Altre Economie / Reportage

Ecuador, rivoluzione solidale nel paradiso verde

Nonostante gli interessi di latifondisti e petrolieri, gli abitanti della Valle di Manduriacos hanno sviluppato un’economia attenta alla biodiversità della regione. Grazie al commercio equo

Tratto da Altreconomia 189 — Gennaio 2017
Lezione all’aria aperta per 
i giovani studenti di San José de Magdalena, 
che sotto la guida del maestro riscoprono l’importanza della biodiversità e della salvaguardia della loro valle - foto di Beatrice De Blasi
Lezione all’aria aperta per i giovani studenti di San José de Magdalena, che sotto la guida del maestro riscoprono l’importanza della biodiversità e della salvaguardia della loro valle - foto di Beatrice De Blasi

A fine maggio comincia la stagione secca. Dopo ore di viaggio su una ranchera, un camioncino senza tetto che ha traballato pericolosamente arrampicandosi per i tornanti lungo la strada, sono arrivata a San José de Magdalena, nella valle di Manduriacos, provincia di Imbabura, in Ecuador.
Mi accolgono Javier Ramìrez, leader comunitario e Victor Lomas, vicepresidente della Corporación Talleres del Gran Valle – Manduriacos, cooperativa di contadini che promuove attività di sviluppo a favore delle 14 comunità ubicate nella valle, dove 600 famiglie meticce e afro ecuadoriane coltivano a 1.200 metri di altitudine.

Manduriacos fu fondata nel 1998 per contrastare il grave abbandono delle terre e la migrazione verso gli Stati Uniti dei tanti, giovani e meno giovani finiti, poi nell’inferno dell’emigrazione clandestina. New York e la California erano il mito da raggiungere e la Valle di Manduriacos sembrava condannata, quando un gruppo di contadini visionari, in collaborazione con Denis Laporte, un cooperante francese stabilitosi lì, sognarono di liberare la popolazione dal dominio di latifondisti e intermediari, grazie allo sviluppo di un’economia solidale fondata sulla valorizzazione delle risorse locali. Iniziarono così a sviluppare la produzione e vendita di una gran varietà di cereali, frutta, latticini e infine di tre varietà di legumi, i fagioli bayo, neri e fagioli allegri, che vengono commercializzati anche in Italia grazie ad Altromercato, tra le principali organizzazioni di commercio equo, di cui la cooperativa è partner anche in un progetto di turismo sostenibile.

Artemio Andrade, uno dei 25 soci fondatori di GTCV Manduriacos, risale lungo la sua coltivazione seguito da Danny Torres, responsabile commerciale della cooperativa - foto di Beatrice De Blasi
Artemio Andrade, uno dei 25 soci fondatori di GTCV Manduriacos, risale lungo la sua coltivazione seguito da Danny Torres, responsabile commerciale della cooperativa – foto di Beatrice De Blasi

L’Ecuador è un Paese “mega-diverso”, con circa 46 ecosistemi vegetali differenti e con la biodiversità e concentrazione di fiumi per chilometro quadrato più alta del mondo. La loro intuizione si è rivelata quella giusta. Un Paese piccolo con tanti primati: possiede 84 vulcani (di cui 25 attivi), più di 4.000 varietà di orchidee e 150 specie di colibrì, è l’ottavo produttore al mondo di cacao e il primo per la pregiatissima varietà di cacao fine aromatico, al secondo posto mondiale per numero di varietà di radici e tuberi commestibili e con ben 39 varietà identificate di fagioli.
Ma questa immensa ricchezza naturale è minacciata, mi racconta Javìer Ramirez. Nonostante la Costituzione e le varie leggi che promuovono la conservazione della biodiversità, della sovranità alimentare e dell’agricoltura familiare, interessi economici e presenza di minerali e petrolio nel sottosuolo hanno spinto il governo centrale a favorire accordi con multinazionali.

