Ambiente / Opinioni

Energia e infrastrutture, un binomio pericoloso

Alcune domande non retoriche sul piano di infrastrutture che le grandi corporation europee -tra cui Eni ed Enel- ritengono fondamentali per costruire “il mercato” europeo del gas, per contenere le emissioni collegate alla vita delle centrali inquinanti e per promuovere nuovi investimenti nel settore estrattivo

Concorrenza, sicurezza nelle forniture, sviluppo sostenibile, liberalizzazione del mercato energetico. Queste le parole d’ordine al centro del comunicato congiunto che otto grandi multinazionali energetiche europee hanno inviato ai governi e alle istituzioni comunitarie prima del Consiglio d’Europa svoltosi lo scorso 22 maggio a Bruxelles.
Tra le altre, figurano le firme di Paolo Scaroni e Fulvio Conti (nella foto), i due amministratori delegati dei giganti italiani dell’energia Eni ed Enel. Un comunicato che va letto e capito. Al centro non c’è l’energia, ma il mercato e le infrastrutture necessarie a realizzarlo. Impianti di stoccaggio del gas, gasdotti che collegano l’Italia da Sud a Nord e il nostro Paese con i vicini della sponda meridionale del Mediterraneo, con i Balcani e con la regione del Caspio; rigassificatori come quello di Livorno, ma anche impianti per lo stoccaggio  come quello di Ferrandina, oltre a gasdotti per il trasporto della CO2 liquida, il sogno europeo per continuare con gli investimenti nel carbone.

Progetti a nove zeri, che secondo le aziende sono fondamentali per costruire “il mercato” europeo del gas e per contenere le emissioni collegate non solo ad allungare la vita di centrali inquinanti, che dovrebbero altrimenti essere dismesse, ma soprattutto a giustificare nuovi investimenti nel settore estrattivo. Ovvero centrali a carbone, ma anche impianti per l’estrazione e il processamento del gas di scisto e di bitumi pesanti, su cui secondo le aziende bisogna investire per la sicurezza degli approvvigionamenti europei.

La richiesta è chiara e arriva proprio quando la discussione degli esecutivi per la definizione dei “progetti energetici di priorità europea” entra nel vivo. I governi hanno tempo fino al 30 settembre per definire una lista di progetti che potranno beneficiare degli “strumenti finanziari innovativi”, come i project bond europei o le aperture di linee di credito promossi dall’UE con la Banca europea degli investimenti (in Italia assieme a Cassa depositi e prestiti). Le istituzioni sono orientate a garantire una copertura pubblica del rischio ai costruttori di queste grandi opere, alle quali, secondo l’UE, è necessario garantire procedure rapide e meccanismi di supervisione. Così tali infrastrutture saranno finanziarizzate dall’inizio, ossia gli investitori istituzionali e i fondi di investimento giocheranno un ruolo chiave, mentre il loro costo sarà scaricato interamente sul resto della società. Per l’UE, “il costo di sviluppo, costruzione, operazione e mantenimento dei progetti di priorità europea deve essere interamente sostenuto dagli utilizzatori delle infrastrutture” attraverso il pagamento delle tariffe associate.

In breve, si tratta di approntare un mercato privato per il trasporto e lo stoccaggio di energia, poi venduta ai cittadini sulla base di un prezzo definito dal mercato stesso. Un prezzo altamente influenzabile, o comunque non determinato da domanda e offerta, come racconta la teoria economica, ma da attori che intendono controllare fisicamente il gas come già fanno con il petrolio. Ovvero decidendo quando vendere il gas, a chi e a quale prezzo; non sulla base delle necessità degli utenti, ma della convenienza e delle possibili speculazioni sul prezzo e delle intermediazioni in corso. Per far ciò, le istituzioni e i governi stanno muovendo risorse pubbliche, che copriranno il rischio e assicureranno un margine di profitto alle aziende e ai mercati finanziari, i quali nel tempo definiranno il costo del mantenimento delle infrastrutture, scaricati poi sulle tariffe.

Un’operazione che mercati e multinazionali cercano di venderci come un passo in avanti per la sicurezza energetica. Ne siamo proprio sicuri? Siamo davvero certi che siano queste le infrastrutture di cui avrà bisogno l’Europa per iniziare la profonda trasformazione energetica e produttiva che serve a uscire dalla crisi e dalla dipendenza dai combustibili fossili? Quale sarà il costo che le comunità che si trovano dove verranno costruite queste infrastrutture dovranno pagare, e quale il costo che stanno già pagando le realtà che resistono a nuove estrazioni, di petrolio, di gas, di carbone, e di gas di scisto, in Europa e in quelli che l’UE vede come i sui “fornitori”? Quale il costo che noi tutti dovremo pagare, per rimanere dipendenti dai mercati, dalle multinazionali e da una risorsa destinata a esaurirsi a breve? Domande legittime, su cui dovremmo ragionare oggi, prima di abboccare all’amo dei mercati…

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