Esteri

I nostri conti con la Libia

Un centinaio di grandi aziende italiane fanno affari nel Paese di Gheddafi: non è un caso se il leader, al potere da quasi 40 anni, sarà ospite d’onore del prossimo G8. E mentre l’interscambio commerciale (trainato da gas e petrolio)…

Tratto da Altreconomia 105 — Maggio 2009

Un centinaio di grandi aziende italiane fanno affari nel Paese di Gheddafi: non è un caso se il leader, al potere da quasi 40 anni, sarà ospite d’onore del prossimo G8. E mentre l’interscambio commerciale (trainato da gas e petrolio) supera i 15 miliardi di euro, il fondo sovrano libico fa shopping alla Borsa italiana 

Ghat è l’ultima oasi della Libia. Sahara profondo. Mille e trecento chilometri da Tripoli. Nell’800 era una delle città-miraggio degli esploratori europei. L’ultima carovana transahariana vi arrivò (un mese di viaggio da Agadez) nel 1978. Appena trent’anni fa. Oggi una strada asfaltata (e un aeroporto: il suo adeguamento è affidato alla Conicos, società italiana di costruzioni, quotata in Borsa, sede a Mondovì) allaccia questa città del deserto (19mila abitanti) al Mediterraneo. Vi arrivi, ti guardi attorno e rimani perplesso: Ghat sembra espandersi come una inarrestabile macchia d’olio, le sue nuove case (“villette” a schiera, cubi di cemento grigio, antenne paraboliche già montate sul tetto-terrazza) si spingono fra le pietraie del Sahara. Centinaia di operai nigerini, ghaniani e maliani fanno ruotare betoniere, impastano calcestruzzo, lavorano su impalcature di legno fitte come ragnatele. C’è un piano regolatore a Ghat. I cinesi stanno costruendo seimila case sulla linea del 25° parallelo. Gli italiani (la società Emaco, sede legale a Pisa, in Libia da 38 anni) fanno le infrastrutture (strade, acquedotto, fognature, smaltimento rifiuti). Case per chi in mezzo al deserto? Ghat è una città tuareg, i suoi cittadini sono i figli degli ultimi nomadi sedentarizzati da trent’anni. Molti sono gli arabi. “Stanno progettando una città da 70mila abitanti -mi raccontano-. Spenderanno 15 milioni di euro solo per ‘arredare’ questa oasi”. Già sono sorte sorprendenti aiuole spartitraffico con panchine e minuscoli prati all’inglese perfettamente verdi. Anche attorno alle caserme, pompe sempre in funzione annaffiano un imprevedibile tappeto d’erba. “Vogliono convincere migliaia di famiglia tuareg a venire a vivere qui. Pensano a 54mila nuovi abitanti”, mi spiegano ancora. La piccola Città Vecchia, abbandonata negli anni 80, è bella e cadente. Ci vivono solo dodici famiglie. Quasi tutti migranti nigerini. Vendono artigianato ai turisti che si spingono fino a Ghat. Il mondo sta cambiando in fretta in mezzo al Sahara.
Anche il lungomare di Tripoli, capitale non-capitale della Libia (nella geografia politica del Paese, il centro politico dovrebbe essere “itinerante”), sta cambiando urbanistica e sky-line. I suoi quartieri marini sono un puzzle di torri e grattacieli in costruzione. Un’affollata foresta di gru è al lavoro giorno e notte. Vi sorgeranno cinque nuovi alberghi di lusso: la Trevi, altra società italiana, sta costruendo l’hotel-reggia al-Ghazala (un piccole esercito di manovali africani al lavoro anche qui). Impregilo (Benetton-Gavio-Ligresti), prima società di costruzioni italiana, sta tirando su tre centri universitari (contratto da 440 milioni di euro) e trattando l’innalzamento di un grattacielo da 240 metri. La Co.Ge.L (impiantistica, hotel di lusso, sede a Roma) sta restaurando, nel centro di Tripoli, importanti palazzi dell’architettura coloniale italiana. Tripoli è percorsa da un maremoto edilizio, si sta costruendo ovunque: restauri in Città Vecchia (è stata ricostruita perfino l’antica sinagoga), grattacieli di lusso degni degli Emirati Arabi attorno alle sue mura, condomini-alveari nelle immediate periferie.
I ritmi sono da frenesia: il volto della città deve cambiare per la mattina del primo settembre 2009. Quando, alla presenza di decine e decine di capi di Stato, Muhammar Gheddafi festeggerà i quaranta anni della sua Rivoluzione. Quattro decenni di regno: in Africa solo Omar Bongo, presidente del Gabon, è al potere da più tempo.
E nessuno fra i leader arabi contemporanei ha tenuto in mano un Paese più a lungo di lui. Che, formalmente, non riveste nessuna carica pubblica: è semplicemente il qaid, il Capo. Nessuno ha il senso del palcoscenico e dell’evento come Gheddafi. Come il suo quasi-coetaneo Mick Jagger (hanno lo stesso volto colmo di rughe e lo stile da consumata rock star: Gheddafi ha 67 anni), sa dominare, con sapienza e mestiere, la scena politica internazionale. Adesso è anche presidente dell’Unione africana e “re dei re” del continente. A luglio, complice la sua solida amicizia con il premier italiano Silvio Berlusconi, pianterà la sua celebre tenda sulle macerie abruzzesi per il vertice dei G8. Straordinaria la metamorfosi del leader libico: per anni Gheddafi era stato considerato dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra il “male assoluto”, tribunali occidentali hanno condannato la Libia come mandante di terribili attentati (441 morti nell’esplosione di due aerei negli anni 80), ma oggi il qaid è considerato un indispensabile tassello di stabilità nel Mediterraneo e nel mondo arabo.
È una consacrazione regale per un uomo che, poco più di venti anni fa, Alexander Haig, segretario di Stato di Ronald Reagan, definì un “cancro”. E che, invece, nello scorso settembre, in una notte di Ramadan, accolse con islamica galanteria, Condoleeza Rice. Gheddafi ricevette il segretario di Stato di George Bush nella caserma di Bab al-Aziziyah. Un luogo-simbolo di Tripoli: nessuno vi ha mai rimosso le rovine provocate dalle bombe che Reagan, nel 1986, fece sganciare su questi edifici nel tentativo di uccidere quel leader arabo considerato “barbaro e pazzoide”. Ne uccise, invece, la figlia adottiva
(e 37 persone). Ma “nessuno è nemico per sempre” disse, a settembre, la Rice.
Gheddafi ha una ben allenata dote del paradosso e dell’ironia: pochi giorni prima dell’incontro con la Rice, aveva ricevuto Silvio Berlusconi a Bengasi. E proprio nella città nella quale due anni prima una folla inferocita aveva dato alle fiamme il consolato italiano, viene firmato il “trattato di amicizia” fra Libia e l’Italia, il patto che ha messo fine a un contenzioso coloniale cominciato quasi un secolo prima con la sanguinosa conquista italiana e proseguito con il genocidio compiuto dal fascismo negli anni 30 del secolo scorso. Il trattato italo-libico è stato ratificato dal Parlamento italiano (con qualche malumore della Lega) lo scorso marzo. In realtà è il punto di approdo dell’altalena dei complessi rapporti fra Italia e Libia: già dieci anni fa, nel 1998, era stato firmato un primo “accordo di pace” fra i due Paesi. Nel 1999, Lamberto Dini, ministro degli Esteri, volò, primo leader politico occidentale, in Libia poche ore dopo la cancellazione dell’embargo internazionale contro questo Paese (embargo che era conseguenza degli attentati ai due aerei, di cui la Libia era stata ritenuta responsabile). Pochi mesi più tardi fu Massimo