Altre Economie

Dov’è finita la carta

È sempre meno la “riciclata” sul mercato, anche se la materia prima non scarseggia. Ce lo dicono da mesi i nostri fornitori, qui spieghiamo il perché Nell’ultima pagina di Ae c’è scritto “stampato in carta riciclata”. E se non fosse…

Tratto da Altreconomia 106 — Giugno 2009

È sempre meno la “riciclata” sul mercato, anche se la materia prima non scarseggia. Ce lo dicono da mesi i nostri fornitori, qui spieghiamo il perché

Nell’ultima pagina di Ae c’è scritto “stampato in carta riciclata”. E se non fosse così, molti si arrabbierebbero.
Per di più viviamo in un Paese in cui più del 55% della carta è fatta con fibre riciclate e la raccolta differenziata di questo prodotto è cresciuta del 160% negli ultimi dieci anni. Quindi niente scuse: di “materia prima” per farne di riciclata ce n’è tantissima. In realtà, le scuse ci sarebbero. I maceri vanno a finire quasi interamente, il 90%, negli imballaggi. All’editoria rimangono le briciole e sono molto costose: i fogli che avete fra le mani sono più cari di quelli prodotti in fibra vergine, cioè proveniente dalle foreste; di carta riciclata, sia per consumare che per produrre, se ne trova sempre meno sul mercato. Marco Belloni gestisce la tipografia Me.Ca. di Recco in provincia di Genova (una di quelle di cui si serve Ae). “Se sei disposto a pagare un prezzo più alto la carta riciclata la trovo. Ma se, ad esempio, un’‘avoriata’, quella giallina dei libri, costa 0,8 euro al chilo,e la riciclata 1,2, in quanti la privilegeranno? Il problema è che per fare economia non ti puoi permettere scelte eco-compatibili. Dovrebbe invece essere il contrario, soprattutto con la carta”. “Compiere scelte ecologiche è sempre più difficile -conferma il tipografo Donato Vadacca di Grafiche Ortolan, un altro dei nostri fornitori-. Spesso ci troviamo in difficoltà a soddisfare quegli editori, pochi in realtà, che chiedono carte eco-compatibili: le riciclate a prezzo competitivo sono grigie e spesso di qualità troppo bassa, se ne cerchiamo certificate Fsc (vedi oltre, n.d.r.) di questi tempi i fornitori ci rispondono che non sono in grado di darcele. L’alternativa è una buona carta riciclata, peccato che costi, minimo, il 20% in più”. A trovarsi di fronte alla difficoltà, di reperimento e di costi, non sono solo gli “addetti ai lavori”, ma anche i consumatori. Chiara Campione è responsabile campagne foreste di Greenpeace. Uscendo dal suo ufficio per cercare una risma di riciclata è rimasta delusa. “Su dieci rivenditori di carta, cartolibrerie e forniture per uffici, nel centro di Roma, solo 2 vendono la carta riciclata”.
A volerla “consumare” si deve essere proprio ostinati, anche perché, a causa della congiuntura economica, i magazzini delle cartiere sono pieni di patinate invendute, pronte per essere cedute a prezzi stracciati, mentre di quelle riciclate, che da sempre hanno avuto una domanda più limitata, non c’è più traccia. La richiesta di carta sul mercato è calata vertiginosamente, secondo Assografici, l’associazione degli industriali del settore delle carte grafiche, fra il 25 e il 30% in pochi mesi. In Europa le cartiere hanno venduto 4 milioni di tonnellate di prodotto in meno. La carta riciclata al 100%, più costosa da produrre per il processo di disinchiostrazione, non regge la concorrenza delle patinate, prodotte da un numero molto maggiore di aziende. Si salvano solo alcune linee di nicchia. Come quelle della Cartiera Favini di Rossano Veneto (Vi) che produce l’Alga Carta ecologica, utilizzando le fibre delle alghe della laguna di Venezia e cellulosa certificata Fsc. “Noi compriamo -spiega il brand manager Michele Posocco- cellulosa disinchiostrata dal mercato che costa molto di più di quella pura. Le nostre carte ecologiche hanno una percentuale di riciclata, ma non sono assimilabili alla carta riciclata pura”. Non ce