Altre Economie / Opinioni

La generazione che non vuole ereditare il “capitalismo fossile”

Diritto alla vita, alla salute, al cibo, all’acqua, ai servizi igienici, a un ambiente sano, a un adeguato tenore di vita, all’alloggio, alla proprietà, all’autodeterminazione, allo sviluppo e alla cultura. La banalizzata “Generazione Greta” sa che cosa non è successo dal 1992 a oggi. E c’insegna a non accettare alternative. L’editoriale del direttore, Duccio Facchini

Tratto da Altreconomia 219 — Ottobre 2019
La protesta dei giovani di Fridays For Future sul “red carpet” della 76esima Mostra del Cinema di Venezia lo scorso settembre - © Eleonora Palma - Sherwood foto

“Generazione Greta” è tra i “neologismi 2019” della Treccani: “La generazione dei giovani e giovanissimi ispirata dall’azione dell’attivista svedese Greta Thunberg, impegnata nel sensibilizzare l’opinione pubblica e i governanti di tutte le nazioni sui rischi derivanti dal mutamento climatico planetario”. Al di là della personalizzazione, si tratta di una definizione limitata. Basterebbe incontrarla, quella “generazione”, per rendersene conto. A chi scrive è capitato i primi di settembre a Venezia, in occasione del “Venice Climate Camp” messo in piedi dal Comitato No Grandi Navi e dal gruppo locale di Fridays For Future nei giorni della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

Qualcuno avrà visto le fotografie e i video che ritraevano 300 giovanissimi sdraiati sul “red carpet” (per otto ore, polizia colta di sorpresa alle 5 di mattina) di fronte al razionalista Palazzo del Cinema del 1937, o avrà letto di Mick Jagger che ne appoggiava l’iniziativa e li invitava a “pestare ancora più duro”. Viene sottolineata l’opera di sensibilizzazione, appunto. Ma c’è stato tanto altro in quei giorni, a pochi passi dai riflettori, presso la rigenerata Batteria di Cà Bianca, in via Pigafetta, tra le tende di oltre 850 ragazzi arrivati da tutta Europa oltre ogni previsione. Dibattiti, proiezioni, plenarie, conversazioni sulla crisi climatica, l’estrattivismo, gli ecotransfemminismi, le migrazioni forzate, consumi, la giustizia climatica, gli impatti del turismo. L’ultimo giorno, una domenica piovosa, i rimasti al Camp hanno fatto un cerchio sotto il tendone principale, a pochi metri dai Murazzi, e seduti sulle panche hanno iniziato a tracciare un bilancio, con l’inglese a far da esperanto.

Analisi di una maturità sconvolgente per alcuni, nemmeno ventenni: appunti sul servizio d’ordine, la necessità di un maggior supporto legale durante le iniziative, l’utilità di una comunicazione immediata, le ragioni delle scelte e le prospettive. Gli interventi più apprezzati non ricevevano applausi ma il silenzioso sventolìo di mani levate in aria. E quando troppe voci si sovrapponevano, tutti alzavano le mani a far la “bocca chiusa”. Chi voleva intervenire -austriaci, inglesi, tedeschi, italiani, francesi, etc.- alzava gli indici, a formare un inciso. Può sembrare una banale questione di forma, qualcosa che abbia a che fare con le “buone maniere”, ma non lo è. È una splendida questione di sostanza civile, a tratti impietosa se paragonata alle “nostre” recenti discussioni in Parlamento.

È anche questa la “generazione” che non vuole ereditare il “capitalismo fossile” e che perciò sciopera, con un rigore democratico che ricorda quello di Carlo Smuraglia -partigiano e presidente onorario dell’Anpi- che di anni ne ha compiuti 96. E non lo fa soltanto per “sensibilizzare” chi dorme, irritarlo, ricordargli a che ora deve prendere le pastiglie. Lo fa perché non accetta alternative. Sa che cosa non è successo dal 1992 a oggi. “Ventisette anni dopo che tutti gli Stati si sono impegnati ad affrontare la sfida del cambiamento climatico attraverso la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici -hanno dichiarato gli esperti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani poche settimane fa-, la quota di energia mondiale fornita dai combustibili fossili resta invariata all’81%. E dal 1990, il consumo globale di energia è cresciuto del 57 per cento, con un aumento del 68 per cento del consumo di carbone, del 36 per cento del petrolio e dell’82 per cento del gas naturale”.

Questo pezzo di “generazione” senza etichette sa che contrastare i cambiamenti climatici è una battaglia civile per il “diritto alla vita, alla salute, al cibo, all’acqua, ai servizi igienici, a un ambiente sano, a un adeguato tenore di vita, all’alloggio, alla proprietà, all’autodeterminazione, allo sviluppo e alla cultura” (ancora gli esperti Onu). Per chi nasce oggi, non domani.
È bello pensare che Altreconomia -anche lei alle porte dei suoi primi 20 anni, a novembre, festeggiamo!- sia stata tra gli “strumenti” di quel Camp.

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