Una voce indipendente su economia, stili di vita, ambiente, cultura
Esteri / Approfondimento

I bunker antiatomici e i miti da sfatare sulla reale protezione da una guerra nucleare

Presentati negli anni come una mitigazione della minaccia nucleare, i rifugi vengono realizzati ancora oggi assicurandone la tenuta ai bombardamenti. Una retorica che per la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari rischia di non affrontare la vera priorità a livello globale: mettere al bando gli ordigni. Il paper di Ican

© Burgess Milner - Unsplash

I bunker e i rifugi antiatomici vengono spesso presentati come l’unica speranza di salvezza da un conflitto nucleare su vasta scala. Eppure la capacità di queste strutture di garantire la sopravvivenza all’annientamento, suggestione nata durante la Guerra fredda e che ha raggiunto l’opinione pubblica tramite una vasta serie di opere, da fumetti a film, passando per videogiochi o serie tv, sarebbe in realtà alquanto esagerata. Lo ha ricordato la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (Ican) che a luglio di quest’anno ha pubblicato un agile paper intitolato “Debunking nuclear bunker” e nel quale ha analizzato e decostruito i miti più diffusi legati ai rifugi.

Secondo Ican non si tratta però di innocue leggende ma di racconti costruiti ad arte per diffondere un senso di falsa sicurezza data dai bunker antiatomici e rendere così l’utilizzo delle armi nucleari più accettabile presso i governi e la cittadinanza.

La costruzione di bunker è stata incoraggiata dagli Stati Uniti e da altri governi durante la Guerra fredda per dare ai civili un senso di sicurezza di fronte alla minaccia esistenziale della guerra nucleare -scrivono i ricercatori di Ican-. Tuttavia, questi bunker non prevengono o mitigano i rischi di un’escalation e invece legittimano le conseguenze disumane e inaccettabili che questi ordigni comportano. Incoraggiando i civili ad affidarsi ai bunker si dà loro un falso senso di sicurezza, facendo apparire la guerra atomica come sopportabile e ciò ‘perdona’ l’approvvigionamento o la produzione di armi nucleari da parte dei governi”.

Il primo punto da chiarire è definire che cosa si intende quanto si parla dei bunker o rifugi antiatomici: si tratta di stanze rinforzate con barre d’acciaio o nascoste in strutture sotterrane e pensate per resistere all’impatto di una bomba atomica. La maggior parte è stata costruita durante la Guerra fredda, ad esempio in Svizzera, dove per legge sono stati realizzati abbastanza rifugi da accogliere l’intera popolazione del Paese, o in Regno Unito e nello Stato di New York dove esistono reti di bunker sotterranei. “Molte di queste strutture sono però reliquie dell’epoca della Guerra fredda e non sono più operative, mentre altre forme più moderne di rifugi nucleari sono aumentate di popolarità negli ultimi anni”, si legge nel rapporto. 

Lo scenario descritto non è rassicurante: immaginate di essere in un centro commerciale, in casa, o sul luogo di lavoro e di sentire l’annuncio di un imminente attacco nucleare contro la città. La vostra prima preoccupazione sarà quella di cercare di raggiungere un rifugio sicuro ma già qui subentrano due grossi problemi. Il primo è la difficoltà o l’impossibilità di conoscere il luogo sicuro più vicino. Ad esempio, nel gennaio del 2018 gli abitanti delle Hawaii, a causa di un errore umano, hanno ricevuto un falso allarme di un imminente attacco con armi atomiche. Tuttavia, il messaggio riportava solamente di “cercare un riparo immediato” senza fornire ulteriori informazioni su dove dirigersi.

Il falso allarme di attacco missilistico nucleare ricevuto dagli abitanti delle Hawaii il 13 gennaio del 2018. Fonte: Hawaii emergency management agency

Conoscere la posizione di un rifugio non significa necessariamente riuscire a raggiungerlo. Sia perché la finestra temporale a disposizione potrebbe essere di appena pochi minuti sia in quanto il panico diffuso dall’allarme potrebbe creare ingorghi stradali e rendere inutilizzabili i mezzi pubblici.

