Ambiente

Gli affari sono una scelta di campo

La Procura indaga sul nuovo stadio della Juve. La nostra inchiesta sul numero di settembre

Tratto da Altreconomia 130 — Settembre 2011
Juventus e Atalanta progettano nuovi stadi privati: sono il pretesto per gli ennesimi centri commerciali. Finanziati coi soldi dei contribuenti

Fischio d’inizio del campionato di calcio di serie A. Comincia la stagione 2011/2012. Otto settembre 2011, la Juventus inaugura il suo nuovo impianto: è “lo stadio che cambia il calcio”, come recita il claim pubblicitario della società bianconera. È proprio vero: l’impianto (e l’incasso) è privato, ma il costo dell’investimento grava su tutti noi, perché la società degli Agnelli ha fatto ricorso ad un generoso finanziamento dell’Istituto di credito sportivo (Ics), l’ultima banca pubblica italiana. Per 60 milioni di euro. 

Torino ha sperimentato per prima anche altri “ingredienti” della privatizzazione degli stadi:  alla prima partita, ad esempio, i giornalisti (radiocronisti e telecronisti) avranno qualche difficoltà. Perché lo “Stadio delle Alpi” è stato abbattuto, non c’è più, ma quello che ha preso il suo posto non ha ancora un nome. E allora, immaginiamo alla radio: “Intervengo dal… nuovo stadio della Juventus”. Sì, perché “il nuovo stadio della Juventus” (cui è dedicato anche un sito internet) si chiamerà così fino a quando non verrà “commercializzato”. Di quest’operazione si sta occupando Sportfive Italia srl, filiale italiana della multinazionale Sportfive (del gruppo Lagardère Sports), che nel 2008 ha firmato un contratto in esclusiva con Juventus Football Club spa -una società quotata in Borsa, controllata al 60% da Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli-. Sportfive garantirà, fino al 2023, (almeno) 75 milioni di euro al club torinese. 6,25 milioni di euro all’anno, in media, anche se 35 milioni di euro sono già stati versati per contribuire a “realizzare” il sogno della Juve.

Quello, cioè, di un nuovo stadio di proprietà che ha preso il posto del “delle Alpi”, che era comunale. Una struttura da 41mila posti a sedere che, almeno secondo documenti elaborati dalla Juventus e presentati agli analisi nel marzo 2011, dovrebbe far crescere i ricavi da stadio della società -dalla stagione 2011/2012- fino a 25-35 milioni di euro, segnando un incremento del 115-200% rispetto al campionato 2010/2011.

La Juventus ha preferito non rispondere alle domande di Altreconomia. La società si è limitata a fornire dati relativi al campo da gioco (il dato “forte” è che i tifosi saranno seduti praticamente a bordo campo, a 7,5 metri dalla linea del fallo laterale) e alla struttura (design curato da Giugiaro Design e Pininfarina Extra), ma è stata parca d’informazioni economiche e finanziarie. Ricostruire l’iter del “nuovo stadio della Juventus”, che viene da lontano, è possibile solo a partire dai documenti del Comune di Torino e dall’analisi dei bilanci della società. Vale la pena farlo, perché è lo stesso percorso che si ripete in molte altre città, a Bergamo ad esempio, come raccontiamo a pagine x. 

Ecco alcune tappe fondamentali: il 6 dicembre 2002 è stata approvata una Variante con cui le aree comprese “fra corso Grosseto, strada Comunale Altessano, strada Druento e via Traves” sono state trasformate da aree destinate a servizi pubblici a Zona urbana di trasformazione, denominata Ambito 4.23 “Stadio delle Alpi”; poi, il 15 luglio 2003, il Comune ha trasferito per 99 anni “la proprietà superficiaria dello Stadio delle Alpi e dei fabbricati insistenti sulle aree limitrofe allo Stadio delle Alpi nonché il diritto di superficie sulle aree” alla Juventus. Si tratta di oltre 349mila metri quadri, per i quali la società sta pagando un corrispettivo di 25 milioni di euro, meno di un euro al metro quadrato per ogni anno. Poi, in data 20 giugno 2005, la Società Juventus ha presentato al Comune due istanze di autorizzazione commerciale, per circa 17mila metri quadrati complessivi di superficie di vendita. Sono state rilasciate nel gennaio del 2006.

Tra giugno 2005 e gennaio 2006, però, su istanza della Juve, il consiglio comunale ha approvato una variante al Piano regolatore generale della città, “con la quale erano ridistribuite le consistenze edificatorie commerciali all’interno dell’Ambito 4.23 Stadio delle Alpi”. La Juve ha fatto bingo, anche perché ha ceduto in parte questi costi a Nordiconad: l’impresa cooperativa tra dettaglianti, che aderisce al Consorzio nazionale Conad e che attraverso la controllata San Sisto srl sta realizzando gli spazi commerciali intorno allo stadio, per 34mila metri quadri, ha pagato alla società 20,25 milioni di euro, undici dei quali finiti nelle casse del Comune di Torino per saldare il “conto” del diritto di superficie. Con tanto di sito internet dedicato, l’area commerciale vede come promotori anche Cmb (Cooperativa muratori e braccianti di Carpi) e Unieco. Che, come spiegano sul web, stanno creando un superluogo, cioè “un luogo in cui funzioni urbane, infrastrutture e spazi commerciali si sommano e si integrano, creando una forte sinergia.

