Altre Economie

Il cibo del nostro cibo

In Italia ogni anno 630 milioni di animali vengono alimentati con mangimi. Vi raccontiamo come opera un impianto che li produce ed è stato convertito al bio dalle fine degli anni Novanta, e che oltre alle materie prima OGM ha messo al bando -per scelta- anche quelle di origine animale

Tratto da Altreconomia 169 — Marzo 2015

Se nel vostro piatto entrano uova, latticini o carne, quest’articolo vi riguarda. Alla base della catena alimentare di galline, suini e vacche, c’è del mangime, e così siamo entrati in un mangimificio, per capire come lavora -e le possibili scelte industriali- di chi alimenta, ogni anno, oltre 630 milioni di animali (vedi box). In Italia, gli impianti  che producono mangimi sono 503, anche se i primi venti valgono quasi il 60 per cento di un mercato che nel triennio 2011-2013 si è mantenuto sempre sopra i 7,3 miliardi di euro di fatturato, distribuendo oltre 14 milioni di tonnellate di prodotto. Leader del settore è il Gruppo Veronesi (www.gruppoveronesi.it), che è l’esempio di un’azienda “integrata”: oltre all’omonimo mangimificio, possiede i marchi Aia (che produce carni avicole, di coniglio, di suino e bovine, oltre a uova) e Negroni (che produce salumi). Nell’autunno del 2014, lo stabilimento padovano del gruppo è stato oggetto di due manifestazioni di attivisti “No OGM”: la produzione dell’intero settore, infatti, sarebbe “per oltre il 90 per cento basata su ingredienti OGM (in particolare soia OGM)”. Il virgolettato è tratto dalla relazione conclusiva di un’indagine conoscitiva realizzata tra il 2008 e il 2010 dal Senato della Repubblica, e riporta informazioni fornite dai vertici dell’Associazione nazionale tra i produttori di alimenti zootecnici (Assalzoo, www.assalzoo.it). Secondo il rapporto 2014 della stessa associazione, l’Italia nel 2013 ha prodotto 736.300 tonnellate di panelli o farine di soia utilizzando materie prime importate, pari al 48% del totale di panelli o farine estratte da semi oleosi (oltre alla soia, in questa categoria rientrano anche il girasole, o la colza) in quell’anno.

L’altro “ingrediente” fondamentale nelle “ricette” dei mangimi sono i cereali (mais, orzo e frumento), ma si possono utilizzare anche farine animali, o le penne delle galline. Silvio Abello, che ci ha aperto le porte del suo stabilimento, a Verzuolo, in provincia di Cuneo, ha scelto di non usare nella composizione delle ricette alcun prodotto di origine animale.
L’azienda piemontese dal 2000 produce solo mangimi certificati biologici: quella di Verzuolo Biomangimi (www.verzuolobiomangimi.it) è una storia di riconversione, perché fino per quarant’anni l’azienda aveva lavorato come tutti gli altri: “Avevamo in catalogo 10 diverse ‘ricette’, per tutte le tipologie di animali, e almeno sei tra queste contenevano prodotti medicali, sostanze antibiotiche” racconta oggi Abello. “Per chi produceva mangimi da distribuire ad allevatori che operano in regime ‘convenzionale’, e non biologico, era quasi impossibile farne a meno -aggiunge-: tra gli anni Ottanta e Novanta, chi voleva restare sul mercato doveva produrre di più, almeno il 20 per cento. Così è aumentatà la densità media degli animali negli allevamenti, e con questa anche il rischio di contrarre malattie”. Anche Abello è un allevatore, di suini, ed è socio di una cooperativa -che si chiama “La sorgente” ed ha sede a Saluzzo, sempre nel cuneese- che riunisce allevatori e cerealicoltori.

“L’80% della materia prima trasformata dal mangimificio arriva dai soci della cooperativa: quindici anni fa era molto difficile reperire materie prime certificate e ci rendemmo conto che era importante auto-produrre” spiega Abello. La soia utilizzata, ad esempio, è tutta italiana. “Oltre all’assenza di contaminazione OGM, per quanto riguarda la soia abbiamo l’obbligo di ritirare prodotti che non siano estratti chimicamente, ma utilizzando presse meccaniche -spiega Abello-: in questo modo, il seme non viene ‘sfruttato’ completamente, e c’è un residuo maggiore d’olio nel panello, ma è totalmente naturale”.

