Altre Economie

I progetti per tassare le banche

“Penso che sia da abrogare”. Il pensiero del presidente della camera in pectore del partito repubblicano americano sul tema della riforma del sistema finanziario non potrebbe essere più definito. E non potrebbe meglio spiegare il motivo per cui la lobby dei banchieri pompa tanto denaro nelle casse del partito dell’elefante.

Un ruolo di primissimo piano nella crisi tuttora senza chiara uscita è stato senza dubbio giocato dal sistema finanziario in generale e da quello bancario in particolare.

Per qualche tempo si è quindi pensato che per uscire durevolmente dalle difficoltà  sarebbe stato indispensabile arrivare ad una profonda modifica del modo di operare delle stesse banche e delle loro relazioni con il mondo dell’economia e da molte parti si sono alzate voci anche molto autorevoli in tale senso, mentre anche un’opinione pubblica inferocita spingeva nella stessa direzione. Poi la gravità immediata della situazione si è ridotta, è andata contemporaneamente avanti un’opera di lobbying anche feroce da parte del sistema bancario perché nulla cambiasse e si è cominciata a manifestare in materia una scarsa convinzione dei politici – che comunque hanno bisogno di soldi per le loro campagne elettorali – mentre sono poi riemersi in generale degli interessi tra più vari in proposito; altri gravi problemi sono venuti alla luce, dalle persistenti difficoltà dell’economia, alla disoccupazione crescente, alla crisi dell’euro e l’attenzione sul tema si è alleggerita. E così  di riforma delle banche per un po’ non si è sentito molto parlare.

Negli ultimi mesi il tema è tornato in qualche modo alla superficie: gli Stati Uniti hanno approvato una riforma del sistema, l’Unione Europea sta per fare altrettanto, anche se più faticosamente, e le nuove regole di Basilea sulla capitalizzazione degli istituti stanno per vedere la luce, anche se la loro applicazione concreta sarà probabilmente messa in atto nell’arco di  una decina d’anni. Molto sinteticamente si può affermare che le nuove regole che avanzano sui tre fronti citati non sono certamente sufficienti a “domare la bestia”. Occorrerebbero su molti punti misure più incisive, ma comunque quelle approvate o in via di approvazione rappresentano  un qualche passo avanti significativo nella giusta direzione, anche se tutte le misure approvate non saranno peraltro sufficienti a  evitare una qualche nuova crisi finanziaria, anche a breve termine. 

Un tema su cui sembra di intravedere dei possibili mutamenti significativi delle attuali normative in senso almeno relativamente positivo, soprattutto in Europa, è quello di una qualche possibile nuova tassa sulle banche, sulla scia in qualche modo della ormai antica proposta degli anni settanta e relativa alla cosiddetta “Tobin tax”. I più recenti sviluppi hanno decisamente irritato il sistema bancario che nel suo insieme appare sostanzialmente ostile a tali progetti, tanto che alcuni dei rappresentanti più aggressivi hanno persino paventato che le grandi banche potrebbero anche "emigrare" verso i paesi asiatici.

Una notizia incoraggiante in proposito è quella relativa al fatto che la massima autorità “ideologica” a livello occidentale  in tema di finanza, il Fondo Monetario Internazionale, ha detto sì. In uno studio pubblicato di recente dal Fondo si  afferma, in effetti, per la prima volta che una piccola tassa sulle transazioni finanziarie potrebbe avere un effetto positivo e potrebbe non danneggiare in modo rilevante i mercati. Il governo tedesco ha quindi avanzato un progetto di tassa bancaria a fine agosto, mentre Francia e Gran Bretagna faranno lo stesso a breve, secondo un comunicato comune emesso in tale senso a giugno.

Ma se in Germania la tassa bancaria alimenterebbe un fondo di garanzia che dovrebbe essere utilizzato nel caso sia necessario qualche salvataggio bancario, evitando che invece debba intervenire invece lo Stato, in Francia e Gran Bretagna il concetto di base appare quello che le entrate derivanti dalla tassa sulle banche dovrebbero entrare nel bilancio generale dello Stato, accettando così implicitamente l’idea che sarebbe direttamente sempre lo stesso Stato a continuare a garantire il sistema bancario in caso di crisi.

Intanto, a livello di Unione Europea, il commissario agli affari interni, il francese Michel Barnier, appare seriamente intenzionato a spingere  perché venga adottata da Bruxelles una risoluzione comune vincolante  sul tema. Ma i vari governi europei, al di là di quanto già sopra indicato, sono divisi sulla questione, sia per quanto riguarda le caratteristiche della tassa da istituire, che per quanto riguarda l’utilizzo dei fondi raccolti.

Una riunione  dei primi di settembre  sul tema si è conclusa per il momento con un nulla di fatto (Tremonti ha definito stuzzicante la proposta…), ma le discussioni sono ancora in una fase preliminare e comunque si sono manifestati dei passi in avanti rispetto ad un precedente incontro. Barnier appare ottimista sul raggiungimento di un accordo entro qualche mese.

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