Uno spazio polifunzionale, dunque, vivo nelle 24 ore della giornata, che si pone come nodo fondamentale della vita quotidiana delle persone e del territorio in cui è localizzato”. Superluogo, peraltro, localizzato a 500 metri da un ipermercato Auchan, che però insiste sul territorio del Comune di Venarìa Reale (To). Sportfive e Conad contribuiscono, ma per completare l’opera servono quasi 90 milioni di euro (secondo l’ultima trimestrale di Juventus Football Club, al 31 marzo 2011 la società aveva speso in costruzioni 71,9 milioni di euro, pari al 81% del totale), e l’investimento lievita a 120 milioni considerando anche le spese accessorie.

Per finanziare gli investimenti, Juventus Football Club ha fatto ricorso al credito. Invece di rivolgersi al mercato privato del credito, però, la società -che è quotata in Borsa- ha acceso tra il 2009 e il 2010 due mutui, per un totale di 60 milioni di euro, presso l’Istituto per il credito sportivo. L’Ics non ha risposto in merito al tasso d’interesse applicato al finanziamento, spiegando che si tratta di “un’informazione sensibile che solo il cliente può fornire”. Ma anche la Juventus ha preferito non farlo. Non può mancare la ciliegina sulla torta. Che assume la forma di un’altra “variante”. È del 15 marzo 2011, e riguarda il “Progetto Continassa”, un’area di circa 270mila metri quadri, attigua a quello dello stadio, che il Comune si è impegnato a trasferire alla Juventus con un Protocollo d’intesa sottoscritto dalle parti nel giugno del 2010. La società si occuperà della riqualificazione dell’intera area, su cui -si legge nella trimestrale di Juventus Football Club spa- “saranno trasferiti i diritti edificatori relativi alla nuova sede, già detenuti da Juventus nell’ambito dell’area del nuovo Stadio”.

L’acquisizione dell’area, in diritto di superficie per 99 anni, dovrebbe avvenire entro fine 2011. Il prezzo: un milione di euro. Il giornalista Roberto Perrone, dopo una visita embedded all’impianto di Torino, il 12 maggio scorso ha scritto su Sette: “Il vero paradosso di questo stadio è che è talmente avanti che non sembra neanche pensato per una squadra italiana e per dei tifosi italiani”. La speranza è che i supporter della Juve, che come tutti quelli italiani negli ultimi anni hanno abbandonato lo stadio, non si sentano offesi. Complice forse una stagione poco fortunata (la Juventus ha terminato il campionato al settimo posto), all’Olimpico -dove la società ha giocato nel 2010/2011- c’erano poco più di 20mila 600 tifosi a partita.

La cittadella orobica
Il progetto del nuovo complesso sportivo nel parco agricolo


A salutare in corteo per la vie di Bergamo la promozione in serie A dell’Atalanta, all’inizio di maggio, non c’era tutta la città. Mancava, senz’altro, Alessandro Moroni, geologo, tra i promotori del Comitato del Parco agricolo ecologico della cintura Sud di Bergamo. Il ritorno in serie A della squadra orobica dà nuovo slancio al progetto di realizzare una “Cittadella dello sport”, il nuovo stadio di proprietà dell’Atalanta con annessi spazi commerciali e servizi.

Che, per decisione dell’amministrazione comunale, troverà spazi edificabili proprio sui terreni del Parco agricolo, un Plis (Parco locale di interesse sovracomunale). “La proposta del Parco -racconta Moroni- era stata avanzata nel 2004, elaborata da 3 o 4 comitati della zona insieme a Legambiente, Wwf e Italia Nostra. Nella zona a Sud di Bergamo esisteva una situazione di grave inquinamento, dovuta alla realizzazione di nuove grandi infrastrutture, come l’asse interurbano, e dell’aumento dell’attività dell’aeroporto di Orio al Serio (vedi qui sotto). Con il progetto originale avremmo ‘salvato’ 390 ettari, aree verdi fondamentali per realizzare una connessione tra le aree agricole di pianura e il Parco dei colli, l’altro Parco locale riconosciuto dalla Provincia di Bergamo, un’esigenza anche secondo il piano regolatore allora in vigore a Bergamo”. 

Alla fine, però, il Parco è di 300 ettari. Lo “stralcio” più importante riguarda il territorio del Comune di Bergamo. Il nuovo Pgt (Piano di governo del territorio) della città è stato votato nei primi mesi del 2009. Nel dicembre dello stesso anno è iniziata la “partita” delle varianti. Una ha stralciato 35 ettari nell’area del Parco, per la realizzazione della “Cittadella dello sport”. “Non esiste ancora una bozza di progetto, né una planimetria -spiega Moroni-. Ad aprile 2011 è stato presentato alla stampa un rendering dello stadio, ma non è inserito nell’area”. 