“La vita qui non è facile -dice Victor- ma siamo felici di vivere nel nostro piccolo paradiso che difendiamo con il nostro lavoro”. Siamo nel Nord-ovest dell’Ecuador, un’area caratterizzata dal “bosque nublado”, una foresta nebulare straordinariamente fertile e ricca di biodiversità.
Proprio nella valle di Manduriacos, nella comunità di Intag, negli anni 90 l’impresa giapponese Bishimetals aveva iniziato a sondare la fattibilità di una miniera di rame. La valutazione di impatto ambientale aveva rivelato le conseguenze catastrofiche del progetto, in particolare deforestazione massiva e desertificazione del clima locale. La comunità allora iniziò una strenua resistenza all’impresa, un’opposizione “costruttiva” basata sulla creazione di alternative allo sfruttamento minerario, tra cui produzione di caffè, artigianato, legumi e turismo comunitario. Alla fine l’impresa giapponese ha abbandonato il progetto. Nel 2004, fu la volta dell’impresa canadese Ascendant Copper che assoldò addirittura dei paramilitari, ma i contadini non si arresero, riuscendo a cacciare anche questa seconda corporation dal Paese nel 2010.
Purtroppo “non c’è due senza tre”, e così arrivò la cilena CODELCO, appoggiata dal governo ecuadoriano attraverso un partenariato con ENAMI EP, l’industria mineraria pubblica. Le due compagnie iniziarono ad attuare insieme una tattica di intimidazione e divisione della comunità di Intag.

Javier Ramírez, presidente della giunta comunale e leader comunitario nella valle di Manduriacos - foto di Beatrice De Blasi
Victor Lomas, vicepresidente della Corporación Talleres del Gran Valle-Manduriacos – foto di Beatrice De Blasi

Nel maggio del 2014 lo stesso Javier Ramírez venne arrestato con l’accusa di “terrorismo, sabotaggio e ribellione”. Dopo 10 mesi di detenzione preventiva, Javier fu liberato ma contemporaneamente condannato a 10 mesi di reclusione. Nel frattempo, Intag veniva anche occupata dalle forze armate per “facilitare” le attività di esplorazione per la realizzazione di una miniera di rame su vasta scala. Nel febbraio 2016 Javier Ramírez ha trionfato nelle elezioni locali come presidente della giunta direttiva comunale e la popolazione ha espresso chiaramente il suo messaggio in opposizione al progetto estrattivo.
È una ribellione lenta, pacifica e orgogliosa.

Victor, Javìer e i contadini e contadine della valle di Manduriacos sono straordinari. Nei giorni della visita mi hanno permesso di conoscere la storia di una comunità che ha deciso di restare sulla propria terra, e capitalizzando una rete di alleanze a livello nazionale e internazionale con il commercio equo e solidale vuole farci sapere che è possibile sognare e riscrivere il proprio destino.

Gabriela Escobar lavora la luffa, una spugna vegetale, derivata dall’essiccazione di un ortaggio - foto di Beatrice De Blasi
Gabriela Escobar lavora la luffa, una spugna vegetale, derivata dall’essiccazione di un ortaggio – foto di Beatrice De Blasi

Chi avrà la fortuna di ripercorrere la mia stessa strada sgangherata, partecipando ad Altromercato Experience, il programma di viaggi che permette di visitare le comunità di produttori di commercio equo e solidale, ne vedrà il grande lavoro. Vi faranno arrampicare per stradine irte a vedere i campi di fagioli neri, bayo e allegri, una varietà che è una vera e propria anomalia botanica perché crescono di vari colori sulla pianta, e vi mostreranno orgogliosi i nuovi essiccatori costruiti con un progetto di cooperazione allo sviluppo della Provincia di Trento in collaborazione con la cooperativa di commercio equo Mandacarù. Passando per la linea dell’Equatore, vi porteranno a visitare la foresta nebulare, la riserva ecologica del vulcano Cotacachi (la strada per Intag passa proprio da qui) e la sera le donne della cooperativa di turismo comunitario La Hormiga Verde vi scalderanno il cuore con il cibo tradizionale e i loro racconti. Troverete volti unici e sguardi intensi di campesinos convinti che migliorare le proprie condizioni di vita, di uomini e donne, non sia solo doveroso ma soprattutto possibile.

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