Ambiente / Intervista

Una legge storica in El Salvador: messa al bando l’industria mineraria

Il Parlamento del più piccolo Paese del Centro America chiude le porte allo sfruttamento delle riserve di oro e d’argento: è il primo al mondo. Una scelte necessaria per tutelare un territorio densamente popolato. Intervista a Padre Andreu Oliva, rettore dell’Univeridad Centroamericana, tra i promotori del provvedimento

"No alle attività minerarie, sì alla vita" è lo slogan che campeggia sulle bandiere degli attivisti che in El Salvador hanno guidato la protesta contro l'industria mineraria
"No alle attività minerarie, sì alla vita" è lo slogan che campeggia sulle bandiere degli attivisti che in El Salvador hanno guidato la protesta contro l'industria mineraria

El Salvador, il più piccolo degli Stati del Centro America, è il primo Paese al mondo a bandire ogni attività mineraria dal proprio territorio.
Quella di mercoledì 29 marzo 2017, quando il Parlamento ha approvato all’unanimità la “Ley de prohibicion de la minería metalica en El Salvador”, è una data storica, come hanno scritto il New York Times, il Guardian e il Financial Times, e come spiega ad Altreconomia Padre Andreu Oliva, rettore dell’Universidad Centroamericana “José Simeón Cañas” (UCA):
“Riteniamo quest’atto fondamentale per la difesa della vita in El Salvador, che dev’essere salvaguardata dagli interessi dell’industria mineraria. A nostro avviso, e secondo gli studi redatti anche dalla nostra università, questo tipo di attività economica non è praticabile in un Paese come il nostro, che è molto popolato e possiede un’unica importante fonte d’acqua potabile, il bacino del rio Lempa, che correrebbe il rischio di essere inquinata. Inoltre -continua Padre Oliva- in El Salvador non esistono vene aurifere, e i metalli preziosi sono mescolati alle rocce e alla terra: questo significa che lo sfruttamento minerario potrebbe comportare un cambiamento, permanente, anche nell’orografia del Paese”.
L’Universidad Centroamericana ha partecipato, con la Cáritas di El Salvador e all’Arcivescovado di San Salvador, alla elaborazione del testo di legge approvato, presentato in Parlamento all’inizio del mese di febbraio, al termine di una marcia che ha visto anche la consegna ai deputati di circa 30mila firme raccolte tra i cittadini contrati allo sfruttamento dei giacimenti minerari del Paese.

Quando parla di un territorio densamente popolato, il rettore dell’UCA fa riferimento al fatto che i 6,1 milioni di abitanti di El Salvador vivono su una superficie di appena 21mila chilometri quadrati, con una densità media di 291 abitanti per chilometro quadrato (il 45% in più rispetto all’Italia); quando descrive la carenza d’acqua potabile, il riferimento è ai dati delle Nazioni Unite, che vedono il Paese centroamericano “vicino allo ‘stress idrico’, con una disponibilità procapite tra i 2mila e i 3mila metri cubi d’acqua all’anno”. Le foreste originarie ricoprono appena il 3% del territorio: El Salvador è, dopo Haiti, il Paese più deforestato al mondo, ed anche per questo nel 2010 era in cima alla classifica delle Nazioni Unite di quelli più vulnerabili; l’ultimo World Risk Report -presentato nel 2016- lo vede invece all’undicesimo posto. Il governo, attraverso il ministero dell’Ambiente, sta investendo in interventi di mitigazione ai cambiamenti climatici, e anche lo sviluppo delle attività mineraria aveva già subito uno stop grazie a una moratoria votata nel 2007.

