Ambiente

Il buon senso contro il diritto a costruire

"8 mq al secondo" è il nuovo libro di Domenico Finiguerra, già sindaco del primo Comune italiano ad approvare uno strumento urbanistico a crescita zero, promotore del Forum "Salviamo il paesaggio": "Siamo ‘moderati’ perché vogliamo mantenere quel poco di equilibrio sociale ed ambientale che è rimasto; estremista è chi ha riempito il territorio di cemento"

L’Italia perde 8 metri quadrati al secondo, che finiscono “sepolti” dal cemento. Lo ha ribadito l’ISPRA, nell’ultimo rapporto relativo al consumo di suolo, presentato a Roma a fine marzo. E “8 mq al secondo” (in uscita per l’EMI) è anche il titolo del nuovo libro di Domenico Fiiniguerra, già sindaco di Cassinetta di Lugagnano in provincia di Milano, primo Comune italiano ad approvare un piano di governo del territorio a “crescita zero”, poi fondatore di Stop al consumo di territorio e promotore del Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio. Oggi Domenico Finiguerra è candidato al Parlamento europeo con la lista “L’altra Europea con Tsipras”.
 
Nel tuo libro, Domenico, racconti chi sono i “moderati”, oggi, in Italia.
“Credo sia opportuno ribaltare un concetto abusato dai media, per affermare che i ‘moderati’ siamo noi: tutti noi che vogliamo in qualche modo alleggerire il peso dell’uomo, dell’azione, della tecnica, di tutto ciò che viene riassunto nel concetto del cosiddetto sviluppo, e che spesso ci viene presentato come l’unico modo per garantire nuovi posti di lavoro, a scapito della terra.
Siamo ‘moderati’ perché vogliamo mantenere quel poco di equilibrio sociale ed ambientale che è rimasto, mentre i veri sovversivi -o estremisti, come veniamo spesso definiti dai politici e dai media mainstream- sono coloro che hanno sovvertito gli equilibri sociali, ambientali ed ecologici del Paese e del Pianeta. Moderati sono tutti i comitati che lottano contro la cementificazione, contro il saccheggio del territorio, contro la privatizzazione. Coloro che mettono al centro l’individuo e non la finanza”.

Il tuo pamphlet avrebbe potuto titolarsi anche “contro il diritto a costruire”. Che, spieghi, non esiste…
“Nel libro riprendo l’elaborazione e le tesi del professor Paolo Maddalena, già vicepresidente della Corte Costituzionale. Da studioso del Diritto romano, egli afferma che la proprietà collettiva prevalga su quella privata, perché è pre-esistente. Oggi però la proprietà condivisa del territorio è stata soppiantata dal ‘diritto edificatorio’, un concetto figlio di una logica privatistica che manca però di riconoscerne -e in questo contraddice la Costituzione- la funzione sociale.
L’articolo 42 afferma infatti che chi ha un pezzo di terra può disporne, ma solo se questo produce benessere condiviso: negli ultimi 50 anni è passata invece la vulgata secondo cui esisterebbero presunti ‘diritti edificatori’, insistendo sul fatto che quando c’è uno strumento urbanistico che ‘contiene’ milioni di metri cubi di cemento questa situazione è immodificabile. Dobbiamo però considerare che la proprietà privata è riconosciuta dalla legge, mentre quella collettiva -funzionale a un benessere di tutti i cittadini- è riconosciuta dalla Costituzione: quest’ultima dovrebbe perciò prevalere.

Alcune sentenze emesse dalla Corte Costituzione e anche dal Consiglio di Stato negli ultimi anni affermano questo principio, riconoscendo che un consiglio comunale -che è espressione di una comunità- ha sempre in capo, e mantiene, il diritto di decidere che cosa fare di una determinata porzione del territorio comunale. Ciò significa che è possibile riportare un’area, che per un determinato periodo ha avuto status ‘edificabile’, nella condizione di terreno agricola o area verde, qualora lo sviluppo edificatorio non abbia avuto ‘esito’: le decisioni e le scelte possono essere modificate. Queste sentenze riportano la gestione del territorio nella giusta dimensione: la potestà è in capo all’ente pubblico.

Il territorio dell’89% dei Comuni presenta grave criticità dal punto di vista idrogeologico. Tu hai fatto esperienza amministrando un piccolo Comune, e così ti chiedo che cosa si potrebbe fare? Quali sono i problemi per agire e intervenire? Sono di natura culturale o contabile?
“Prima di tutto, ci sono problemi di natura finanziaria: moltissimi Comuni non hanno potuto curare il dissesto idrogeologico perché il Patto di stabilità ha impedito di finanziare le opere di messa in sicurezza del territorio, o perché i trasferimenti dal governo centrale sono stati via via ridotti, o anche perché manca un piano nazionale di interventi.
La voce ‘dissesto idrogeologico’ non è mai stata prioritaria nel bilancio del Paese, a fronte di danni causati dal fenomeno che secondo il Wwf ammontano a 60 miliardi negli ultimi 60 anni.
Accanto a questo problema, però, ce n’è anche uno di tipo culturale, legato alla costruzione del consenso: il rifacimento di un tratto di fognature e la cura di una frana non fanno vincere le elezioni, mentre le grandi opere -come quelle costruite in questi anni- portano dritti verso il successo elettorale. Servirebbe perciò un movimento culturale, una nuova scuola politica che metta la cura del territorio al primo posto, anche per risolvere problemi che sono evidenti dal punto di vista lavorativo. Un piano di piccole opere sarebbe in grado di rimettere in moto l’economia”. 

L’esperienza del Forum salviamo il paesaggio può essere definita una risposta al “rischio apatia” frutto di un eccesso di cementificazione?
“Nel mio libro cito l’ultimo lavoro del professor Francesco Vallerani, dedicato all’Italia Desnuda, che fa emergere in modo chiaro una situazione di soffocazione: credo che questo malessere sia una delle spinte che ha portato molti ad impegnarsi nei comitati, e anche nel Forum.
‘Salviamo il paesaggio’ vuole costruire un soggetto culturale capace di contrastare la deriva e un’omologazione, che porta molti a non  riconoscere né a riconoscersi nel proprio territorio. Nel far questo, ha l’opportunità di connettersi con tutti gli altri soggetti che portano avanti percorsi di costruzione dell’alternativa sul territorio, dal gruppo d’acquisto solidale all’esponente della lista civica che in consiglio comunale porta avanti una lotta spesso da solo.
Il Forum può diventare il soggetto capace di coagulare migliaia di ‘riserve etiche’, come le ha definite Alex Langer, presenti in tutta Italia, di partecipare alla costruzione di una comunità capace di una riflessione sociale. Nel corso degli ultimi anni ho incontrato tantissime persone che, ciascuna nel suo territorio, è capace di proposte e azioni straordinarie, dalla Valsusa alla Sicilia. Soggetti capaci di costruire un’altra Italia. Credo che ‘L’altra Europa’, la lista con cui mi candido al Parlamento europeo, ha senso se costruiamo un’altra Italia, che è la cosa più urgente. E i comitati devono essere protagonisti di questo processo”.  

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