l’ha fatta invece la famosa linea di carta riciclata pura della Pigna, prodotta con gli scarti bianchi di lavorazione. L’ingegner Alberto Zattoni, direttore acquisti della Cartiera, è telegrafico. “Il processo della disinchiostrazione è complicato e costoso. Abbiamo interrotto la produzione di carta perché non siamo integrati a livello internazionale e con i prezzi energetici e della cellulosa di questi tempi non siamo competitivi. I prezzi della materia sono più bassi all’estero dove il lavoro costa anche meno. Quindi, se vuoi la carta riciclata di qualità la trovi: basta pagarla”.
La materia prima non manca, sono solo più alti i costi di lavorazione. Il perché di questo paradosso, il nuovo che costa meno dell’“usato”, lo chiediamo al direttore generale di Assocarta Davide Medugno. “Non vi sono motivi economici e tecnici che, a priori, comportino un costo maggiore della carta riciclata rispetto a quella vergine. Come non si può presupporre che il riciclato sia più economico del vergine. Infatti il prezzo delle fibre di recupero, come quello delle fibre vergini, segue l’evoluzione dei costi delle materie prime, determinato a livello internazionale”. Perché allora le aziende trovano più conveniente produrre da cellulosa pura piuttosto che da fibre riciclate? Medugno non è d’accordo. “Non ci sembra che questo stia avvenendo. Anzi, l’estensione di noti sistemi di certificazione di gestione forestale anche alle fibre riciclate ci fa ritenere esattamente il contrario. Peraltro, la carta vergine non può essere vista in opposizione a quella riciclata: in realtà il riciclo è un modo per ottimizzare l’uso delle fibre vergini. Per fare riciclo ci vorranno sempre fibre naturali, rinnovabili e riciclabili”. Ma poi ammette. “In Italia la quasi indisponibilità di materie prime vergini nazionali ha determinato la diffusione dell’utilizzo di queste fibre quasi esclusivamente nella fabbricazione dei cartoni e dei cartoncini per imballaggio. Certamente -prosegue Medugno- nel settore grafico e in quello delle carte igienico-sanitarie è possibile incrementare l’uso di carta da macero. Perché non avviene? Un motivo è che chi utilizza macero per fare carte grafiche e sanitarie produce più rifiuti a seguito della disinchiostrazione: all’estero i rifiuti vengono recuperati in impianti annessi alla cartiera per produrre energia. Ciò consente di chiudere il ciclo e di produrre energia per gli impianti. In Italia invece non si riesce a costruire questi impianti, fondamentali per gestire i rifiuti ed essere competitivi”. Quello dell’incenerimento è uno dei cavalli di battaglia dell’industria della carta (vedi Ae 96): smaltire il rifiuto è costoso e pericoloso e i costi dell’energia sono alti. Ma a molti pare una scorciatoia. “È più conveniente -commenta Campione- per una cartiera ottenere i cosiddetti ‘certificati verdi’ per costruire delle centrali a biomasse, che in realtà sono inceneritori, piuttosto che costruire una rete virtuosa che permetta di smaltire i fanghi vendendoli all’industria dei laterizi o quella edile dove vengono utilizzati per coibentare edifici o per il del manto stradale. I fanghi sono costituiti per il 47% da ceneri inerti, da metalli e cloruri-fluoruri e hanno un bassissimo potere calorifico che li rende assolutamente inadatti a essere bruciati per produrre energia”.
Quello che sembra certo è che la grande maggioranza delle nostre aziende non sono attrezzate per produrre carta riciclata ecologica, e questo scoraggia anche la domanda. “Il 60% della carta utilizzata per la produzione libraria in Gran Bretagna -conclude Campione- è ‘amica delle foreste’. In Italia case editrici coraggiose come Bompiani, Edizioni ambiente, Fandango e altre medio-piccole come Ae hanno deciso di utilizzare carta riciclata per stampare tutti i loro libri, ma percentuali come quella inglese sembrano irraggiungibili”.

