Ambiente / Attualità

Da Generali un primo passo per l’uscita dal carbone

La società ha un’esposizione nel settore pari a 2 miliardi di euro ma il 9 novembre ha ufficializzato che non fornirà più coperture assicurative per la costruzione di nuove centrali. In generale, tra le istituzioni finanziarie cresce l’attenzione agli investimenti nei combustibili fossili, in particolare le sabbie bituminose, e aumenta il numero delle società che hanno avviato azioni di disinvestimento

Protesta di un gruppo di attivisti di Greenpeace © Robert Visser/Greenpeace

Generali Group, terza compagnia di assicurazioni in Europa, ha ufficializzato che non fornirà più coperture assicurative per la costruzione di nuove centrali a carbone (il più inquinante tra i combustibili fossili) senza alcun tipo di eccezione. Nella nota tecnica relativa alla “Strategia sul cambiamento climatico” diffusa venerdì, Generali ribadisce l’impegno assunto a gennaio 2018 di non effettuare nuovi investimento in società legate al settore carbonifero. Inoltre, per quanto riguarda l’attuale esposizione (pari a 2 miliardi di euro) al settore del carbone Generali “sta dismettendo gli investimenti azionari e disinvestendo gradualmente quelli obbligazionari, portandoli a scadenza e/o valutando la possibilità di dismetterli prima della scadenza. La dismissione degli investimenti azionari sarà completata entro aprile 2019”.

La notizia è stata diffusa oggi da Greenpeace e da Re:Common, che hanno accolto con soddisfazione la decisione della compagnia triestina. “Il fatto che Generali stia decidendo di anteporre le persone e il clima ai propri interessi economici a breve termine è una buona notizia -è il commento di Luca Iacoboni, responsabile campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia-. Ora monitoreremo che alle parole seguano i fatti, e che il Leone di Trieste abbandoni presto tutte le attività carbonifere anche in Polonia e Repubblica Ceca”. Generali, infatti, “non menziona quando i clienti esistenti, come quelli dell’Europa centrale e orientale, verranno abbandonati -puntualizza Alessandro Runci di Re:Common-. Per diventare veri e propri leader climatici e per affrontare il problema dell’inquinamento atmosferico aggravato dai loro clienti, è necessario abbandonare il carbone senza eccezioni”.

Negli ultimi anni diverse banche e società finanziarie hanno annunciato la fine degli investimenti a favore di aziende impegnate nel settore del carbone e dell’estrazione del greggio estratto da sabbie bituminose. Ultima, in ordine di tempo, la società di servizi finanziari “NN Group” -una delle principali compagnie di assicurazioni olandesi- che lo scorso ottobre ha annunciato che non investirà più in compagnie americane e canadesi attive attive nel settore delle sabbie bituminose. “NN Group” ha quindi aggiunto 10 compagnie che estraggono petrolio dalle sabbie bituminose e quattro compagnie di oleodotti (tra cui la Energy Transfer Partner, coinvolta nel progetto del controverso oleodotto “Dakota Access Pipeline”) alla sua “Exclusion list”. Ritirando di fatto i propri investimenti da queste società. “Il cambiamento climatico rappresenta una sfida per i nostri investimenti, ma può anche rappresentare un’opportunità se i modelli di business vengono adattati per tempo –ha commentato Dailah Nihot, membro del board della società-. Se il riscaldamento globale deve essere mantenuto al di sotto dei due gradi, in linea con quanto previsto dall’Accordo di Parigi, riteniamo che il settore delle sabbie bituminose non dovrebbe essere sviluppato”.

Nel 2017 sono state otto le realtà che hanno annunciato la loro decisione di non investire, prestare denaro o assicurare compagnie impegnate nell’estrazione di petrolio da sabbie bituminose: l’olandese ING, il principale fondo pensioni svedese, US Bank, BNP Paribas, Crédit Agricole (che pure resta sulla lista nera di Greenpeace), Société Générale, la banca d’affari Natixis e la società di assicurazioni Axa. Nel 2018 all’elenco di sono aggiunte la spagnola BBVA (ha annunciato che non concederà più finanziamenti ai progetti di esplorazione ed estrazione di petrolio dalle sabbie bituminose, ma resta ancora nella lista nera di Greenpeace) e la “Royal Bank of Scotland”. Infine, lo scorso aprile, anche il gruppo HSBC ha annunciato lo stop ai finanziamenti per nuovi progetti riguardanti l’estrazione di petrolio da sabbie bituminose, compresa la costruzione di nuove pipeline. “Riconosciamo la necessità di ridurre rapidamente le emissioni per raggiungere l’obiettivo fissato nell’Accordo di Parigi del 2015”, aveva annunciato il responsabile per la finanza sostenibile, Daniel Klier. Tuttavia, l’istituto di credito continuerà i propri investimenti finanziari nell’ambito del carbone in Paesi come Bangladesh, Indonesia e Vietnam.

Per Greenpeace, la recente decisione di “NN Group” “lancia un chiaro messaggio” a leader come il primo ministro canadese, Justin Trudeau, sul fatto che gli investimenti nei combustibili fossili non sono investimenti intelligenti. “Danneggiano il pianeta e le persone –spiega ad Altreconomia Kees Kodde, di Greenpeace Olanda-. Se vogliamo mantenere l’aumento della temperatura globale sotto i 1,5° le istituzioni finanziarie possono giocare un ruolo molto importante. Sono sempre più numerose le compagnie che si stanno ritirando da questi investimenti, soprattutto per quanto riguarda le sabbie bituminose e il carbone, che sono i combustibili più inquinanti. C’è ancora molto da fare, invece, per quanto riguarda il petrolio e il gas, dove gli investimenti sono ancora importanti”.

Secondo l’esperto di Greenpeace, le motivazioni stanno portando queste realtà ad abbandonare gli investimenti in alcuni settori dell’industria petrolifera sono diverse tra loro. “Le compagnie assicurative, ad esempio, vedono meglio di altre le conseguenze negative e i rischi collegati dei cambiamenti climatici nei loro eventi estremi: siccità, esondazioni. Lo stesso avviene per i fondi pensione che hanno una visione di lungo periodo -spiega Kodde-. Mentre per le realtà finanziarie, il cambiamento climatico pone grandi rischi per i loro investimenti”.

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