Altre Economie

Gioielli beduini in bottega

Frutto di un progetto di “Vento di terra”, alla periferia di Gerusalemme è nato un laboratorio artigiano che coinvolge le donne della comunità

Tratto da Altreconomia 133 — Dicembre 2011

Le cinque ragazze sono in silenzio, concentrate solo sulle loro mani intente a creare gioielli. Seguono le indicazioni di un signore sulla cinquantina, che le segue nei vari passaggi. Siamo a Betlemme, nel college Dar-Al-Kalim, appena finito di costruire, e le cinque ragazze sono beduine Jahalin, che abitano ad Anata, all’estrema periferia a Est di Gerusalemme.
Partecipano a un mese di formazione, poi potranno lavorare nel loro villaggio per creare in autonomia gioielli di tradizione beduina in argento, rame, allumino e pietre dure, che verranno distribuiti sul mercato locale e nel circuito del commercio equo e solidale italiano. Gioielli come quelli che ancora oggi le loro nonne portano al collo. Tutto questo è possibile grazie a un progetto della Ong milanese Vento di Terra (vedi box), chiamato “La tenda del gioco” e co-finanziato dalla Fondazione Cariplo. L’obiettivo è sostenere i diritti delle fasce più deboli di questa comunità di beduini, 600 famiglie sparse su diversi accampamenti incastrati tra colonie israeliane e il Muro. Una parte del ricavato delle vendite permette di retribuire il lavoro delle donne, l’altra a finanziare servizi educativi per i bambini e le bambine Jahalin.
Si tratta quindi innanzitutto di una micro-impresa no-profit per dare un’attività alle donne beduine di questi territori. “Non portiamo le nostre idee -sottolinea Massimo Annibale Rossi, il presidente di Vento di Terra-. Loro stesse hanno espresso l’esigenza di rimettere in piedi un’attività della loro tradizione”.
Inam Whedehe è l’entusiasta coordinatrice locale della parte del progetto legata alla creazione dei gioielli. Suo padre è beduino e lei è il tramite indigeno con la comunità Jahalin. Prima di questo progetto era già conosciuta dalle famiglie, che si fidano di lei. Una delle ragazze le mostra orgogliosa il lavoro appena concluso. “All’inizio le ragazze che stavamo formando vivevano l’uscita dal villaggio come un viaggio di divertimento, volevano andare al mercato -racconta Inam-. È stata per loro la prima opportunità di uscire dalla comunità. Poi si sono appassionate al lavoro e ne hanno capito l’importanza. All’inizio i loro mariti (le donne Jahalin si sposano anche già a 14 anni, ndr) non le hanno incoraggiate, però poi hanno notato come la loro vita in famiglia funzionasse meglio, perché le donne erano più serene. Speriamo ora le famiglie mandino altre ragazze per la formazione”.
Sono ordinate e curate, ed è difficile immaginare che vivano nelle baracche in lamiera, cartone e pezzi di plastica che sono l’accampamento dei beduini Jahalin. Ma è là che sono confinate dalle autorità israeliane, tra una fascia di casermoni della colonia israeliana di Ma’ale Addumin che degradano lungo il crinale della collina e un pezzo secondario del Muro che serpeggia lungo campi desertici. Alle spalle delle baracche stanno le case mezze costruite e mezze abbandonate del campo profughi palestinese di Shu’fat.
I beduini hanno diversi status: alcuni risultano rifugiati (non riconosciuti dallo Stato d’Israele), altri, i nuovi nati, ad esempio, non vengono nemmeno dichiarati, spesso per non fornire agli israeliani la dimensione esatta delle loro comunità, in quanto temono ritorsioni di fronte a un aumento nel numero di abitanti.
Dopo la Naqba (la “catastrofe” del 1948, che corrisponde all’esodo delle popolazioni arabe a seguito dell’assegnazione della regione palestinese a favore di Israele da parte del Regno Unito), i beduini di questi territori hanno cominciato ad impoverirsi, sia materialmente che culturalmente. Le donne avevano in mano la gestione della casa, la cura attraverso la medicina tradizionale e perfino la creazione delle abitazioni. Ogni sei mesi, in corrispondenza della transumanza, erano loro che distruggevano le proprie tende per ricostruirle altrove. Erano fatte in materiali naturali (lana di capra e peli di cammello) e spesso venivano tinte. Dal 1948 i beduini sono stati progressivamente allontanati dalle loro terre e sono stati dispersi. Di fronte a territori nuovi hanno man mano perso la capacità di riconoscere ed utilizzare le erbe selvatiche a scopo curativo e hanno cominciato a ridurre il numero di bestie allevate. Meno animali ha significato meno materiale da costruzione a disposizione. Alla lana sono state progressivamente sostituiti materiali di scarto. La vicinanza con situazioni di disagio come i campi profughi palestinesi ha reso i beduini più diffidenti. La gestione della casa e della sicurezza della famiglia è progressivamente passata in mano agli uomini. Le donne si sono così ritrovate a perdere il loro ruolo e ad essere sempre più relegate in casa, spesso in uno stato di sottomissione. I gioielli che caratterizzavano lo status di chi li indossava non vengono più fabbricati.

A metà agosto è arrivata ad Anata un’esperta nella selezione di prodotti per il circuito del commercio equo e solidale italiano. È stata quindi definita la collezione da esportare, tutti oggetti realizzabili a mano in materiali anallergici. A fine mese è partita la produzione. Finora sono stati creati un migliaio di gioielli. Una parte è desinata al mercato locale, in particolare all’interno della città vecchia di Gerusalemme. A Natale, però, i primi gioielli beduini si troveranno anche in Italia, distribuiti direttamente da Vento di Terra in alcune botteghe di Milano e del suo hinterland, gestite dalle cooperative Nazca (www.nazcacoop.it) e Chico Mendes (www.chicomendes.it). “Siamo ancora nella fase dei test -precisa Serena di Vento di Terra-, e non è realistico pensare a una distribuzione più ampia”. “Non ci aspettiamo lo stesso successo avuto con i sandali distribuiti assieme alla cooperativa di commercio equo milanese Nazca (vedi box) -aggiunge Annibale- ma speriamo in un prossimo futuro di essere ugualmente presenti su tutto il territorio italiano con questo nuovo progetto”. —

ORME DI PACE, LA PALESTINA EQUO-SOLIDALE AI PIEDI
Vento di Terra (www.ventoditerra.org) si è fatta conoscere un paio di anni fa con il progetto “Sandali dalla Palestina/Impronte di pace” (www.improntedipace.org), calzature realizzate nel campo profughi palestinese di Kalandia (Ramallah) utilizzando pelle di cammello proveniente da Hebron e venduti in sacchetti di stoffa creati e ricamati nel campo profughi di Shu’fat. Grazie alla distribuzione di Nazca i sandali sono stati un successo all’interno delle botteghe.Vento di Terra nasce nel 2006 e dal 2010 è una Ong. Collabora coi beduini grazie a un partner locale, Jerusalem Bedouin Cooperative Committee, in base a una metodologia di intervento fondata sul lavoro di rete, che coinvolge attivamente tutti i beneficiari dei progetti. —

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