Anche nello scenario, decisamente ottimista, di riuscire a raggiungere un luogo sicuro in tempo, la sopravvivenza al bombardamento non è garantita. Alcune armi nucleari, come le moderne bombe a gravità B61-12, possiedono un’elevata capacità di penetrazione e sono progettate proprio per distruggere bunker e strutture sotterranee. Anche le testate “convenzionali” possono risultare fatali, nel caso in cui esplodano in prossimità di un bunker possono portare le sue stanze a una temperatura tale da uccidere gli occupanti. Un fenomeno che è già stato osservato in Germania durante i bombardamenti alleati della Seconda guerra mondiale. 

In caso di sopravvivenza a un’esplosione nucleare ci si potrebbe chiedere quando sarà possibile abbandonare il rifugio e tornare all’aperto senza ricevere una dose letale di radiazioni. Anche questa volta la risposta dipende dalla tipo di arma utilizzata, dal numero di detonazioni e dalla posizione del rifugio. Molte fonti raccomandano un periodo di attesa da tre giorni a due settimane per evitare gli effetti immediati o più gravi del fallout, tra cui il cancro e patologie acute da radiazioni. Tuttavia, senza conoscere la potenza delle esplosioni e la posizione rispetto al ground zero, risulta praticamente impossibile effettuare una stima. “Le autorità raccomandano quindi a tutti i residenti di tenere a portata di mano una radio o di seguire gli avvisi dei social media per sapere quando sarebbe sicuro lasciare il proprio rifugio. Ma si tratta di un consiglio poco realistico -si legge nella relazione-. L’impulso elettromagnetico che accompagna una detonazione nucleare potrebbe disattivare le infrastrutture di comunicazione digitale. La verità è che probabilmente non ci sarebbe alcun contatto con le autorità”. 

Una volta usciti all’esterno c’è forse la sfida più impegnativa: quella di sopravvivere in un territorio distrutto, senza assistenza sanitaria e umanitaria. A causa della mancanza di comunicazione e dell’elevato livello di radiazioni, infatti, la zona colpita potrebbe rimanere isolata e senza aiuti anche per diversi giorni. “Oggi molte città non sono nemmeno in grado di affrontare i disastri naturali e la risposta alle emergenze in queste situazioni è spesso carente. Un attacco nucleare sarebbe senza dubbio più distruttivo di qualsiasi altro disastro recente, il che rende ancora più esigua la probabilità di una risposta efficace da parte del governo e delle organizzazioni umanitarie”. Senza considerare le conseguenze a lungo termine di un conflitto nucleare su vasta scala (descritte nel nostro nuovo libro “Disarmo nucleare” di Francesco Vignarca in uscita) dove la detonazione massiccia di testate atomiche porta a un drastico abbassamento della temperatura media globale negli anni successivo compromettono l’approvvigionamento di cibo e la sicurezza alimentare, decimando la popolazione mondiale.

Appare evidente come l’unica speranza di sopravvivere a un conflitto simile sia quella di prevenirlo. “I civili, che affrontano i costi maggiori in caso di guerra nucleare non possono evitare un conflitto costruendo bunker. Solo i governi possono eliminare la possibilità e la minaccia di un’escalation aderendo al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw) delle Nazioni Unite. Il Tpnw è entrato in vigore nel 2021 e sempre più Paesi del mondo lo stanno supportando. Il Trattato resta l’unico strumento che proibisce il possesso, l’uso, lo stoccaggio e il trasporto di armi nucleari e rappresenta quindi l’unica soluzione per porre fine alla loro minaccia”.

https://altreconomia.it/dona/

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti alla newsletter di Altreconomia per non perderti le nostre inchieste, le novità editoriali e gli eventi.