Economia / Opinioni

La guerra ai poveri che ci distrae dal mondo reale

A dieci anni dall’inizio della crisi che scosse l’economia mondiale, facciamo ancora i conti con le sue conseguenze. Mentre sui mercati si delinea uno scenario molto simile a quello pre-2007. L’editoriale del numero di settembre del direttore di Altreconomia, Pietro Raitano

Tratto da Altreconomia 196 — Settembre 2017
© REUTERS
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Come si convince qualcuno -si è chiesto lo scrittore e storico della scienza Michael Shermer- quando mostrare i fatti non è sufficiente? Anzi: quando le evidenze sono schiaccianti, le convinzioni sembrano aumentare. Chi è contro i vaccini dirà che i dati epidemiologici sono tratti da ricerche pagate da Big Pharma; i complottisti dell’11 settembre si concentreranno sul punto di fusione dell’acciaio delle Twin Towers, ignorando le vittime; i negazionisti del clima tireranno fuori la questione della libertà, e degli insopportabili vincoli all’economia. C’è una ragione scientifica per spiegare tutto questo -ricorda Shermer- e ha a che fare con la nostra visione del mondo, come ben documentato in un saggio del 2007, “Mistakes were made (but not by me)” degli psicologi Carol Tavris ed Elliot Aronson.

Il 2007 è l’anno dello scoppio della grande “crisi”: sono passati 10 anni -era settembre- da quando Ben Bernanke, da poco presidente della Banca centrale statunitense, era stato lapidario: “La crisi è peggiore del previsto”. I dati di oggi presentano il conto: l’Istat stima che siano un milione e 619mila le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta -4 milioni e 742mila individui-; è il doppio rispetto al 2007. E tra giovani e minori i poveri sono addirittura triplicati. Ed ecco un “fatto” cui non vogliamo credere: nel nostro Paese ci sono 1,3 milioni di bambini in povertà assoluta. Non solo: quasi un giovane su cinque in Italia, nella fascia tra 15 e 24 anni, non ha e cerca un lavoro né è impegnato in un percorso di studi o di formazione (sono i cosiddetti Neet): la media europea è dell’11,5%.
Poi però ci sono altri “fatti” cui stentiamo -non vogliamo- credere. Il primo: la spesa sociale in Italia (337,5 miliardi euro nel 2016, +10,9% rispetto al 2011) va per il 64% alla popolazione anziana, e solo il 5,5% alla lotta alla disoccupazione (e l’1,2% alla lotta all’esclusione sociale). Il secondo: in Italia ci sono 307mila famiglie con patrimonio finanziario superiore al milione di dollari, secondo le stime del Boston Consulting Group. Vuol dire che nelle mani dell’1,2% delle famiglie si concentra il 20,9% della ricchezza (finanziaria) italiana. Di qui al 2021 il numero di ricchi aumenterà: saranno l’1,6% del totale delle famiglie, ma la fetta di ricchezza nelle loro mani salirà al 23,9% e sfiorerà così un quarto del totale. Il terzo “fatto”: la Banca europea degli investimenti ha calcolato che, in Italia, dal 2007 a oggi i guadagni di professionisti e imprenditori (ovvero il 10% più ricco della popolazione) sono diminuiti del 4%, mentre quelli dei meno abbienti (il 10% più povero) sono crollati del 27%.

La crisi ha contribuito in maniera decisiva al fenomeno migratorio -anche se non c’è nessuna invasione: ecco un’altra credenza che i numeri non riescono incredibilmente a scalfire-. Una delle cause l’ha ben descritta un “insospettabile”: Claudio Descalzi, ad di Eni, il quale ha affermato che “l’Africa è alla deriva per la speculazione sui prezzi del petrolio e del gas. Per questo crescono povertà e migranti”. Negare le responsabilità dei Paesi ricchi rispetto alla condizione dei Paesi impoveriti vuol dire non conoscere o ignorare la storia, la scienza, l’attualità, o peggio: pensare a una “superiorità” culturale o morale dell’Occidente.

Ed ecco altri due “fatti”: nientemeno che l’Economist ha pubblicato un articolo in cui si spiega che l’apertura completa delle frontiere mondiali (libertà per chiunque di andare ovunque a cercare lavoro) porterebbe a un aumento della ricchezza globale di 78mila miliardi di dollari. Il secondo: il valore globale delle azioni quotate sui mercati finanziari ammonta a 77.700 miliardi di dollari: sui massimi di tutti i tempi (a fine 2008 la capitalizzazione era il 60% in meno dei valori attuali). Oggi le Borse hanno sorpassato il Pil globale. In Borsa ci sono i cosiddetti “Big 5” digitali: Apple, Google (Alphabet), Microsoft, Amazon e Facebook capitalizzano in Borsa 3mila miliardi (con una media di 600 miliardi), il 50% in più del Pil dell’Africa. Fossero una nazione, sarebbero la quinta più ricca del mondo, davanti alla Gran Bretagna. Anche nel 2007, prima delle parole di Bernanke, le Borse superarono il Pil (60mila miliardi contro 58mila). Sappiamo com’è andata.

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  • Wyatt “the Pino” Earp

    Mi sorgono due pensieri. Che la perdita di molti valori etici, quella che ha portato ad un eccesso di supervalutazione del “me stesso” (una sorta di presunzione della propria persona), abbia condotto ad una paranoia che vede il male a casa altrui. Così che contiamo solo noi, il nostro piccolo mondo personale, il nostro stipendio, il nostro patrimonio… via via fino agli eccessi delle grandi Società e dei grandi capitali. Tutto l’intorno non conta, non ne vogliamo neppure sapere, non ci curiamo che milioni di persone siano relegate in campi di ammassamento subendo violenze fisiche e psicologiche. Importa che se ne stiano là e non vengano a scalfire il nostro dorato piccolo mondo personale.
    Nella ricorrenza del movimento protestante iniziato con le tesi di Martin Lutero cinquecento anni fa, ascoltavo delle tesi di Max Weber secondo le quali il mondo imprenditoriale della fine ottocento era impregnato di valori etici che ne supportavano la crescita e, almeno, lasciavano qualche struttura importante alle classi sociali lavoratrici. Ma oggi neppure più quello.
    Tranquilli!, con una bella Fondazione di aiuto si mantiene una bella coscienza cristallina.

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