Ambiente / Approfondimento

Gli impatti del cambiamento climatico in Friuli-Venezia Giulia

La crisi ambientale ha portato a un inasprimento della siccità e all’aumento dei danni legati alle gelate primaverili. È cresciuto il numero dei giorni in cui la temperatura massima supera i 30 gradi e la superficie coperta dai ghiacci è un quinto rispetto a quattro secoli fa. “Servono azioni di mitigazione e adattamento”, spiega Andrea Cicogna dell’Arpa regionale

Il lago du Fusine, in Friuli-Venezia Giulia, colpito dalla siccità nel 2020 © Fb

“Quando riflettiamo sul cambiamento climatico è necessario che ci poniamo delle domande, che ci chiediamo dove investire. Vogliamo ancora puntare su grandi colture estensive ed estive, che richiedono molta acqua, o è meglio invece puntare su coltivazioni differenti? E come possiamo sfruttare al meglio l’acqua che abbiamo, tesaurizzarla?”. Andrea Cicogna lavora presso l’Osservatorio meteorologico dell’Agenzia regionale per la protezione ambiente (Arpa) in Friuli-Venezia Giulia. È il responsabile della sezione “Clima, dati e monitoraggi” e si occupa di climatologia e agrometeorologia. Il cambiamento climatico è da anni al centro delle analisi di numerosi enti a livello regionale: il lavoro di un gruppo di questi, coordinati proprio da Arpa, ha portato nel 2018 alla pubblicazione di un primo studio della crisi ambientale in Friuli-Venezia Giulia e del suo impatto sul territorio. In seguito alcuni degli aspetti evidenziati dal rapporto sono stati approfonditi in modo da averne una conoscenza maggiore e aggiornata.

Cicogna si sofferma sugli impatti del cambiamento climatico sull’agricoltura, individuando due fenomeni particolarmente significativi: l’inasprimento della siccità e l’aumento dei danni legati alle gelate primaverili. La prima problematica potrebbe sembrare lontana dalle caratteristiche del Friuli-Venezia Giulia per il fatto che la Regione è una delle zone più piovose d’Italia. Non è così. “La zona è caratterizzata in gran parte da terreni fortemente permeabili, poco profondi e molto ciottolosi -spiega Cicogna ad Altreconomia-. Questo fa sì che tendano ad andare in stress idrico molto presto, dopo appena 5-6 giorni senza pioggia. Anche le precipitazioni estive, intense, hanno un effetto limitato”. In un contesto già complicato, la diminuzione delle piogge porta a una necessità di irrigazione ancora più profonda. “Il cambiamento non è ancora eccessivamente evidente, ma esiste -continua l’esperto-. Anche in zone come la Bassa Friulana, dove si faceva frutticoltura senza irrigare, adesso questa è diventata una pratica importante: senza si rischia di non portare a casa il prodotto”.

Diverso, ma altrettanto significativo, l’impatto delle gelate: consistono in giornate in cui la temperatura si abbassa sotto lo zero, nonostante sia già primavera e la vegetazione sia perciò attiva. Negli ultimi trent’anni sono stati registrati otto eventi di questo tipo: ben tre si sono concentrati dal 2017 a oggi. “Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, non stiamo assistendo a un trend per cui le gelate arrivano sempre prima -spiega il climatologo-. Contemporaneamente si osserva invece in maniera chiara un anticipo del risveglio vegetativo, che per la vite è quantificabile in circa 1,5 giorni al decennio”. In questo modo, le basse temperature registrate negli stessi giorni dell’anno portano a danni considerevolmente maggiori per l’agricoltura. “In futuro registreremo anche un anticipo delle gelate -fa notare Cicogna- ma sempre minore rispetto a quello del germogliamento”.

L’impatto del cambiamento climatico non si limita a questi due fenomeni, come si evince dal rapporto. L’aspetto più rilevante consiste nell’aumento delle temperature, osservato in maniera netta nel corso degli anni: se tra il 1960 e il 1990 si registrava una media annua di 12,6°C, gli ultimi decenni sono stati significativamente più caldi, con un picco di 14,6°C nel 2014. Accanto alle temperature medie, è cresciuto anche il numero di giorni in cui la temperatura massima si spinge sopra i 30 gradi, ormai 50 all’anno. E con il caldo, si sciolgono i ghiacciai della Regione: alcuni depositi nevosi si stanno dimostrando più resilienti del previsto al cambiamento climatico, ma la superficie costantemente coperta da ghiacci è ormai un quinto rispetto a quella di quattro secoli fa, quando l’estensione era massima.

Anche il mare si sta riscaldando. Sta inoltre lentamente aumentando la sua salinità: la portata dei fiumi in primavera ed estate si è ridotta e, di conseguenza, la quantità di acqua dolce immessa nel mar Adriatico è sempre minore. Per quanto riguarda le coste, queste sono interessate in maniera crescente dall’erosione, che costringe a intervenire artificialmente per preservare spiagge e turismo balneare. Cicogna indica come la reazione debba essere doppia, con un’azione al tempo stesso di mitigazione e di adattamento, ed insiste sul fatto che le politiche relative alla seconda debbano essere essenzialmente locali. “Esistono le linee guida europee, certo. Ma sono le Regioni e gli enti locali che decidono quali saranno il turismo, l’agricoltura e la sanità del futuro”.

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