Esteri

E l’euro inchioda la Francia

La moneta unica rende necessarie soluzioni diverse dagli anni 90, quando era sufficiente svalutare la valuta per favorire l’export

Tratto da Altreconomia 142 — Ottobre 2012

Il Parlamento francese si appresta a ratificare il Trattato di stabilità, coordinamento e governance, destinato a rinforzare la disciplina di bilancio in seno alla zona euro. E lo farà non senza qualche problema in seno alla maggioranza. Il primo ministro Jean-Marc Ayrault fatica a imporre alla sua maggioranza un voto unanime a favore di questo trattato, fino a ieri denunciato dalla sinistra, ma anche dall’opposizione, come totalmente controproducente nella congiuntura attuale dell’economia europea. Inoltre il  Presidente della Repubblica Francois Hollande si sta impegnando a rispettare l’obiettivo di contenere entro il 3% il deficit pubblico alla fine del 2013, anche se la congiuntura rallenterà, e questo impone uno sforzo ulteriore per 30 miliardi di euro, due terzi sotto forma di maggiori tasse e un terzo sotto forma di tagli alla spesa pubblica.
A dire il vero, numerosi membri del governo, in privato, non nascondono la loro preoccupazione e persino i loro dubbi rispetto al raggiungimento dell’obiettivo.
Le contropartite ottenute da Hollande ad inizio estate come prezzo della ratifica del Trattato di stabilità da parte della Francia appaiono poca cosa, e soprattutto insufficienti per evitare una duratura stagnazione dell’attività in Francia, o peggio un tuffo nella recessione.
Il nuovo presidente si è impegnato a praticare un forte rigore interno per ridurre il deficit, ripartendo lo sforzo in maniera che i più ricchi paghino la loro quota di solidarietà nazionale. Allo stesso tempo, Hollande spera di evitare tagli troppo significativi nei confronti delle attività e dell’impiego, e che l’Europa si faccia carico della politica di sostegno all’attività.
Ma le misure di rilancio annunciate non sono all’altezza della situazione congiunturale della zona euro. Da ciò deriva la paura di vedere un aumento della disoccupazione, a dispetto delle misure di “trattamento” sociale adottate. Certo, la Francia ora si è messa a rifinanziare i suoi debiti a dei tassi particolarmente bassi, contrariamente a quanto annunciato da tutte le Cassandre prima della elezione di Hollande. Ma queste condizioni di credito non sono una buona notizia, perché esse testimoniano le inquietudini degli investitori sulla sostenibilità della zona euro.
Se l’economia cadesse domani nella recessione, un rischio che non può essere escluso visto la congiuntura osservata nei Paesi vicini, la fiducia dei mercati riguardo la Francia potrebbe “sparire” e il Paese conoscere le stesse difficoltà di Grecia, Italia, Spagna e Portogallo. Uno scenario inquietante, visto che il numero dei disoccupati sta per superare i 3 milioni, più del 10% della popolazione attiva.
Tuttavia una gran parte degli economisti sono sempre a favore dei consistenti tagli alla spesa pubblica e sociale. A loro credito osserviamo che i deficit pubblici, ripetuti, praticati da tutti i governi francesi da più di 20 anni, hanno avuto come risultato una crescita continua del livello del debito pubblico, che oramai oltrepassa il 90% del Pil, mentre non sono stati efficaci a generare una crescita sufficiente. Più gravemente, a dispetto di una leggera crescita, i conti correnti del Paese sono stabilmente in rosso, situazione che, sul piano macro-economico, genera meccanicamente l’aumento del debito. Di fatto l’apparato produttivo francese ha perso competitività. Ciò significa che aumentare le spese, oggi, avvantaggerebbe altri Paesi, specialmente i nostri partner tedeschi, e farebbe crescere il deficit del budget e dei conti correnti al posto di trainare la crescita dell’impiego. Da qui la necessità, secondo molti economisti liberali, di rendere l’economia più agile, facendo subire allo Stato e alla protezione sociale una severa cura dimagrante e flessibilizzando il mercato del lavoro. Nei dibattiti pubblici così non si fa altro che parlare di Svezia e di Canada, due Paesi che, negli anni ‘90, hanno ristabilito la situazione delle loro finanze pubbliche praticando tagli netti nelle loro spese, senza che la crescita crollasse. Ma questi sono esempi contestabili: Svezia e Canada hanno delle piccole economie che poggiano su vicini potenti. Una domanda interna ridotta ha potuto essere compensata dall’export. Inoltre, mentre le loro economie stavano frenando, i loro principali partner erano in forte crescita. Infine sia l’uno che l’altro hanno fortemente svalutato la moneta nazionale.
Queste possibilità sono precluse oggi in Europa. L’appartenenza all’euro impedisce gli aggiustamenti della moneta nazionale, la domanda esterna rivolta a ciascuno dei nostri Paesi subisce il contraccolpo delle politiche di austerità che sono generalizzate nella zona euro.
Questo per dire che l’austerità e le riforme strutturali non sono la soluzione a tutti i nostri problemi. Certo, ci sono delle riforme da fare in Francia, per fare in modo che il denaro pubblico venga speso là dove è più utile o per rendere più dinamico il mercato del lavoro, senza per forza flessibilizzarlo del tutto. Tuttavia l’attuale escalation del rigore ci porta contro un muro. Se noi continuiamo a seguire i consigli dei buoni dottori che ci ordinano di ricorrere ai salassi, allora moriremo tutti guariti. Le decisioni annunciate dalla Bce a metà settembre vanno nella direzione di buon senso, facilitando le condizioni del credito di cui beneficeranno i Paesi in difficoltà, ma non sono sufficienti ad arginare la crisi della zona euro, se gli Stati -a partire dalla Germania- non accetteranno molto rapidamente l’idea che il ritorno all’equilibrio non può che essere progressivo e presuppone una maggiore solidarietà.
Bisognerà alla fine fare emergere le ragioni che hanno condotto alla crisi attuale e risolvere il peccato originale dell’euro: una moneta comune collegata alle politiche economiche nazionali. Stabilire delle regole vincolanti per l’avvenire come fa il nuovo Trattato è stato senza dubbio necessario per rispondere alle inquietudini legittime della Germania. Ma bisognerà anche fare i conti con il passato, e mettere in comune una parte dei debiti pubblici, al fine di ripristinare la credibilità dei Paesi in difficoltà. Senza ciò, la sommatoria delle politiche economiche nazionali sempre più restrittive farà precipitare l’Unione europea nella depressione, aprendo la strada alle peggiori derive sul piano economico, sociale e politico.
La Germania oggi chiede di procedere vero un’Unione più politica, verso un maggiore federalismo. Solo che vede il federalismo come un mezzo per imporre agli altri membri della zona euro le discipline che ritiene necessarie, senza sentirsi addossare il ruolo di “cattivo”. Anche per la Francia è arrivato il momento di accettare un maggiore federalismo e una maggiore disciplina, esigendo, come contropartita, più solidarietà e garanzie reciproche. Non è sicuro che la sinistra francese ci arrivi, poiché la questione europea la divide, come prima divideva la destra. La Francia resta attaccata ad una concezione molto intergovernativa della governance  della Ue. È quindi necessario oggi rinforzare le istituzioni comuni e dar loro una legittimità democratica molto forte. Resterebbe poi da trovare il giusto equilibrio tra i controlli, le sanzioni e la solidarietà. È paradossale constatare che la sola vera istituzione federale che abbia risposto efficacemente alla crisi dell’euro negli ultimi quattro anni sia stata la Bce. — (Traduzione di Elena Rosini)

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