Esteri

Gli occhi sulla cassetta

In Francia la proposta di far entrare i privati nella compagine delle Poste ha scatenato polemiche e scioperi. Un dibattito che in Italia non si è mai acceso

Tratto da Altreconomia 99 — Novembre 2008

I tempi sono quelli che sono e la crisi finanziaria esplosa nel mese di ottobre ha sicuramente complicato lo scenario, ma già alla fine dell’estate il governo Sarkozy era incappato in un’inattesa impasse sopra un tema strategico quanto delicato: l’apertura ai capitali privati del servizio postale nazionale. Il progetto, anticipato a fine agosto per sommi capi dal presidente di La Poste, Jean-Paul Bailly, ha suscitato reazioni appassionate nel mondo sindacale e politico, spingendo anche la frazionatissima gauche francese a fare fronte comune per avversare il piano: e soprattutto, dal punto di vista dell’Eliseo, non pare avere incontrato grande favore nell’opinione pubblica, al punto che il presidente ha pensato bene di prendere tempo e nominare una commissione di 23 saggi, incaricata di studiare il progetto e valutare possibili alternative. I lavori della commissione dovrebbero concludersi a metà dicembre; nel frattempo la Francia assiste a un autentico corto circuito: da un lato si cercano capitali privati per un’azienda che nell’ultimo anno ha realizzato 943 milioni di euro di utile netto (il 15% viene versato allo Stato come dividendo), dall’altro si stanziano 10,5 miliardi per salvare sei banche travolte dalla crisi finanziaria.
La Poste è il terzo gruppo francese per numero di addetti (300.000) e riveste un ruolo simbolico senza pari. La figura del postino in divisa color blu notte bordata di giallo che percorre in bicicletta le strade di uno dei mille villaggi rurali dell’Esagono, è fra le più popolari nell’immaginario dei francesi. La Poste dispone di 17.000 “punti di contatto” sul territorio ed assicura la consegna della corrispondenza sei giorni su sette (anziché cinque su sette com’è nella norma in Europa). Il giro d’affari supera i 20 miliardi di euro: per il 71% è frutto di attività realizzate in regime di concorrenza; l’unico servizio sopravvissuto alle liberalizzazioni è la consegna della corrispondenza sotto i 50 grammi, in sostanza le classiche lettere commerciali e da privato a privato. Il primo gennaio 2011 cadrà anche questa nicchia rimasta sotto monopolio pubblico ed è proprio in vista di questa scadenza che il presidente di La Poste ha programmato la trasformazione della società e l’apertura del capitale ai privati.
Jean-Paul Bailly sostiene che La Poste ha bisogno di nuove energie finanziarie per fronteggiare la concorrenza in arrivo e modernizzare strutture e servizi: i 300 milioni all’anno al momento disponibili a suo avviso non bastano.
Il rinnovamento statutario dovrebbe avvenire in due tappe: entro l’anno prossimo la trasformazione in società per azioni, entro il 2010 l’apertura ai capitali privati. Un piano dettagliato ancora non esiste, ma si parla di mettere sul piatto il 30% del capitale, con l’obiettivo di raccogliere 2,5-3 miliardi di euro. Sia Bailly che i ministri dell’Industria e dell’Economia, Luc Chantel e Christine Lagarde, hanno garantito che non c’è in vista alcuna privatizzazione: si tratterebbe di una semplice apertura di capitale. Il gruppo rimarrebbe saldamente sotto il controllo dello Stato. Dopo tutto, fanno notare, le poste francesi e quelle lussemburghesi sono le uniche in Europa rimaste totalmente pubbliche, anche nella forma societaria. L’Italia ha fatto il passo della privatizzazione da tempo, senza che questo abbia in effetti suscitato il giusto dibattito.
Di certo, La Poste sembra un boccone ghiotto per qualsiasi investitore: in Europa è seconda solo a Deutsche Post per volume d’affari, ha un radicamento invidiabile nella società francese, oltre che fatturati e utili in crescita.
Un ex ministro socialista, Paul Quilès, in un intervento su Le Monde ha definito il piano di Bailly “il preludio della privatizzazione”. Anche con Gaz de France nel 2006, ha scritto Quilès, il governo aveva preso impegni solenni parlando di “semplice apertura di capitale”, salvo arrivare alla completa privatizzazione appena due anni dopo.
Il timore generale è che la riforma conduca a un progressivo abbandono del territorio. Oggi La Poste è la più importante “rete di prossimità” esistente in Francia, nonostante i colpi subiti negli anni scorsi con la liberalizzazione di alcuni servizi postali: già ora molti cittadini lamentano gravi inefficienze nella consegna dei pacchi nelle aree più distanti dai centri urbani e nelle banlieues delle metropoli. La ricerca della massima redditività potrebbe sfociare nella chiusura di migliaia di sportelli nei centri più periferici, tant’è che i sindaci dei Comuni rurali sono fra i protagonisti della contestazione al piano Bailly. Una ricerca condotta cinque anni fa, spiega bene le ragioni delle loro preoccupazioni: si è stimato che circa il 10% del tempo di lavoro dei dipendenti postali è impiegato per risolvere dubbi e difficoltà degli utenti in difficoltà, spesso anziani o residenti in luoghi isolati. Impiegati e postini aiutano a compilare moduli, a scegliere i servizi più adatti, ad aprire o chiudere un conto…
I sindacati, appena conosciuto il progetto, hanno chiamato a battersi contro la privatizzazione, indicandone i possibili effetti: riduzione del personale, aumento delle tariffe, taglio degli sportelli, abbandono del principio del servizio universale (cioè il vincolo di applicare lo stesso prezzo per i servizi di base in tutto il territorio nazionale), ritiro dalle aree marginali e peggioramento dei servizi giudicati meno redditizi. Il 23 settembre si è tenuto uno sciopero del personale. I 23 saggi stanno studiando anche le possibili alternative al piano Bailly, come l’impegno della Cassa depositi (proprietà dello Stato) nel finanziamento di La Poste. Intanto l’opposizione cresce e si rafforza l’ipotesi di un referendum contro la riforma, affacciata da alcuni sindacati e rilanciata dal quotidiano Libération all’inizio di settembre.
La riforma costituzionale approvata in estate disciplina la chiamata alle urne con requisiti molto impegnativi -la firma di 182 deputati e di 4,5 milioni di cittadini-, ma l’obiettivo potrebbe essere raggiunto. Secondo un sondaggio commissionato da L’Humanité, quotidiano del Partito comunista francese, il 61% della popolazione è contrario a un cambiamento dello statuto di La Poste.

