, scritti nei rendiconti economici e nei bilanci sociali, non mentono: l’impegno e la costanza che le organizzazioni, gli enti di certificazione e le aziende mettono al servizio della buona pratica del commercio equo e solidale sono accessibili a chiunque voglia informarsi.

Nel nostro paese il commercio equo ha enormi potenzialità di crescita attraverso una proposta fatta con convinzione e coerenza, per rispondere alle esigenze di consumatori sempre più attenti, sempre più inclini a dare un segno tangibile delle loro convinzioni anche attraverso il consumo, sempre meno disposti a subire le imposizioni del mercato, sempre più desiderosi di adottare modelli di consumo responsabile.

Per Il Consiglio di Amministrazione di Altromercato 
il Presidente

Guido Vittorio Leoni
 

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