Ambiente

Il cibo take-away e l’economia del rifiuto

“Un sandwich scomodo” è il rapporto che svela il quadro terrificante dell’“economia del rifiuto” che ruota intorno all’alimentazione fast food nel Regno Unito, i cui abitanti consumano fuori casa un pasto ogni sei. “An inconvenient sandwich” (lo trovate in allegato),…

“Un sandwich scomodo” è il rapporto che svela il quadro terrificante dell’“economia del rifiuto” che ruota intorno all’alimentazione fast food nel Regno Unito, i cui abitanti consumano fuori casa un pasto ogni sei. “An inconvenient sandwich” (lo trovate in allegato), redatto dai ricercatori della New Economis Foundation (Nef), parte da dati di fatto per provare a pensare un altro modello per i piccoli negozi di cibo da asporto, quelli che ogni anno servono almeno 2 miliardi di pasti per un valore stimato di oltre 10 miliardi di sterline. Quelli che soddisfano il cliente con un servizio veloce e comodo, capace di accontentare il palato e il portafoglio.  
Nef, analizzando varie fonti, mette in fila gli sprechi: enormi quantità di carta e plastica, usate come imballaggio, ma anche e soprattutto di cibo. Secondo il Waste & Resource Action Programme (Wasp), l’agenzia governativa che si occupa di riduzione dei rifiuti, sono almeno 245mila tonnellate, fra patatine, pizza e kebab. Un’altra agenzia del governo inglese certifica che quasi il 40 % delle materie prime viene importato dall’estero (il pollo dal Brasile, l’olio dall’Africa, gli ortaggi dal Sud Europa).
La New Economics Foundation ha condotto le proprie ricerche a Londra, intervistando come campione nazionale i proprietari di tre diversi locali (due caffè e un take away cinese). In un settore dominato dai giganti (marchi come McDonald’s, Pizza Hut e Burger King, giusto per citarne alcuni, riescono a “mangiarsi” la terza parte del mercato), l’attenzione di Nef si è concentrata sui “piccoli”,
come i tipici fish-and-chips e i caffè molto diffusi nel Regno Unito. Sono quelli che, adeguatamente sostenuti, potrebbero riuscire ad invertire la rotta.
Nef ha sottoposto loro un decalogo che contiene alcune mosse chiave: rivolgersi a fornitori della zona, informare maggiormente il cliente sull’origine di ciò che acquista, utilizzare materiale riciclato per le confezioni e pubblicizzare (sui menù, con cartelloni) tutti questi provvedimenti presi per direzionare il cibo take away verso la sostenibilità. Piccoli, ma costosi, rinnovamenti che i grandi del settore non si degnano di attuare e che i piccoli da soli non possono permettersi. I proprietari intervistati non hanno mezzi a disposizione: denunciano un budget troppo esiguo, uno staff ridotto, l’insufficienza di tempo materiale per attuare eventuali cambiamenti. Uno dei ristoratori ha dichiarato di pagare appena 4 sterline l’ora il suo chef, quando il minimo nazionale è di 5,8.
Inoltre, i titolari intervistati presentano una scarsa fiducia in se stessi: “Cambiare sarebbe fonte di problemi”; “vendere quella roba non funzionerebbe qui”, rispondono alle possibilità presentate loro dalla fondazione: non hanno la certezza di possedere la competenza necessaria per fare quello che risulta essere un salto nel buio, specialmente sapendo di non avere una sicurezza economica a spalleggiarli.
Guardando Oltremanica, la parola “sostenibilità” sembra non significare più “eticamente sano” (ovvero nutriente e non dipendente dallo sfruttamento di lavoratori), ma solo facilmente reperibile e low cost. C’è bisogno di una rivoluzione nelle nostre diete. 

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