D’Alema, presidente del Consiglio, a incontrare Gheddafi dopo la sua riabilitazione politica. Da Moro ad Andreotti (oggi sappiamo che il qaid libico fu preavvertito, dai servizi italiani, del raid aereo americano su Tripoli), da Craxi a D’Alema, da Prodi a Berlusconi vi è continuità assoluta nei rapporti più profondi fra Libia ed Italia. L’Eni (e la Fiat, e le suore italiane che tenevano in piedi gli ospedali libici) non è mai stata cacciata dal Paese: nemmeno nel 1970 quando tutta la comunità italiana venne espulsa in modo brutale. Troppo importante, per Roma e per Tripoli, il business infinito del petrolio: un terzo del fabbisogno italiano è soddisfatto dalla Libia, l’interscambio fra i due paesi è significativo e squilibrato: 14 miliardi di euro le nostre importazioni nel 2007 (petrolio e gas, ovviamente: con aumenti da record, più 49%, nei primi mesi del 2008), mille e seicento di esportazioni (soprattutto prodotti petroliferi raffinati e automobili). Gheddafi e Berlusconi, poi, si sono annusati come cani e si sono riconosciuti della stessa razza. Poliedrici e carismatici, populisti e attori spregiudicati, comunicatori eccezionali, autentiche e appassionate rock star un po’ attempate, ma capaci di reggere fino in fondo lo spettacolo. Hanno in comune, ad ascoltare i maligni, perfino lo stesso chirurgo plastico. E dietro questo palcoscenico pirotecnico si possono intrecciare, come in ogni copione che si rispetti, infinite storie di soldi: Tripoli è un bel suolo di affari.
Il petrolio (di ottima qualità, con bassi costi di produzione, vicino all’Europa) rende ricco Gheddafi, l’Italia ne ha bisogno come del cibo. Un gasdotto sottomarino (arriva a 1.127 metri di profondità), lungo 520 chilometri (il più lungo del Mediterraneo), fa approdare in Italia 8 miliardi di metri cubi di gas (e se ne sta progettando il raddoppio per trasformare la nostra penisola in un hub energetico). E se un fiume di soldi (un “risarcimento” per i danni coloniali di 5 miliardi di dollari in  venti anni, rate di 250 milioni all’anno) si è messo in moto con il trattato di amicizia (verrà costruita così l’infinita autostrada costiere libica, una seconda Via Balbia, la strada coloniale fatta costruire, alla fine degli anni 30, da Italo Balbo: e si tratta di una partita di giro, saranno società italiane a vincere gli appalti), un’ondata di investimenti libici è già arrivata nelle casseforti italiane.
Negli ultimi mesi, i banchieri della Central Bank of Libya e i finanzieri del fondo sovrano Libyan Investment Authoriy hanno fatto un impressionante shopping in Italia: in pochi mesi hanno comprato il 4,9% di Unicredit (non solo: se la Fondazione della Cassa di risparmio di Verona si rifiuta di comprare i bond dell’istituto di via Cordusio, arrivano prontamente gli gnomi di Tripoli con 690 milioni di euro in contanti), dando una bella mano, come fecero con la Fiat trent’anni fa, alla traballante banca milanese; si sono impegnati, poi, ad acquistare il 5% dell’Eni (e fanno sapere la loro disponibilità ad arrivare al 10%), stanno trattando quote significative di Telecom e di Terna.
Il via-vai di ministri (Prestigiacomo -con corteo di imprenditori siciliani-, Scaloja, Maroni) e di business-man si infittisce sulla tratta Roma-Tripoli-Roma. Il gioco degli scambi e degli affari appare frenetico.
A maggio dello scorso anno, a Milano, la sede di Assolombarda si affollò di centinaia di grisaglie e gessati che ascoltarono, in religioso silenzio, le massime autorità economiche della Libia: veniva presentato un faraonico piano da 153 miliardi di dollari per modernizzare il paese. L’Italia vuole conquistarsi un posto in prima fila. “La Libia è una straordinaria occasione per concludere affari”, dice, con cognizione di causa, Antonio De Capoa, potente avvocato bolognese, studi legali in mezzo mondo, presidente della Camera di Commercio italo-libica. Il petrolio e il gas, nonostante le oscillazioni da brividi dei prezzi, garantiscono a Tripoli una solida ricchezza: ottavo Paese produttore al mondo, riserve stimate in 62 anni (ma solo con il 33% del territorio esplorato), una produzione da un milione e 800mila barili al giorno. Bilanci da 15 miliardi di euro all’anno (e nei conti libici il petrolio è quotato ad appena 25 dollari al barile).
È una monocoltura economica: petrolio e gas rappresentano il 98% delle esportazioni libiche, il 90% delle entrare statali, il 70% del Pil. Solo che l’Eni, dopo anni di monopolio e potere illimitato, non è più la padrona assoluta del petrolio libico: ha dovuto accettare condizioni onerose (e non chiarissime) per rinnovare le sue concessioni oltre il 2040. Oramai sono più di quaranta le compagnie petrolifere internazionali che si contendono il sottosuolo e i fondali marini libici. Ma l’intrico degli affari sull’asse Roma-Tripoli è più gremito di una metropolitana nell’ora di punta. Sono un centinaio le grandi aziende italiane al lavoro in Libia (costruzioni, mangimi, trasporti, impiantistica, telecomunicazioni). Ogni tanto si scopre un dettaglio nuovo: poche settimane fa, Massimo Pini, ex-boiardo di Stato e oggi consigliere di Ligresti, rivela che è stato il costruttore italiano a convincere Abdulhafed Gadder, ambasciatore libico in Italia, a far convergere molti Paesi africani sulla candidatura di Milano a sede dell’Expò. E, lo scorso marzo, Marco Tronchetti Provera, presidente di Pirelli, è entrato, come consigliere, nel fondo sovrano della Libyan Investment Authority.
E il Lia ha assicurato di voler investire almeno il 10% dei suoi soldi in Italia. Gli esperti parlano di campagne acquisti libiche per 20 miliardi di dollari nei prossimi anni. Nello stesso giorno in cui Tronchetti Provera varcava la soglia del fondo sovrano libico, l’agenzia di rating Standard & Poor’s, per la prima volta nella storia economica di Tripoli, ha valutato le capacità di credito della Libia: un rating A-, il più elevato fra i Paesi del Nordafrica, il secondo del continente. Niente male per un Paese che, solo pochi anni fa, era al bando della comunità internazionale.
Ultimo paragrafo. Da non dimenticare. Da sottolineare in rosso. Dietro questo vortice di cifre e di affari, ci sono le storie dei migranti. Sono almeno due milioni in Libia, su sei milioni di abitanti. Molti si giocano il destino e la vita sui barconi che attraversano il Mediterraneo. Nessuno, però, è riuscito ad entrare nel Paese di Gheddafi per capire cosa succede a questi uomini. La sorte dei migranti, intrappolati in Libia, è moneta di scambio con l’Italia, Paese di approdo di questa moltitudine di uomini e donne in cerca di un futuro. Sarà Finmeccanica a dotare l’esercito libico delle tecnologie necessarie all’impresa impossibile di sbarrare le frontiere del Sahara. E da metà maggio, assicura il ministro Roberto Maroni, vi saranno pattugliamenti misti nel Mediterraneo. Molti dei migranti africani (e non solo) si fermano in Libia. Sono guardati come shushan, i “neri”, e relegati sui gradini più sotterranei della scala sociale. La frenesia edilizia di questi anni ha bisogno di mano d’opera. A buon mercato e clandestina nel Paese.   

