Ambiente

Doha sulla via del compromesso?

La Conferenza più lunga continua incessante i propri negoziati. Nonostante le buone intenzioni del Presidente della COP, che aveva suggerito la chiusura ieri alle 18 si è fatta la nottata e la mattinata non annuncia nulla di buono. Di contenuti sostanziali neanche l’ombra. E l’emission gap continua a salire.

Continuano senza sosta i negoziati alla COP18 di Doha, dove tengono banco le questioni legate al finanziamento del Green fund e agli impegni dei Paesi industrializzati (e non solo) di taglio delle emissioni per riempire il "gap" che separa quello che sarebbe necessario fare per evitare disastri e quello che effettivamente viene fatto.
Nel momento in cui stiamo scrivendo, l’ultima bozza di documento sul Protocollo di Kyoto diffuso stamattina alle 8.30 ora di Doha dimostra come già ampiamente anticipato che il secondo periodo di impegni sarà, per ora, in continuità legale con il primo ma ancora da riempire di impegni e numeri vincolanti.
La data cardine per proporre impegni si sposta al 30 aprile del 2014, esattamente 7 mesi prima del capodanno 2015, anno in cui l’IPCC aveva chiesto il picco delle emissioni di CO2, per poi decrescere. Un tempo infinito se si considerano gli effetti sul sistema climatico per dare senso ad un accordo comunque indebolito, visto che quasi certamente coprirà il 15% delle emissioni totali.
La COP18, in verità, sottolinea un passaggio ormai acquisito dentro il percorso dell’UNFCCC, e cioè di una trasformazione di tutto il sistema da una cornice legale vincolante ad una più legata ad impegni presi unilateralmente e poi verificati, volta per volta, con la comunità internazionale. E’ il cuore dell’accordo globale del 2020, nato e definito a Durban la scorsa COP17, che dovrebbe tenere insieme tutti i Paesi. Con quali risultati effettivi sarà da vedere.
Compromesso trovato, forse, anche sui diritti di emissione non utilizzati che la Polonia (e la Russia) volevano pari pari spostare per il prossimo futuro, garantendosi così il proprio periodo di sviluppo energetico legato al carbone senza pagare dazio. L’articolo 24 del testo definisce che l’ammontare massimo che è possibile spostare nel futuro è il 2.5% di quelli disponibili nazionalmente, rumors dicono che questo è stato il compromesso di minima raggiunto tra i membri del’Unione Europea e la Polonia e che quel 2.5% corrispondeva al livello al di sotto del quale Varsavia non voleva scendere. Perchè, sottolinea un insider che preferisce non essere citato, fanno parte di un accordo già definito tra Varsavia ed il Giappone. Quanto questo sia vero è da verificare, ma sta di fatto che rende bene l’idea del livello di compromesso e di tatticismo che sta dietro a questi negoziati.
La questione, comunque, della cancellazione dei diritti di emissione  (la famigerata "hot air") sta creando non poche difficoltà al negoziato con Russia, Kazakhstan, Bielorussia ed Ucraina che si dichiarano "non soddisfatti" dall’ultimo testo.
Il confronto, a quest’ora, sta ancora continuando. Dove si arriverà, e soprattutto che effetti avranno questi dodici giorni infiniti è ancora da capire, aspettando il prossimo evento estremo.
Mentre i movimenti sociali e le realtà della società civile come Friends of the Earth International, Jubilee South Asia Pacific e la Pan African Climate Justice Alliance (PACJA) cominciano a denunciare un nulla di fatto: "reject the text" è la richiesta ricorrente perchè "è una scatola vuota, un insulto al nostro futuro" ha dichiarato Asad Rehman portavoce di Friends of the Earth International.
 

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