“Ciò che è successo ha dell’incredibile: hanno fatto una variante previa, prima di conoscere il progetto. Perché fare una cosa del genere?” si domanda Luigi Nappo, ex assessore all’Urbanistica in Comune. Nappo è fondatore e presidente dell’associazione l’Aurora, e in questa veste ha inviato al sindaco Franco Tentorio (Pdl) una lettera relativa alle modifiche al Pgt, e in particolare alla previsione di aree da destinare al “verde per lo sport e il tempo libero” (V9), dove sono ammesse anche “funzioni strettamente correlate alle funzioni principali, finalizzate alla sostenibilità delle attrezzature e/o dei servizi insediati”. In parole povere, metrature da destinare a funzioni commerciali, terziarie e ricettive.

Stadio quindi, ma possibilmente anche centro commerciale: ecco il senso di un progetto da 50 milioni di euro, quello contenuto nei faldoni portati in Comune -ad inizio aprile- dal presidente dell’Atalanta. Il cui nome è Antonio Percassi, ovvero il “campione dei centri commerciali” che controlla l’Orio Center e in città è impegnato in progetti come quello del “polo del lusso” di Azzano San Paolo (vedi Ae 106 e 111), che realizzerà lo stadio (di proprietà della società) in tandem con il gruppo Cividini, famiglia di immobiliaristi bergamaschi proprietari di gran parte delle aree. Quando sarà pronto il nuovo stadio, si aprirà la bagarre sul vecchio Comunale, costruito negli anni Venti: alcune aree dell’impianto sono tutelate, ma al posto delle vecchie curve -così dispone il Piano di governo del territorio- possono sorgere palazzi per 50mila metri cubi.

Cos’è l’Istituto di credito sportivo
Dopo Torino, stadi in rampa di lancio a Cagliari, Udine e -soprattutto- Palermo. Il tutto grazie ai finanziamenti dell’Istituto per il credito sportivo, per complessivi 60 milioni di euro, come ha spiegato a metà giugno alla Gazzetta dello Sport il commissario dell’Istituto, Andrea Cardinaletti. L’Ics, nato nel 1957, è -ad oggi- un Ente pubblico con gestione autonoma, l’unica banca pubblica del Paese.

Ha sempre lavorato con il pubblico, ma dal 2007 eroga finanziamenti anche a favore di soggetti “privati”, dalle associazioni sportive prive di personalità giuridica alle società di capitali, come la Juventus, che è quotata in Borsa. Recentemente, l’Istituto per il credito sportivo è stato affidato ad una gestione commissariale, con l’obiettivo di arrivare ad una sua trasformazione in società per azioni, di cui diverrebbero azionisti i soggetti che già partecipano al capitale dell’Istituto: Coni Servizi spa, Cassa depositi e prestiti, Banca nazionale del lavoro, Dexia Crediop, Generali, Monte dei Paschi di Siena, San Paolo IMI (gruppo Intesa Sanpaolo), Banco di Sicilia (Unicredit), Banco di Sardegna.

Le passeggiate di Claudio
Il problema principale per la sostenibilità del calcio italiano sono gli stadi. Parola di Maurizio Beretta, presidente della LegaA, che ad Affari&finanza (11 luglio 2011) ha spiegato che “è un anno e mezzo che giace in Parlamento la legge per sbloccare nuovi stadi”. L’iter è stato bloccato dall’opposizione alla Camera: “In Senato il testo è passato in via ‘legislativa’, che permette una procedura di approvazione accelerata -spiega Raffaella Mariani, capogruppo del Pd in commissione Ambiente-. Quando è arrivata alla Camera, è stata affidata alla commissione Sport, cultura e pubblica istruzione. Noi abbiamo eccepito un conflitto di competenza, perché si tratta di una legge che riguarda l’urbanistica, e il parere dell’Ambiente non può essere lasciato fuori”.
Alla fine, la legge verrà probabilmente approvata in autunno. Tra maggioranza e opposizione è stata raggiunta una mediazione: il Pdl dovrà “rinunciare” a quegli articoli che prevedono, per la costruzione dei nuovi stadi, deroghe al “Codice del paesaggio” e ai vincoli idrogeologici, care -tra gli altri- al presidente della Lazio Claudio Lotito, che negli ultimi mesi è stato visto più volte “circolare” in Parlamento, anche fuori dalle commissioni, per far pressioni affinché la Camera passasse il testo già licenziato dal Senato. La legge “spalancherà” comunque le porte alla privatizzazione degli stadi: l’approvazione dei progetti passerà per Accordi di programma, dopo aver ricevuto parere positivo nell’ambito di “conferenza dei servizi”.  Insomma, non ci sarà più bisogno di varianti, come quelle di Torino e Bergamo. 

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