Nel 2010 El Salvador guidava la classifica delle Nazioni Unite dei Paesi più vulnerabili, secondo il World Risk Report

“Si trattava, però, di una misura non sufficiente -secondo Padre Oliva-, perché avrebbe permesso ad ogni imprese titolare di una concessione per l’esplorazione, cioè la ricerca di metalli preziosi, di denunciare lo Stato qualora non avesse garantito la possibilità di sfruttamento delle miniere. Lo ha già fatto nel 2009 la multinazionale australiano-canadese Oceana Gold, che ha promosso un giudizio contro il governo di El Salvador di fronte al tribunale speciale della Banca mondiale chiamato a dirimere le controversie tra Stati e aziende, chiedendo un indennizzo pari a 284 milioni di dollari”.
Questa cifra corrispondeva a una stima dei mancati guadagni legati allo sfruttamento del sito, che secondo l’azienda avrebbe garantito oltre 42 tonnellate d’oro e 323 di argento.
“Alla fine il Salvador ha vinto la causa, ma con l’approvazione di questa legge si nega anche il diritto a ricorrere” sottolinea Padre Oliva. La sentenza è arrivata nell’ottobre del 2016: durante i sette anni di disputa, le spese legali sostenute dallo Stato sono state pari a circa 30 milioni di euro, mentre Oceana Gold è stata condannata a rimborsarne per appena 8 milioni di euro.

“Credo che il clamore mediatico intorno al caso, e l’atteggiamento dell’impresa, che si è detta contraria a rimborsare quanto deciso dal tribunale, abbia rafforzato la volontà dei parlamentari chiamati a discutere il progetto di legge -sottolinea Padre Andreu Oliva-. Allo stesso modo, è stato cruciale l’appoggio dell’Arcivescovo di San Salvador, Monseñor José Luis Escobar Alas, ispirato dall’enciclica di papa Francesco, Laudato si’: la marcia promossa dall’Arcivescovado ha avuto senz’altro un impatto su tutti i partiti rappresentati in Parlamento”.

“El Salvador ha dimostrato che la priorità assoluta per chi governa dev’essere la tutela dell’ambiente, il benessere della popolazione” (Padre Andreu Oliva, rettore dell’Universidad Centroamericana)

Nel corso degli ultimi anni l’UCA, racconta il rettore dell’università di San Salvador, ha realizzato alcuni sondaggi d’opinione in merito all’attività mineraria nel Paese, da cui risulta che il 75% delle persone che vive nelle regioni “a rischio miniere” era contraria a ogni sviluppo dell’attività mineraria, percentuale che scende al 70% su base nazionale.
“Le terre oggetto di concessione, localizzate per lo più nel Nord-est del Paese, sono di proprietà di piccoli contadini, che praticano un’agricoltura di sussistenza. Abbiamo registrato casi di violenza, fino all’omicidio di alcuni attivisti ed ambientalisti che si opponevano all’ingresso delle multinazionali nelle comunità”. Sono quattro i nomi dei martiri elencati nel comunicato con cui la Mesa Nacional Frente a la Minería Metalica (la Rete nazionale contro lo sfruttamento minerario) ha salutato l’approvazione della legge: Marcelo Rivera, dirigente della Asociación Amigos de San Isidro Cabañas, Dora Alicia Recinos Sorto, membra del Comité Ambiental de Cabañas (era incinta di otto mesi quando venne assassinata), Ramiro Rivera Gomez, vice-presidente dello stesso comitato, di cui faceva parte anche l’ultima vittima, Juan Francisco Duran.

“El Salvador ha dimostrato che la priorità assoluta per chi governa dev’essere la tutela dell’ambiente, il benessere della popolazione -conclude Padre Oliva-: e se questo potrà ispirare l’azione di altri governi, essere un esempio, quanto ottenuto sarà ancor più importante”.
Nel 2017 El Salvador festeggia i primi venticinque anni dalla fine di un conflitto armato interno durato tra il 1979 e il 1992. Dopo la guerra civile la speranza di vita alla nascita è passata da 65 anni e mezzo a 72 anni e mezzo, mentre il reddito medio pro-capite è passato da 1.080 a 3.940 dollari. E l’attività mineraria non potrebbe contribuire allo sviluppo del Paese: secondo le proiezioni del ministro dell’Ambiente, le royalties eventualmente riconosciute dalle aziende impegnate a sfruttare le miniere d’oro e d’argento non supererebbero i 39 milioni di euro all’anno. A fronte di un valore della produzione pari a quasi 2 miliardi di dollari. La tassa di concessione, infatti, è del 2%. Poche per svendere l’acqua, la terra e il futuro di un Paese.

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