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Due pesi – Ae 70

Ci vuole del genio per abbattere due bersagli grossi con un solo colpo. La “legge Pecorella” ci prova (si tratta della legge che modifica il Codice di procedura penale vietando ai pubblici ministeri di presentare ricorso in appello nel caso…

Tratto da Altreconomia 70 — Marzo 2006

Ci vuole del genio per abbattere due bersagli grossi con un solo colpo. La “legge Pecorella” ci prova (si tratta della legge che modifica il Codice di procedura penale vietando ai pubblici ministeri di presentare ricorso in appello nel caso in cui l’imputato sia stato assolto in primo grado, ndr).
Il primo obiettivo da affondare è la parità delle parti (accusa e difesa) nel processo penale. Una parità che è scolpita nell’articolo 111 della Costituzione, quello del giusto processo. Evidentemente roba vecchia, per la maggioranza parlamentare, che pure aveva votato -nel 1999- la riforma. Perché consentire all’imputato condannato di ricorrere in appello, e cancellare invece questa possibilità per il pubblico ministero quando l’imputato sia stato assolto, significa -c’è poco da girarci intorno- due pesi e due misure.

Sarebbe come se in una partita di calcio si giocasse il secondo tempo soltanto in certi casi e in altri no: il campionato sarebbe falsato e tutti insorgerebbero. Infatti le regole che assicurano la parità delle parti che si fronteggiano sono intangibili: e se questo vale per un gioco, figuriamoci quanto più deve valere per il processo.

E poi, escludere il pm dall’appello in caso di assoluzione dell’imputato significa anche mortificare la giurisdizione, cancellare quella fondamentale funzione del pm che sta nella tutela della legge, degli interessi delle vittime dei reati e della sicurezza collettiva. Tutte bagattelle per chi, in questi anni, ha inanellato una dopo l’altra una serie impressionante di leggi “ad personam”, preoccupate cioè di risolvere -prima di tutto- i problemi di questo e di quello, con sovrana indifferenza per l’interesse generale ad un miglioramento del sistema giustizia.

L’altro bersaglio della “legge Pecorella” è ancor più difficile da digerire.

Nel disastro generale del processo penale, si salvava un’isola di relativa efficienza: il giudizio in Cassazione. Pochi i processi prescritti, pochi i mesi per avere una sentenza definitiva, praticamente azzerato l’arretrato. Con la “legge Pecorella” tutto cambia, in peggio. Perché questa legge causerà inesorabilmente una generale dilatazione dei motivi di ricorso in Cassazione,  con contestuale trasformazione genetica del relativo giudizio. La Cassazione dovrebbe decidere esclusivamente sulla corretta osservanza della legge, invece la “Pecorella” ne fa una specie di terzo grado di giudizio del “merito” dei fatti, con la conseguenza di dover valutare le prove riesaminando ad uno ad uno tutti gli atti d’indagine. E la durata del processo, che già oggi è una vergogna intollerabile, ne risulterà ulteriormente allungata. Altro che ragionevole durata del processo! altro che perseguimento di fini di giustizia giusta! Si direbbe proprio che l’articolo 111 della Costituzione per qualcuno sia passato di moda.

Come si sa, il Presidente Ciampi, custode e garante della Costituzione, ha rifiutato la promulgazione della “legge Pecorella” nella sua prima  versione e l’ha restituita alle Camere che l’avevano approvata, articolando tutta una serie di rilievi di palese incostituzionalità. Rispetto al testo iniziale, le Camere  hanno apportato alcune modifiche “di facciata” che sostanzialmente -a mio avviso- lasciano inalterato l’impianto originario della nuova legge e le conseguenti forti perplessità sul piano costituzionale. Forse è l’ennesima prova che all’attuale maggioranza più che la giustizia del quotidiano (quella dei cittadini comuni), sta a cuore la giustizia che interessa soltanto questo o quello. Il presidente della Repubblica, all’evidenza, si era mosso in un’ottica ben diversa, restituendo ai cittadini un po’ di fiducia.

Una fiducia che ora è di nuovo a rischio.

Gian Carlo Caselli è oggi procuratore generale di Torino, la città nella quale è stato giudice istruttore negli anni del terrorismo e delle inchieste su Prima Linea e le Brigate Rosse.

Dopo le uccisioni di Falcone e Borsellino chiede il trasferimento a Palermo e dal 1993 al 1999 guida il pool antimafia di Palermo.

Dal 1986 al 1990 è componente eletto del Consiglio superiore della magistratura.

Nel 1999 viene nominato direttore generale del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e,

nel 2001, è nominato rappresentante in Eurojust, l’organizzazione comunitaria contro la criminalità organizzata che ha sede a Bruxelles.

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