Quattro comparti e un libretto
Le attività di La Poste sono suddivise in quattro comparti. Il più importante per volume d’affari è la corrispondenza (55,6% del fatturato); la Banque Postale copre il 22,6% del totale; la consegna dei pacchi espresso il 25,2%, dei pacchi ordinari il 6,4%. Nel 2007 il fatturato è stato di 20,8 miliardi di euro (più 3,8% rispetto al 2006). L’aumento del reddito netto è stato del 16% (943 milioni); l’incremento degli investimenti del 6% (1,2 miliardi). Per Banque Postale (circa 30 milioni di clienti) è in arrivo un’importante novità: dal 1° gennaio qualsiasi banca potrà emettere i “Livret A”, finora riservati al servizio postale e alle casse di risparmio. Questi libretti di risparmio hanno una funzione sociale: il tasso di interesse (oggi al 4%) è fissato per legge, gli utili non sono tassati, la raccolta è in buona parte destinata all’edilizia sociale. Tre francesi su quattro hanno un “Livret A” (tetto massimo di deposito 15.300 euro).

E un postino ruba la scena a Sarkozy
Il “caso La Poste” ha reso possibile una specie di miracolo politico: l’unità d’intenti delle mille anime della sinistra francese. Dal Partito socialista, al Partito comunista, fino ai trotzkisti e agli “altermondialisti”, tutta la sinistra pare concorde nel dire no alla “privatizzazione” del servizio postale nazionale. Ps, Pcf, Radicali di sinistra (Prg) e Movimento repubblicano e civico (Mrc) hanno lanciato una petizione comune, centrata sulla funzione sociale del servizio postale. Si profila una stagione di intense mobilitazioni, nelle quali avrà un ruolo centrale l’astro nascente della sinistra francese, ossia Olivier Besancenot, leader della movimentista Ligue communiste révolutionnaire. Unico perdente con onore (4,08%) alle presidenziali 2007 fra i sei candidati della “gauche de la gauche”, il 34enne Besancenot è diventato un personaggio mediatico. E non è un politico di professione: di mestiere fa proprio il postino (part time), a Neuilly-sur-Seine, feudo elettorale del presidente Sarkozy.

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