Soldi al popolo e servizi sul mercato
Sono 468 i Congressi popolari di base, reticolo della “democrazia” libica costruita in quattro decenni di potere da Muhammar Gheddafi e dal suo clan.
Sono organi a metà: un po’ socialisti, un po’ clanici. Si riuniscono due volte all’anno e dibattono, anche aspramente, di ogni questione che venga portata all’ordine del giorno. Eleggono poi i loro rappresentati al Congresso generale, una sorta di Parlamento popolare che si riunisce, una volta all’anno, a Sirte.
In realtà, in Libia, non si muove foglia senza il consenso del qaid. Che, questa volta, è arrabbiato: “L’economia di Stato si è rivelata un fallimento -ha spiegato all’ultimo Congresso generale-. E io non accetto che ci siano libici ricchi e libici poveri”. In passato Gheddafi ha più volte ammesso l’insuccesso delle teorie del suo Libro verde e il naufragio della sua terza via, a metà strada fra capitalismo e socialismo. Ora i giornali libici, controllati da Saif al-Islam, il figlio prediletto del Capo, sono stai impietosi e hanno rivelato che la disoccupazione, nel Paese, ha superato il 20% (statistica vera e fasulla allo stesso tempo: in Libia ci si arrangia anche da disoccupati).
Ma dallo cheche, il turbante beduino di Gheddafi, è saltato fuori il progetto di dividere i proventi del petrolio (15,5 miliardi di euro nel 2008) fra i sei milioni di abitanti della Libia. Verrebbero, però, cancellati i benefici dello stato sociale: ogni libico dovrebbe pagare per scuola, sanità, previdenza sociale. Vi è chi ha letto in questo sconvolgimento sociale il progetto di accelerare il cammino della Libia verso un’economia di mercato. A sorpresa (o forse senza alcuna sorpresa), i Congressi del popolo hanno respinto il progetto del leader. 153 si sono opposti, 64 hanno votato a favore. 251, incapaci di contraddire il Capo, hanno deciso di prendere tempo. Gheddafi ha il gusto del colpo di scena: vi è chi assicura autentiche rivoluzioni prima delle feste di fine estate per i suoi quarant’anni di regno.

