Esteri

I numeri sotto l’assedio – Ae 74

Ascoltare la voce dei palestinesi può aiutare i politici di tutto il mondo a prendere le decisioni giuste, dice Nabil Kukali, professore di statistica e fondatore del Centro palestinese per la pubblica opinione. Così almeno scoprirebbero che la maggior parte…

Tratto da Altreconomia 74 — Luglio/Agosto 2006

Ascoltare la voce dei palestinesi può aiutare i politici di tutto il mondo a prendere le decisioni giuste, dice Nabil Kukali, professore di statistica e fondatore del Centro palestinese per la pubblica opinione. Così almeno scoprirebbero che la maggior parte di loro vuole solo vivere in pace con Israele

Nabil Kukali, 56 anni, arabo cristiano di Betlemme, si è specializzato in scienze statistiche negli Stati Uniti ed è professore associato di “ricerca statistica” all’università di Hebron. Ha fondato e dirige il Pcpo, Centro palestinese per la pubblica opinione. Il Centro, sorto nel 1994, è forse l’unico in Palestina a svolgere indagini statistiche sui temi più svariati -dalla pace alla difesa ambientale- in tutta l’Autorità Palestinese, dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania. Le sue ricerche svelano, tra l’altro, il peso marginale degli estremismi e l’esistenza di una larga base palestinese che desidera il dialogo e la pace.



Lei realizza sondaggi e conduce ricerche statistiche in un Paese sotto assedio: fare domande all’opinione pubblica aiuta a costruire democrazia e la pace?

Costruire una società davvero democratica significa anche ascoltare quello che la gente dice e indagare quello che pensa. Credo che ricerche statistiche e sondaggi siano molto importanti per il consolidarsi del futuro Stato palestinese. Siamo fortunati, in altri stati arabi non esiste alcun tipo di attività statistica. E lavoriamo su un terreno fertile: il 78,6% dei Palestinesi, secondo una nostra ricerca, si fida dei sondaggi condotti nei Territori. La società che dirigo impiega fino a 65 ricercatori contemporaneamente, capaci di intervistare anche 1.700 persone in due giorni. A volte, spostandosi di villaggio in villaggio, hanno problemi con i check-point: i soldati israeliani li fermano, sequestrano i fogli, domandano di cosa si tratti… ma in fondo sono inconvenienti superabili. I nostri sondaggi vertono su temi di  grande importanza per la  vita della gente in Palestina. Una volta pubblicati sui media, possono aiutare i politici a prendere le giuste decisioni.  



A proposito di media: si ha l’impressione che spesso, trattando la situazione mediorientale, diano voce solo agli estremisti.

È così: accreditano gli estremisti di entrambe le parti, israeliana e palestinese. Che sono sempre minoranze. Certo, chi si comporta in questo modo inganna il pubblico e si dimostra irresponsabile. In un sondaggio pubblicato lo scorso aprile, il 48,8% dei palestinesi si dice convinto che i media riservino le maggiori attenzioni agli estremisti; che non dicano il vero sui palestinesi e che manipolino gli eventi. I media, da entrambe le parti, dovrebbero concentrarsi più sulla cultura della pace che non nel suscitare paura e odio tra i due popoli. Hanno la responsabilità di correggere le immagini ingannevoli che condizionano la pubblica opinione. Dovrebbero aiutare a costruire la fiducia tra le due società in conflitto e supportare il processo di pace. I nostri dati parlano chiaro: il 69,8% dei palestinesi è a favore della ripresa dei negoziati di pace con Israele; l’80,4% vuole che continui il cessate il fuoco. Il 62,2% che cessino i lanci di razzi contro Israele. E il 50,8% è addirittura d’accordo, con varie sfumature, sul fatto che Hamas riconosca lo Stato d’Israele.



Quali risultati delle sue ricerche pensa potrebbero aiutare i politici israeliani, palestinesi e internazionali a prendere le loro decisioni?

Quasi tutte le nostre indagini statistiche confermano che la maggioranza dei palestinesi vuole la pace con Israele. Il 65% crede che sia un diritto degli israeliani e dei palestinesi vivere in pace da buoni vicini. Capiscono che devono condividere questo piccolo pezzo di terra e che esiste un destino comune: noi e gli israeliani respiriamo la stessa aria e beviamo la stessa acqua. Stati Uniti e Unione Europea devono però garantire l’aiuto economico al popolo palestinese. In una ricerca dello scorso maggio, una schiacciante maggioranza di intervistati (85,3%) si dice convinta che l’aiuto finanziario dell’Occidente contribuisca al benessere dei palestinesi. Benessere che per molti, oggi, è impossibile. In un sondaggio di aprile la netta maggioranza dei palestinesi (60%) sostiene che la sospensione degli aiuti economici aumenterà la percentuale di violenza nella regione. E pur di evitare l’embargo, quasi la metà degli intervistati (46,7%) sarebbe favorevole anche ad un governo di unità nazionale.

