Esteri

Guinea, tre anni dopo il “bloody monday”

Conakry è la capitale della Guinea, e quella di oggi [28 settembre] è una giornata particolare. Non soltanto per il 54esimo anno d’indipendenza dalla Francia di Charles De Gaulle, quanto per il terzo anniversario di quel che l’osservatorio internazionale per i diritti umani, “Human Rights Watch”, definì -nel dicembre 2009- lunedì di sangue

Conakry è la capitale della Guinea, e quella di oggi [28 settembre] è una giornata particolare. Non soltanto per il 54esimo anno d’indipendenza dalla Francia di Charles De Gaulle, quanto per il terzo anniversario di quel che l’osservatorio internazionale per i diritti umani, “Human Rights Watch”, definì -nel dicembre 2009- “Bloody monday”, lunedì di sangue.

 

Massacro compiuto dalle forze governative, allora sottoposte al capitano Moussa Dadis Camara, all’interno dello stadio di Conakry, intitolato proprio a quel giorno di settembre in cui la Guinea decise di emanciparsi dalla colonizzazione francese. Lì i manifestanti de le “Forces Vives” si erano dati appuntamento per protestare contro il boicottaggio del ceto militare d’ogni sorta di svolta democratica, indicando nello stesso Moussa Dadis Camara il principale ostacolo alla transizione -reo d’aver minato la credibilità della competizione elettorale del successivo gennaio 2010. Il governo rispose con il fuoco. Sul terreno rimasero centocinquanta morti, decine di donne furono inseguite e violentate. Dopodiché, il silenzio. Fino al febbraio 2010, mese in cui una commissione d’inchiesta composta da giudici del Paese si è decisa ad indagare sull’accaduto. Oltre duecento testimonianze raccolte tra i sopravvissuti ed importanti passi avanti rispetto a personalità di alto rango coinvolte nella strage. Tra queste, Moussa Tiegboro Camara, membro del governo attualmente ancora in sella con delega al contrasto del traffico di droga e alla criminalità organizzata. Ed il colonnello Abdoulaye Cherif Diaby, che nel 28 settembre 2009 ricopriva l’incarico di ministro della Salute. Progressi che “Hrw” -anticipando l’imminente pubblicazione di un nuovo rapporto a riguardo- giudica importanti quanto insufficienti. Ad oggi, infatti, oltre 100 sopravvissuti non hanno potuto incontrare gli inquirenti.

 

Il punto è che, sempre secondo l’osservatorio internazionale, i giudici di stanza a Conakry non dispongono dei mezzi necessari per portare avanti seriamente le indagini, senza considerare che l’attuale ministro Moussa Tiegboro Camara, come altri sospettati, non abbia minimamente preso in considerazione l’ipotesi delle dimissioni, con il fortissimo rischio che dal posto occupato possa inquinare il quadro probatorio.

 

Quadro di soprusi e di violenze ascrivibili alla categoria dei crimini contro l’umanità, così come riconosciuto da un’apposita commissione istituita presso il Segretariato delle Nazioni Unite. Di diverso avviso il governo del Paese africano, del tutto impermeabile all’appello di “Hrw” di rompere il ciclo degli abusi, mettendo in condizione di lavorare chi, dopo tre anni esatti, cerca ancora di restituire giustizia alle vittime del massacro.

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