Secondo Assalzoo, il biologico vale circa l’1,5% del mercato, circa 210mila tonnellate.
L’impianto di Verzuolo, che nel 2014 ha prodotte 170 tonnellate di mangimi, è altamente automatizzato: i silos e i contenitori che vengono utilizzati per stoccare i cereali e le altre materie prime sono gestiti attraverso una “sala di controllo”. Il prodotto finito -che esce dalle macchine in farine o pellet- viene poi stoccato, per essere poi venduto quasi integralmente sfuso. “Verzuolo biomangimi” è certificata da Bios (www.certbios.it), e agli allevatori i suoi prodotti costano circa il 30 per cento in più del convenzionale. I mangimi per le galline ovaiole hanno un prezzo di circa 50 euro al quintale, mentre l’alimento destinato a suini e vacche ne costa circa quaranta. “Per alimentare un maiale, e portarlo da 25 a 160 chili, servono cinque quintali di mangime, per un valore di circa 200 euro” racconta, come esempio, il titolare della Verzuolo Biomangimi. Nella sua azienda agricola oggi alleva 400 suini, che erano 720 -nello stesso spazio- quando faceva agricoltura tradizionale. “A una densità ridotta, corrisponde uno stato di salute migliore”. Per quanto riguarda l’alimentazione, Abello racconta che con i suini preferisce evitare la soia, “perché cambia il sapore delle carni. Come proteico per i maiali uso il favino -spiega, e poi svela alcuni segretti del ciclo produttivo-: per le pecore, utilizzo un panello di girasole che trasferisce un gusto particolare anche allo yogurt; per le galline ovaiole, invece, abbiamo individuato un trito di erbe mediche, con un alto contenuto di caroteni e xantofille, che colora un po’ il guscio dell’uovo”. Questo mangime permette di ottenere un prodotto finito (l’uovo) con caratteristiche adeguate agli standard della grande distribuzione organizzata (Gdo). “Nell’ambito dei mangimi prodotti per allevamenti ‘convenzionali’, è possibile aggiungere dei coloranti che permettono di ottenere guscio e tuorlo del colore desiderato. Ma se il tuorlo è di un rosso acceso, quell’uovo non potrà mai essere biologico” scherza Abello.
Le formule di tutte le razioni alimentari, sia per il biologico che nel convenzionale, sono comunque elaborate da un veterinario: “Nell’area mediterranea, gli allevatori hanno spesso un problema nella produzione di alimenti proteici. Per questo, molti comprano mangimi che sono definiti come ‘nuclei proteici’ o ‘integratori’ -spiega Andrea Martini, veterinario del Dipartimento di Scienze Produzioni Agroalimentari e dell’Ambiente dell’Università di Firenze, dove insegna Zootecnia biologica-: l’esigenza principale che impone l’utilizzo di mangimi è l’esigenza di garantire una dieta equilibrata”. 
 
L’importanza nella composizione dei mangimi è legata  alle “certificazioni di filiera”. Verzuolo Biomangimi, ad esempio, è “autorizzata a produrre” per la Granarolo, o per Carrefour. Questo significa, che l’azienda di Silvio Abello può distribuire in proprio mangimi ad allevamenti che, a valle, vendono il prodotto a questi gruppi. 
“Il capitolato latte e uova ‘bio’ di Granarolo, ad esempio, comporta che il prodotto sia interamente nazionale, compresa la soia utilizzata, e che nella formulazione non vengano utilizzati prodotto di origine animale -spiega Abello-. Carrefour, invece, impone analisi sulle contaminazioni da diossina e anche sulla presenza di PCB, i policlorobifenili”, di cui negli ultimi anni sono state trovate tracce -ad esempio- in campioni di latte del bresciano, “trasferito” nel prodotto finito dallo stomaco delle vacche, colpevoli di ruminare foraggi prodotti sui terreni inquinati dalla industria Caffaro.
“La differenza più grande, tra chi produce mangimi ‘bio’ e chi fa convenzionale, è che noi siamo tenuti a una ‘certezza agricola’, dobbiamo sapere che cosa e dove si è seminato. Chi fa convenzionale, compra le materie prime sul mercato, guidato da una logica di ottimizzazione dei costi. Questo comporta anche la possibilità di variare le formule, costantemente, a seconda del livello dell’offerta di questa o quella materia prima proteica. Qui invece diamo continuità al prodotto” racconta Abello.

L’azienda di Verzuolo ha chiuso il 2014 con un fatturato di 9 milioni di euro, in crescita del 12 per cento rispetto all’anno precedente. Nel 2001, dopo la conversione al biologico, i ricavi erano appena 800mila euro. Il 98 per cento del prodotto viene venduto sfuso, e solo una minima parte in sacchi. I dipendenti sono quattro, racconta Abello, e nessuno di loro si occupa della parte commerciale. Eppure, l’azienda distribuisce i propri mangimi anche fuori dal Piemonte, a Udine, Terni e Viterbo, dove -ad esempio- ha come cliente la Fattoria Cupidi di Gallese (VT), un’azienda che produce 8.500 uova biologiche al giorno e che fa parte del “Bio-distretto della via Amerina e delle Forre” (vedi Ae 155). È un’economia delle relazioni, anche se nascosta agli occhi del cittadino-consumatore. —   

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