Il mistero di Saif, il figlio prediletto

Notizia bomba a metà febbraio. Un giornale svizzero, La Liberté, rivela che Saif al-Islam (la Spada dell’Islam), primogenito della seconda moglie, avrebbe chiesto asilo politico al governo di Berna. Saif, 35 anni, è, da sempre, considerato un innovatore, il vero protagonista del nuovo corso libico, volto senza macchie del potere. Il figlio di Gheddafi, che ha studiato a Vienna con il fratello di Afef, moglie di Tronchetti Provera (e il padre di Afef è stato ambasciatore in Libia), è il potente presidente della Fondazione Gheddafi (un organismo che ha mediato nei conflitti di mezzo mondo negli ultimi dieci anni) ed erede al potere, secondo una linea di successione di padre in figlio che, in Medioriente e in Maghreb, dalla Giordania alla Siria, dal Marocco all’Egitto, appare oramai consolidata.
Già in estate Saif aveva sorpreso annunciando il suo “ritiro” dalla politica e augurando al Paese democrazia, giornali indipendenti, un sistema giudiziario autonomo e una Costituzione.
A febbraio la sorpresa di questa fiammata della richiesta di asilo politico. Notizia durata il tempo di un articolo di giornale. E poi scomparsa. In quei giorni, a Tripoli, avevano appena arrestato Juma Attiga, avvocato, storico dissidente del regime, ma collaboratore della Fondazione Gheddafi. Saif, in maniera clamorosa, aveva voluto far sapere al padre che aveva superato un limite che non poteva essere varcato?
Di fatto, Attiga viene liberato dopo pochi giorni. E di Saif, da allora, non si hanno più notizie pubbliche. 

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