Ambiente

Durban. Meno uno.

Manca poco più di un giorno alla fine della Conferenza e i giochi sono ancora tutti aperti. il Paesi del BASIC, Brasile, India e Cina giocano le loro carte, gli Stati Uniti attendono e la presidenza sudafricana difende il multilateralismo. E sull’ultima bozza del documento LCA fanno capolino le parole "Wto" e "liberalizzazioni". Una lettura del mondo che, nonostante la crisi, è ancora dura a morire.

Che il protocollo di Kyoto non sia la panacea di tutti i mali oramai è chiaro a tutti, ma è altrettanto chiaro che è ad oggi l’unico regime vincolante per lottare contro il cambiamento climatico. Ma su questo, e su altro, lo scenario che si sta profilando a Durban è più confuso che mai ed il rischio è che molte delle belle intenzioni dichiarate nell’High Level Segment dai vari Capi di stato e Ministri di mezzo mondo rimanga solo una traccia nei verbali rigorosamente riportati dagli scrivani.
I Paesi del BASIC, India, Cina e Brasile, stanno trovando una posizione comune come spesso accade in questi frangenti di negoziato internazionale. La dichiarazione della Cina di alcuni giorni fa ha dello storico, perchè si impegna a sottostare a vincoli a partire dal 2020 indipendentemente da come si comporteranno gli altri, ma a questa aggiunto che non c’è alcuna necessità di cominciare un negoziato su impegni legalmente vincolanti fino al 2015, anno in cui si avranno i dati consolidati dell’ultimo report dell’IPCC. Questo significa che, volenti o nolenti, una nuova eventuale cornice regolatoria si avrà solo nel 2020. La data che coincide con le aspirazioni degli Stati Uniti di spostare in avanti ogni possibilità di nuovo accordo multilaterale.
Primo rischio: slittamento. Il secondo rischio: annacquamento. E’ la denuncia di Pablo Solon, già caponegoziatore della Bolivia, che vede il rischio di un nuovo periodo di impegni con bassissime ambizioni, trovato con lo scopo di salvare la forma sacrificando i contenuti. La Ministra sudafricana oggi l’ha chiarito in maniera abbastanza sentita, il Multilateralismo per i Paesi del Sud del mondo è lo strumento fondamentale per portare avanti negoziati globali, l’alternativa è lasciare la palla al più forte, con le conseguenze che si possono immaginare.
D’altra parte non mettere mano da subito alle emissioni di gas serra, evitando quindi di fissarne il picco nel 2015 ma spostandolo nel 2020 ed oltre, impedirebbe di mantenere la temperatura entro i 2°C, limite stabilito a Copenhagen (e comunque prossima causa di disastri umani ed ambientali), lanciando il mondo intero verso lo stratosferico livello dei 3.5°C ed oltre con conseguenze non prevedibili.
C’è un altro aspetto, non evidenziato ma comunque di fondamentale importanza per la legittimità dei prossimi negoziati della COP. Nell’"amalgamation document", aggiornato dalla presidenza del Gruppo di lavoro LCA (cooperazione di lungo periodo), al paragrafo 52 e 58 si parla di "trade", commercio, e si sottolinea come ogni Paese membro della COP non possa prendere posizione se non in stretta coerenza con gli obblighi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e comunque sulla linea di mantenere un sistema economico aperto e liberalizzato. Aldilà della filosofia che lo anima, se approvati questi paragrafi rischiano di mettere nero su bianco il ridimensionamento del ruolo delle Nazioni Unite nel risolvere problemi globali. Se per i negoziati sul clima bisognerà prima chiedere il permesso alla WTO di Ginevra, organizzazione peraltro esterna alla grande famiglia Onu, ogni ambizione di un multilateralismo non condizionato e capace di rappresentare tutti i Paesi del mondo verrà definitivamente messa in un cassetto.

L’Amalgamation document aggiornato. A pag 13 il capitolo sul trade

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