Alla domanda: “Qual è la tua maggiore preoccupazione?”, la risposta che ha ottenuto maggiori consensi (32,6%) è semplicemente: “un lavoro e guadagnarmi da vivere”.

È la sofferenza della gente che porterà dritto al fallimento della politica. La sofferenza rafforza la volontà e la determinazione alla lotta. I politici, a Washington e in Europa, devono sapere che la scelta dell’embargo non fa altro che alimentare la violenza reciproca; avrà come conseguenza il prolungamento del periodo di lotta, ostilità e sangue; e porterà ad un futuro deterioramento della sicurezza della società israeliana.



Si può dire che la violenza è l’ovvio risultato delle drammatiche condizioni economiche in cui vive il popolo palestinese?

No, non è così. La violenza non è la diretta conseguenza della povertà. È l’occupazione il vero problema. I palestinesi in questo momento stanno soffrendo per un’occupazione che li sta umiliando con il muro dell’apartheid, i check point, i blocchi stradali mobili: da Betlemme a Ramallah oggi occorrono quattro ore di guida ma, se l’esercito israeliano non chiudesse le strade, basterebbero 20 minuti. I palestinesi fanno la quotidiana esperienza dell’usurpazione israeliana della loro terra e questo gli toglie la vita: acqua, elettricità, lavoro, scorte alimentari e benzina. Anche l’ambiente naturale è rovinato dall’assedio: secondo un sondaggio pubblicato a giugno, il 78,1% dei palestinesi è preoccupato delle condizioni dell’ambiente nei territori. Il muro a volte priva i palestinesi di alcune delle loro terre più fertili, piantate a frutta e ulivi, impedendo loro di curarle.

Entrambe le parti, i palestinesi e gli israeliani, compiono atti di violenza gli uni contro gli altri, ma gli israeliani sono sempre giustificati, qualsiasi cosa facciano e i palestinesi sono sempre incolpati. Siamo sempre presentati come “terroristi”.

È l’occupazione che provoca il deterioramento delle condizioni economiche. Con una disoccupazione crescente e con le privazioni, constatiamo che la percentuale delle persone contrarie alla pace cresce, e di conseguenza anche il livello della violenza. Per cosa potrebbe perdere la vita oggi un povero e disperato palestinese? Quasi per niente!



Hamas ha vinto le recenti elezioni palestinesi e per Israele questo è un ostacolo al cammino di pace. Cosa potrebbe cambiare la situazione e far riprendere i negoziati?

Hamas è stata presentata a tutto il mondo come una organizzazione terroristica. Quindi perché sedersi allo stesso tavolo con Hamas e fare concessioni o raggiungere un accordo? Non è più semplice per Israele realizzare piani unilaterali?

Bisogna tenere presente che Hamas per i palestinesi non è niente di più che uno strumento di governo. Secondo un sondaggio realizzato in occasione delle elezioni, solo il 9,2%  degli intervistati pensa che Hamas abbia vinto le elezioni grazie alla sua fermezza nel non riconoscere lo Stato d’Israele. Invece, il 93,8% dei Palestinesi si aspetta che Hamas migliori le condizioni economiche e riduca la disoccupazione; il 90,1% vuole che combatta la corruzione; l’84,4% che ponga fine all’illegalità e porti sicurezza.

Al contrario la politica e il destino della Palestina sono nelle mani dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Olp, che è l’unica che possa rappresentare il popolo palestinese. Il segretario dell’Olp è Mahmoud Abu Mazen, che è anche il Presidente palestinese eletto. Lui è titolato a negoziare con Israele. Israele è consapevole di questo, come anche il resto del mondo. Se vuole, Israele può fare la pace coi palestinesi, con o senza Hamas. Una pace, anche con Hamas, è molto plausibile. Ehud Olmert, il Primo ministro israeliano, in un articolo pubblicato sul “Wall Street Journal” del 12 aprile scorso ha dichiarato che sta osservando con attenzione per capire se Hamas modererà il suo atteggiamento nei confronti di Israele.

Ma ci chiediamo: come potrebbe Hamas cambiare atteggiamento alla luce dell’assedio economico, politico, di informazione, israeliano e internazionale di cui è vittima? Sembra quasi un’estorsione: aiuto finanziario contro una immediato riconoscimento dello Stato d’Israele! Perché non si dovrebbe dare ad Hamas, in conformità con le consuetudini della diplomazia internazionale, una possibilità, un tempo congruo, per moderare le sue posizioni?

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