Ambiente / Attualità

Gli iper-sussidi dei combustibili fossili

Petrolio, carbone e gas convengono solo perché chi ne fa uso non deve risarcire i costi sociali e ambientali per i danni arrecati al Pianeta. “Il clima è (già) cambiato”, l’editoriale di Stefano Caserini

Tratto da Altreconomia 191 — Marzo 2017
Una piattaforma al largo delle coste norvegesi - http://www.exxonmobil.no
Una piattaforma al largo delle coste norvegesi - http://www.exxonmobil.no

Quando si discute di rottamare il sistema energetico basato sui combustibili fossili, capita di sentire l’argomento secondo cui le rinnovabili costano troppo e godono di sussidi troppo elevati, mentre i combustibili fossili costano meno. Se si approfondisce la questione si scopre che la realtà è piuttosto differente: uno dei motivi per cui i combustibili fossili sono molto utilizzati e hanno un basso prezzo è che godono ancora oggi di ingentissimi incentivi pubblici; sono sussidi che non sempre è facile quantificare, perché ne esistono di tipi diversi e perché i dati non sempre sono pubblici o facili da raccogliere.

La cifra più accreditata, fornita Agenzia internazionale per l’energia, si aggira sui 500 miliardi di dollari. È una spesa enorme, il triplo di quanto si spende per gli incentivi alle energie rinnovabili e il quadruplo di quanto si investe annualmente per l’efficienza energetica: questo sussidio consiste nel sostenere i costi delle infrastrutture per la produzione di energia fossile, o distribuire i combustibili fossili a un prezzo basso, inferiore a quello del mercato; queste misure determinano la costruzione di centrali a carbone nei Paesi più poveri, o permette di vendere la benzina a costi molto bassi, soprattutto nei Paesi del Medio Oriente, Nord Africa e Asia. Generalmente la motivazione è di proteggere le fasce di popolazione a basso reddito, che non potrebbero permettersi costi maggiori per l’acquisto dell’energia. In realtà questi sussidi aiutano l’élite più ricca nei Paesi poveri, mentre i più poveri hanno scarsi benefici: il 20% delle persone più povere ricevono complessivamente l’8% dei benefici dei sussidi, mentre il 20% più ricco ne riceve il 40%. Una riforma dei sussidi potrebbe inoltre contribuire a combattere la povertà: se nei prossimi 15 anni i soldi spesi per i sussidi fossero reindirizzati agli investimenti in infrastrutture di base, si potrebbe garantire accesso universale all’acqua potabile in circa 70 Paesi e all’energia elettrica in circa 50 Paesi, due terzi di quelli in cui l’energia elettrica non è disponibile per tutti.

493 miliardi di dollari: è la spesa annuale a livello globale per sostenere il consumo di combustibili fossili (World Energy Outlook, 2015)

C’è poi un altro tipo di sussidi, che consiste nel non far pagare i costi sociali dell’uso dei combustibili fossili, legati al riscaldamento globale, alle morti premature dovute all’inquinamento dell’aria, all’acidificazione degli oceani, e così via. Sono costi che ricadono sull’intera società, aumentano il debito pubblico e impediscono investimenti nella sanità o nell’educazione. Senza questi sussidi indiretti, che sono più a vantaggio del carbone, i combustibili fossili sarebbero raramente più convenienti delle energie rinnovabili, e sarebbero più velocemente abbandonati. Uno studio del Fondo Monetario Internazionale su questo tipo di sussidi ha prodotto la terrificante stima di 5.300 miliardi di dollari l’anno, 10 milioni di dollari al minuto. Una cifra superiore a quella della spesa sanitaria dei governi di tutto il mondo.
I sussidi ai combustibili fossili sono un salasso che non ci possiamo più permettere: favoriscono la disuguaglianza sociale, limitano l’accesso al benessere delle persone più povere, distorcono il mercato dell’energia.
La riforma dei sussidi ai combustibili fossili è ormai chiesta da grandi organismi internazionali come l’Agenzia internazionale per l’energia e la Banca mondiale, è nell’agenda della Commissione europea e prima della presidenza Trump era in quella del Usa. Il G7 dello  scorso maggio ha chiesto di azzerare questi sussidi entro il 2025: scadenza non ambiziosa, ma almeno per la prima volta si è citata una data.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2016)

 © riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia