Ambiente / Intervista

Eelco J. Rohling. La storia profonda degli oceani

Il paleoceanografo olandese Rohling ha studiato la storia di mari e oceani. In un libro spiega il loro fondamentale ruolo contro i cambiamenti climatici

Tratto da Altreconomia 235 — Marzo 2021
Nella pagina accanto, il paleoceanografo Eelco J. Rohling, professore presso l’Australian National University di Canberra © Elias Sch, Pixabay

Cinque milioni e trecentomila anni fa si è aperto lo stretto di Gibilterra e il bacino quasi asciutto del Mar Mediterraneo è stato riempito dalle acque dell’oceano Atlantico al devastante ritmo di 10 metri al giorno. “Deve essersi trattato di uno spettacolo incredibile e il boato della cascata deve essere stato assordante”, scrive il paleoceanografo olandese Eelco J. Rohling in “Oceani. Una storia profonda” (Edizioni Ambiente, 2020). Secondo le sue ricerche, tuttora in corso, questo evento epico potrebbe aver portato il Mediterraneo ad assumere la sua configurazione attuale.

Attraverso un viaggio nella storia dei mari a partire dalla loro comparsa 4,4 miliardi di anni fa, Rohling analizza i fenomeni più preoccupanti della nostra epoca, dal riscaldamento all’acidificazione delle acque, dovuti al ritmo eccessivo con cui emettiamo CO2 nell’atmosfera. Dal 2013 professore dell’Australian National University di Canberra, nel suo saggio Rohling mostra come gli oceani siano preziosi alleati contro i cambiamenti climatici ma potrebbero rivoltarcisi contro.

Professor Rohling, il paleoceanografo sembra essere l’ultimo tra gli avventurieri. Come si fa ricerca sugli oceani e perché nel libro fa un parallelismo con la corsa allo spazio degli anni Sessanta?
EJR Negli stessi anni in cui Kennedy diede inizio alla corsa allo spazio, volle anche finanziare lo studio degli oceani. L’importanza strategica dei sottomarini durante la guerra fredda richiedeva un’approfondita conoscenza: per nasconderli o rilevarne la presenza bisognava infatti sfruttare le proprietà acustiche dell’oceano, conoscere la sua densità e struttura. Con questo obiettivo, si cominciò a studiare il modo in cui gli animali marini usano le onde sonore. Ma il sostegno all’oceanografia non è cresciuto di pari passo a quello per lo spazio. Per questo oggi si sente dire che sappiamo più sulla Luna che non sugli oceani, anche se non è affatto vero.

“La ricerca oceanografica ha delle analogie con quella nello spazio: in entrambi i casi si va in un luogo completamente sconosciuto, chilometri sopra la terra o sotto di essa”

La ricerca oceanografica ha poi delle analogie con quella nello spazio: in entrambi i casi si va in un luogo completamente sconosciuto, chilometri sopra la terra o sotto di essa, ed è un’operazione costosa, pericolosa e che richiede molto tempo.
Per prelevare i campioni di sedimenti marini da analizzare ci si inoltra in oceano aperto con una nave di ricerca specializzata lunga da 70 a 120 metri che costa più di 20mila dollari al giorno. La nave può impiegare anche due settimane per raggiungere la meta. Alla fine, ci vogliono in media due mesi solo per prelevare i campioni da studiare. Senza contare che ci vuole coraggio per scendere migliaia di metri sotto la superficie del mare con i batiscafi, capsule d’acciaio che si immergono nel buio più assoluto, decine di volte più in profondità dei sommergibili militari. Non c’è molta differenza con le sfide tecnologiche e personali di un viaggio nello spazio.

Il paleoceanografo Eelco J. Rohling © Eelco J. Rohling

Perché studiare gli oceani significa studiare il clima?
EJR Secondo i climatologi e gli oceanografi, gli oceani non sono separati dal clima, sono parte integrante dello stesso sistema. Sono inoltre nostri grandi alleati contro il riscaldamento climatico. Infatti, più di un terzo delle nostre emissioni di CO2 viene assorbito dagli oceani che trattengono anche più del 90% del calore generato con i gas a effetto serra. Questo grazie al fatto che, con una profondità media di 3.700 metri, hanno una capacità termica 25 volte maggiore rispetto a quella della Terra. Il riscaldamento terrestre che stiamo sperimentando non è niente in confronto a quello che avremmo se non ci fossero gli oceani. Ecco perché sono stati finora nostri grandi amici ma ci dobbiamo chiedere per quanto tempo continueranno a esserlo. Più gli oceani si scaldano, più la loro capacità di assorbimento si riduce. E per ogni tonnellata di CO2 emessa in atmosfera avremo un potenziale di riscaldamento della stessa maggiore rispetto a quello che è stato finora, portando allo scatenarsi sempre più frequente di tempeste e cicloni.

Gli oceani hanno una capacità termica 25 volte maggiore rispetto a quella della Terra. Ma più si scaldano, più la loro capacità di assorbimento si riduce

Nel libro scrive che “continuando con le emissioni ai livelli attuali rischiamo di avvicinarci sempre più a una situazione simile a quella di fine Permiano”. Che cosa intende?
EJR Alla fine del Permiano, l’ultimo periodo dell’era paleozoica, ci furono potenti episodi vulcanici che provocarono enormi emissioni di carbonio. Ne derivò la più grande estinzione di massa della storia geologica: il 96% della vita marina e il 70% di quella terrestre scomparvero. Duecentocinquantadue milioni di anni fa, alla fine del Permiano, la quantità di CO2 era molto maggiore rispetto a quella che abbiamo generato dall’epoca pre-industriale a oggi ma i ritmi attuali sono addirittura più spediti. Se continuassimo così, entro il 2100 raggiungeremmo quel livello.
Gli stessi fenomeni che causarono l’estinzione del Permiano, ovvero riscaldamento, acidificazione e anossia (insufficienti livelli di ossigeno, ndr) degli oceani, si stanno ripresentando oggi, e a questi si aggiungono la pesca eccessiva e l’inquinamento. L’acidità dei nostri oceani è aumentata del 25% in soli due secoli, mettendo a rischio la vita di numerose specie marine.

La ricerca oceanografica è un’operazione costosa, pericolosa e che richiede molto tempo.
Per prelevare i campioni di sedimenti marini da analizzare si usa una nave di ricerca specializzata lunga da 70 a 120 metri: costa più di 20mila dollari al giorno e può impiegare settimane per raggiungere la meta © David Mark, Pixabay

Le estinzioni di massa sulla Terra non sono come quelle di Hollywood in cui tutto improvvisamente scompare, al contrario si verificano lungo migliaia di anni. Per questo è difficile realizzare che la sesta estinzione di massa sia già in corso, ma è proprio così: il tasso di estinzione è ormai eccezionalmente alto, tra mille e diecimila volte quello naturale. Solo gli organismi unicellulari possono sperare di sopravvivere a una catastrofe come quella del Permiano, e ci converrebbe tenerlo presente.

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