Al macero
Negli ultimi 5 anni il consumo dei maceri è cresciuto nel mondo del 26% e del 12% in Europa. A spingerne le quotazioni è stato il crescente import della Cina, che paga prezzi più elevati rispetto ai principali mercati europei.
La crisi economico-finanziaria sta cambiando il quadro: la bolla speculativa è scoppiata nell’autunno scorso. Se una tonnellata di alta qualità costava fra i 90 e i 95 euro appena prima della crisi, oggi si trova a meno della metà (dai 37 ai 42 a marzo e cala ancora). Il 30% della carta da macero italiano è esportato in Cina e quando la domanda del gigante asiatico si è contratta, le scorte di macero hanno cominciato a gonfiarsi, fino a diventare un problema logistico non da poco, soprattutto in Lombardia, la regione che ne raccoglie di più (il 20% del totale nazionale).
A fare da regia a questo sistema è Comieco che dà corrispettivi monetari ai Comuni che fanno la raccolta differenziata. Il consorzio è nato quando la domanda era bassa e l’ha tenuta alta. Quando il prezzo di mercato è diventato più alto, in molti hanno fatto da soli, uscendo dal sistema e vendendo direttamente sul mercato internazionale.

La chiusura dell’eco-cartiera
La cartiera Sca di Pratovecchio (Ar) verrà chiusa e i suoi 137 dipendenti licenziati. Con l’indotto, saranno in 300 a restare senza lavoro: una catastrofe per il Casentino, anche perché a chiudere sarà uno stabilimento in salute, con un alto livello tecnologico e un basso impatto ambientale. La cartiera, infatti, vanta certificazioni di prodotto come la Fsc, la Pefc e la Ecolabel. Inoltre lo stabilimento è a ciclo chiuso, senza reflui di scarico ed è dotata di un impianto di cogenerazione.
Tutto è iniziato a marzo 2009, quando Sca Italia ha avviato la procedura di licenziamento collettivo di tutti i dipendenti, e ha negato ogni possibilità di vendere gli impianti. Un fulmine a ciel sereno: la cartiera di Pratovecchio aveva lavorato a pieno ritmo fino pochi giorni prima. Nel mese di gennaio aveva raggiunto produzioni record grazie all’estensione dei turni di lavoro al sabato e alla domenica.Fondato nel 1962 da imprenditori locali, lo stabilimento è stato acquisito nel 2002 da Sca Hygiene Products, multinazionale svedese leader mondiale nella produzione e trasformazione di carta. Nel 2008 la cartiera ha raggiunto le 27mila tonnellate di prodotto finito, per un fatturato di 50 milioni di euro, pari al 64% di Sca Italia. Qui si producono i fazzoletti di carta “Tempo” e i marchi privati della Gdo (Conad, di cui è fornitore unico, Coop, Finiper, Esselunga, Sun e molti altri).
Sca ritiene di dover riallocare la produzione su altri stabilimenti in Lucchesia, attualmente in difficoltà per la perdita di produzione spostata all’estero, meno specializzati, ma comunque più grandi e meglio serviti dal punto di vista infrastrutturale. Senza retrocedere di un passo, l’azienda ha fatto sapere che è disponibile ad accogliere negli stabilimenti della Lucchesia alcuni dei lavoratori di Pratovecchio, che sono in sciopero dal 21 marzo. Presidiano lo stabilimento, mentre il management lo ha abbandonato, rendendosi irreperibile e interrompendo le forniture. Adesso che scarseggia la eco-carta di qualità. (Luca Primavera)

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