Ambiente

Il cambiamento climatico si è fermato. O forse no?

"Il cambiamento climatico si è fermato". Ce lo spiega David Rose sul Daily Mail, il quotidiano britannico non proprio esperto in questioni scientifiche, ma certamente attento al profilo sexy di Jane Fonda, oramai splendida 73enne, sulla promenade di Cannes. Ma…

"Il cambiamento climatico si è fermato". Ce lo spiega David Rose sul Daily Mail, il quotidiano britannico non proprio esperto in questioni scientifiche, ma certamente attento al profilo sexy di Jane Fonda, oramai splendida 73enne, sulla promenade di Cannes. Ma questo non conta, l’importante è che il signore e la signora Smith vengano informati della scoperta del secolo.
Sulle pagine dei quotidiani di mezzo mondo, spesso parlano centri di ricerca che nella distrazione generale vengono accreditati come studi indipendenti. Messi sullo stesso piano delle ricerche degli scienziati dell’IPCC, il Panel intergovernativo che sotto l’egida Onu studia effetti e sviluppi del cambiamento climatico. I riflettori dei media mondiali si sono concentrati su alcune inesattezze dell’ultimo report diffuso nel 2007, adombrando rischi di parzialità nelle comunicazioni del Panel. Uno scandalo sgonfiato ed approdato al nulla dopo mesi di polemiche, guarda caso alimentate ad arte in vicinanza dei summit di Copenhagen e di Cancun della Conferenza delle Parti.
Ma ben pochi si sono spesi per far emergere l’altra faccia della medaglia, che parla di legami tra imprese e centri di ricerca. Come quelli "negazionisti", che diffondono scetticismo sulla responsabilità umana del mutamento climatico.
Grazie ad un lavoro di analisi e ricucitura delle informazioni, il blog Carbon Brief è riuscito a far emergere i legami tra alcuni dei principali scienziati "scettici" e le più importanti Corporation. Sherwood B. Idso, è presidente del  Center for the Study of Carbon Dioxide and Global Change, ed è autore molto prolifico, visto che il suo nome compare su 67 degli oltre 930 lavori analizzati. Il suo "think-tank" è sostenuto da ExxonMobil. A ruota segue Patrick J. Michaels, con le sue 28 pubblicazioni. Michaels ha dichiarato di ricevere quasi il 40% dei finanziamenti dalle industrie petrolifere. O Willie Soon e John R. Christy, entrambi membri del George C. Marshall Institute, anch’esso sostenuto dalla Exxon. Niente di nuovo sotto il sole, in questo caso, se pensiamo che
la stessa Exxon è stata accusata da un network statunitense (l’Union of Concerned Scientists), di aver speso più di 16 milioni di dollari tra il 1996 ed il 2005 per pagare una campagna di “disinformazione” sui temi del cambiamento climatico, di questi 16 milioni il George Marshall Institute avrebbe ricevuto la bellezza di 630mila dollari  per contribuire allo sviluppo del piano di comunicazione della campagna. E’ lo stesso istituto che, sul proprio sito a firma Peter Huber, ci racconta dell’inadeguatezza delle fonti alternative, fotovoltaico in primis, e dell’efficienza di un’economia basata su gas, petrolio e carbone.
Secondo Carbon Brief, otto tra i più importanti ricercatori "scettici" su dieci avrebbero legami con ExxonMobil, mentre un nono scienziato, Bruce Kimball, avrebbe legami indiretti considerato che tutte le sue pubblicazioni sono state coprodotte con  Sherwood Idso.
Le aziende sostengono le proprie idee e convinzioni investendo una grande quantità di denaro. Non è una grande scoperta, in effetti. Da che mondo e mondo chi ha risorse economiche ha la possibilità di condizionare a proprio vantaggio il contesto dove opera, facendo pressioni su decisori politici e organismi di regolamentazione grazie ad un lavoro certosino su consenso ed informazione.
Era successo alla fine degli anni ’80, quando le grandi imprese energetiche decisero di fondare la Global Climate Coalition (GCC), un organismo no profit con l’obiettivo di analizzare le questioni del cambiamento climatico.
Nel 1997, proprion nel momento in cui la Comunità internazionale si impegnò per varare il protocollo di Kyoto sul clima, diedero  vita ad una campagna di pressione sul Governo degli Stati Uniti (il Global Climate Information Project) perché non firmasse il Protocollo sui Gas climalteranti.
Della GCC, sciolta nel 2000, ne facevano parte la Duke Energy, la Ohio Edison, la Southern Company. Imprese emerite sconosciute ai più, ma parte integrante, oggi, dello schieramento pro-nuke statunitense che della lotta al cambiamento climatico grazie all’atomo ne hanno fatto una bandiera.
Informazioni e dati disponibili a chi li vuole cercare. E che chiariscono meglio quell’"oggettività scientifica" che vorrebbe ridimensionare a fenomeno naturale il peggior disastro umano degli ultimi secoli.
 

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia