Esteri / Varie

Grecia, da TV pubblica a TV libera

A un anno dalla chiusura della ERT, la radio-televisione pubblica, le trasmissioni continuano grazie all’impegno dei giornalisti, che lavorano in autogestione e trasmettono in streaming. Una vicenda paradigmatica di ciò che avviene nel Paese stretto nella morsa della finanziaria delle Troika, un laboratorio del capitalismo estremo. Reportage di Caterina Amicucci 

11 Giugno 2013. Demetrios ricorda che era un giorno di sole quando il governo dell’ultradestra di Samaras chiudeva la ERT, la radio-televisione pubblica greca, interrompendo il segnale nell’arco di poche ore, senza nessun tipo di preavviso o spiegazione né per i cittadini né per i 2650 lavoratori. 
Atanasio quel giorno era in ferie e i suoi colleghi lo hanno chiamato per informarlo; lui pensava fosse uno scherzo, ma accendendo la televisione ha trovato l’inattesa conferma. I racconti di un anno fa assomigliano ad uno shock collettivo, un fulmine a ciel sereno per una decisione senza precedenti nella storia delle democrazie europee. Ma da quel trauma è nata e prosegue ancora oggi un’esperienza di resistenza e di giornalismo autorganizzato unico nella storia dei media.

In tutto il Paese giornalisti e tecnici sono rimasti al loro posto, continuando a dare vita come sempre ai tre canali televisivi e a 16 canali radio, sostenuti per mesi da attivisti e cittadini comuni.
La televisione ha continuato a trasmettere utilizzando il satellite fino al 7 novembre 2013, quando l’edificio della ERT di Atene viene definitivamente sgomberato dalla polizia. La sera stessa, di fronte a migliaia di persone, i giornalisti improvvisano un memorabile telegiornale in piazza. L’atto di forza ad Atene non è servito però a sgonfiare la resistenza a livello nazionale. La maggior parte delle radio sono ancora oggi occupate e a Salonicco, dove aveva sede il canale ERT3, si continuano a fare televisione trasmettendo in streaming sui siti web pressproject.gr ed ertopen.com.

11 giugno 2014. Oggi le porte della ERT sono aperte a cittadini, movimenti, associazioni
e si da voce a chi resiste a  quella che è ormai, a tutti gli effetti, una dittatura finanziaria. Si continua a lavorare 24 ore al giorno per fare informazione e cultura. “Abbiamo riscoperto le relazioni tra colleghi, il mestiere di giornalista, il ruolo della televisione nella società. Ci sentiamo come in un laboratorio, non abbiamo nessuna pressione esterna, esercitiamo il giornalismo puro. E tutto questo è eccezionale” commenta Christina, conduttrice del telegiornale (qui in una video-intervista).

Questo stesso articolo è frutto di un reciproco racconto di storie raccolte attraversando gli studi, come ospite, durante il referendum contro la privatizzazione dell’acqua di Salonicco che si è tenuto il 18 maggio 2014.

Entrando alla ERT si respira un’atmosfera densa. Chiudendo il programma radio che ci ospita, Atanasio si interrrompe, i suoi occhi diventano lucidi mentre si sforza di salutare i radioascoltatori. “Ci succede spesso ultimamente, soprattutto quando salutiamo il pubblico perché ogni volta pensiamo che potrebbe essere l’ultima” dice asciugandosi le lacrime. C’è tristezza, fatica, incertezza per il futuro ma anche l’orgoglio e la consapevolezza di vivere un’altissima esperienza umana e politica. Un’esperienza rivoluzionaria, come la definisce qualcuno. “Verrà un giorno in cui parleranno di noi, come una grandissima storia” continua Atanasio.

Traformare un emittente di Stato in una radiotelevisione libera non è infatti impresa comune.  Ancor meno se a farlo sono lavoratori che fino a quel momento non avevano nessuna forma di impegno politico, con le dovute eccezioni ovviamente. Persone comuni, impiegati pubblici che intrattenevano tra di loro rapporti formali e che si ritrovano di colpo al centro del più grave attacco democratico dell’epoca recente, e si organizzano in assemblea per costruire una nuova televisione libera, aperta, autogestita. “Oggi siamo persone diverse, percepiamo le cose in maniera diversa” dice Christina. “Siamo fratelli: se a qualcuno fa male una gamba, io sento lo stesso dolore” gli fa eco Atanasio. Alla ERT la lotta per il posto di lavoro si è trasformata in una battaglia molto più ampia per la democrazia dell’informazione. Per una televisione libera al servizio dei cittadini. Quei cittadini che ancora oggi continuano a sostenerli e con i quali si organizzano anche attività culturali esterne, come ad esempio un cineforum gratuito settimanale in strada di fronte gli studi o in un cinema nel centro.

“Non possiamo tornare indietro -ci dice Eleftheria- perché ora abbiamo una relazione con la comunità, non possiamo ignorare i problemi e dobbiamo continuare a mostrare alla gente la verità. Qualunque governo prenda il potere dovrà parlare con noi del futuro della televisione pubblica”. Il riferimento è alla possibile e sperata vittoria di Syriza alle prossime elezioni che della causa ERT ha fatto un cavallo di battaglia
Un comitato è già al lavoro per stilare una bozza di proposta sulla ERT del futuro: libera, indipendente e partecipata.

Intanto, però, la Corte costituzionale ha dichiarato legittima la chiusura della ERT, e il 4 maggio scorso il governo ha dato il via alle trasmissioni della nuova emittente pubblica, la NERIT, il cui presidente, George Prokopakis, si è dimesso dopo meno di 24 ore.
Una farsa che risponde alla necessità di ristabilire una minima apparenza democratica che ha scatenato la condanna unanime dei sindacati del settore a livello internazionale. Si tratta di una canale TV e uno radio dove sono stati riassorbiti discrezionalmente 400 lavoratori alle dirette dipendenza del ministero delle Finanze. Sostanzialmente un organo di propaganda del governo, dove i giornalisti sarebbero sotto ricatto con aleatorie forme contrattuali.

La storia e le vere motivazioni della chiusura delle ERT vanno indagate a fondo in quanto esse sono paradigmatiche di quello che sta avvenendo in Grecia, ovvero un laboratorio di capitalismo estremo imposto attraverso una nuova forma di dittatura finanziaria, che non ha bisogno di eserciti o carri armati, ma come tutte le dittature necessita del controllo integrale dei mezzi di comunicazione.
Il piano di chiusura della ERT, come l’intera svendita del Paese, viene ufficialmente attribuito alle richieste avanzate dalla troika di tagli alla spesa pubblica siglate nei memorandum. L’ipotesi di chiusura aveva iniziato a circolare all’inizio del 2013: per mesi il governo la smentisce costantemente. Successivamente, viene lanciata una campagna diffamatoria sostenuta da tutti i media privati sulla corruzione e l’inefficienza di un’azienda che ha un attivo di 60 milioni di Euro; poi la ERT viene chiusa nell’arco di poche ore con un’operazione di polizia accompagnata da alcuni tecnici di emittenti private.

Ripercorrendo i fatti dello scorso anno si scopre che nel mese di giugno era in corso la gara per l’assegnazione delle frequenze digitali, nella quale la ERT avrebbe dovuto giocare un ruolo importante -in quanto unico soggetto portatore di interesse pubblico-.
La gara si è chiusa il 19 giugno, otto giorni dopo la chiusura della ERT, e il 30 giugno le frequenze sono state assegnate a Digea Digital Provider Inc., un consorzio di sei network televisivi privati di proprietà dei grandi magnati greci, tra gli uomini più ricchi d’Europa, principalmente armatori (una vera e propria casta in Grecia), costruttori, petrolieri e speculatori finanziari. 
Tutto ciò nonostante la legislazione greca e quella europea vietino che il gestore del segnale sia allo stesso tempo produttore e distributore di contenuti. Una sentenza del Consiglio di Stato del 2010, invece, sancisce che gli emittenti privati occupano illegalmente le frequenze TV analogiche come stabilito
redazione ert

L’occupazione prosegue ma questo compleanno, denso di fatica ed orgoglio, segna un giro di boa nella resistenza della ERT. “Dopo l’11 giugno, con un intero anno alle nostre spalle, dovremo prendere una decisione  sul futuro, e ciò dipende da molte cose, quello che è certo è che non molleremo” conclude Christina. La resistenza della ERT è un baluardo fondamentale della comune lotta alla deriva antidemocratica europea.

* dalbasso.net

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