Ambiente / Opinioni

La guerra commerciale è contro il clima

Le politiche dei dazi di Stati Uniti, Europa e Cina non affrontano i cambiamenti climatici e non incidono sulla filiera delle emissioni. Un’alternativa c’è

Tratto da Altreconomia 208 — Ottobre 2018
© Gage Skidmore

Qualcuno sarà rimasto sorpreso dal vedere disgregarsi nel giro di pochi mesi uno dei capisaldi della globalizzazione neoliberista: il libero scambio delle merci. Il sociopatico narcisista (copyright Johnatan Franzen) diventato presidente degli Stati Uniti l’ha fatta grossa, imponendo dazi fino al 50% per tantissimi prodotti, non solo per i classici alluminio e acciaio, ma per lavatrici, celle solari, semi di soia e così via. A cui è seguita la risposta della Cina, con 30 miliardi di dollari di dazi; quindi l’Europa, con dazi su tanti prodotti made in USA, fra cui jeans, motociclette e bourbon. E allora contromossa USA con altri dazi. Guerra commerciale, si chiama.

Questo insensato conflitto degli egoismi nazionali (America first, Italia first, Padania first, ecc) potrebbe essere sostituito con qualcosa di molto diverso, in grado di affrontare un altro problema globale, quello del cambiamento climatico. La guerra non è mai l’unica possibilità. E un’alternativa che consideri il clima è necessaria. Perché ogni merce che viaggia per il mondo porta con sé un po’ di emissioni di CO2, emissioni “occulte” legate all’energia e ai materiali che sono serviti per produrla. Diversi studi scientifici hanno mostrato che la CO2 legata alle merci scambiate nel mondo è una quota importante delle emissioni globali.

Gli inventari delle emissioni delle nazioni tengono conto di quanti gas serra si scaricano nell’atmosfera, all’interno dei confini nazionali, o della variazione degli stock di carbonio nelle foreste e nei suoli. Non considerano il bilancio del carbonio che è stato emesso per produrre le merci esportate e importate. Se si fanno questi conti per l’Europa, le riduzioni delle emissioni di gas climalteranti avvenute dopo il 1990 sono molto più contenute: le delocalizzazioni delle produzioni, indotte dal minor costo del lavoro e delle materie prime, hanno di fatto delocalizzato una parte delle emissioni legate ai consumi europei.

Al contrario, parte dell’aumento delle emissioni della Cina negli ultimi 20 anni è dovuto proprio alla produzione di beni importati da Europa, Stati Uniti, Giappone, ecc. La proposta sul tavolo dei negoziati multilaterali del commercio e del clima è quella dei BCA (“Border Carbon Adjustment”), un sistema di tasse sui beni importanti che dipende dalla quantità di CO2 scaricate nell’atmosfera per produrre il bene stesso. Diversi Paesi (Francia, Canada, Messico, ecc.) la sostengono apertamente, molti esperti la ritengono necessaria per una politica climatica globale credibile.

20%. Un quinto delle delle emissioni di CO2 legate ai consumi dei Paesi ricchi avvengono al di fuori dei loro confini, ma dove si producono le merci importate

Il motivo è che se un Paese impone limiti stringenti alle emissioni di gas climalteranti, le sue aziende devono sostenere dei costi per utilizzare tecnologie più nuove ed efficienti, ed è sottoposto alla concorrenza di Paesi in cui questi limiti non sono vigenti. Le aziende stesse avrebbero incentivi a spostare le produzioni dove c’è più libertà di inquinare. L’idea dell’“aggiustamento sul carbonio alla frontiera” è quella di far pagare al momento della vendita del bene una tassa che elimini il vantaggio dell’aver prodotto con maggiori emissioni di CO2, e che anzi favorisca il produrre con minori emissioni. Ci sono tante varianti possibili e i dettagli tecnici sono in discussione; servono esperti in grado di calcolare la carbon footprint (l’impronta di carbonio) dei prodotti, le università ne sfornano a migliaia ogni anno; servono regole e database ben organizzati.  È (solo) una questione di scelte, la guerra commerciale e al clima non è l’unica possibilità.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2016)

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