Ambiente

Doha. Landmark globale

Nonostante i suoi 11mila chilometri quadrati e grazie ai suoi miliardi di dollari del suo fondo sovrano, l’Emirato del Qatar sta diventando un attore di livello mondiale. Al cospetto della monarchia assoluta del minuscolo regno si avvicendano, oltre a Presidenti e Ministri della Difesa, anche interessati imprenditori. Perchè i progetti di sviluppo Green nel Golfo, aldilà della loro reale utilità nel combattere il climate change, sono un utile modo per diversificare un capitale alla ricerca di profitti.

Muoversi a Doha è come imbarcarsi per un viaggio infinito, dove persino le cartine non ti danno esattamente il senso della distanza. La toponomastica non aiuta, i tassisti (spesso lavoratori immigrati) nemmeno. Per capire dove sei devi fare riferimento ad alcuni "landmark" che segnano la direzione e l’orientamento di marcia, il rischio è perdersi nel traffico o non arrivare mai a destinazione.
E’ la metafora della politica che in questi mesi si sta lentamente delineando in Qatar improvvisamente diventato, in un periodo di crisi epocale, punto di riferimento per piccoli e grandi accordi. Persino il Presidente del Consiglio Mario Monti ha dovuto fare pellegrinaggio nel santuario della finanza internazionale presentando il nostro Paese alla commissione giudicante del fondo sovrano qatariota, nella speranza che oltre al Paris-Saint-Germaine gli emiri vengano ispirati dal più prosaico belpaese in difficoltà.
Le visite di cortesia sono continuate con l’incontro di domenica tra il nostro ministro della difesa Giampaolo Di Paola e il suo corrispettivo Tamim bin Hamad al-Thani, emiro e comandante in campo delle forze armate del Qatar, con l’obiettivo di rinforzare la cooperazione militare dei due Paesi. In verità ultimo incontro al vertice di una lunga serie, che ha visto nel novembre dello scorso anno la presenza di Guido Crosetto, Sottosegretario alla Difesa, del Generale dei Carabinieri Emilio Borghini solo che un mese dopo, dello stesso Ministro nel marzo di quest’anno. Un via vai di diplomatici per consolidare cooperazione militare e sul campo della sicurezza con uno dei Paesi che la stessa Human Rights Watch mette sotto la lente d’ingrandimento sia per la libertà di espressione che per il lavoro forzato e le pessime condizioni dei lavoratori migranti.
Sono i landmark classici dell’uscita dalla crisi: finanza e warfare.
Perché senza un punto di riferimento chiaro, anche se insostenibile, ci si perde nel deserto. Come in quello delle parole spese in una Conferenza delle Parti che stenta a decollare.
In questi primi giorni dell’ultima settimana la conclusione di un accordo sembra più che lontana: gli obiettivi di riduzione proposti dai Paesi sviluppati sono inadeguati, basti pensare che l’Unione Europea, che rispetto agli altri fa la figura della prima della classe, si è cristallizzata sulla riduzione del 20% entro il 2020 continuando ad ignorare che buona parte del lavoro è stato fatto grazie alla crisi economica, e che puntare al 30% sarebbe meno imbarazzante. Lo stesso Green Fund non potrà essere operativo prima del 2014, vista la velocità dei negoziati. E se si pensa che mitigazione e finanziamento sono le colonne portanti dell’accordo della COP di Durban del 2011, il tutto comincia ad assumere contorni instabili.
Mentre il Protocollo di Kyoto, ancora una volta, viene dato per spacciato le manovre parallele per sviluppare soluzioni di mercato, profittevoli, crescono e si moltiplicano.
Secondo Arafat Al Yafei, CO2 development manager dell’Abu Dhabi National Oil Company, la compagnia petrolifera degli Emirati Arabi, la gestione della CO2 non è solo questione di diritti di emissione, ma di nuovi campi su cui investire attivamente.
Uno di questi si chiama CCS, Carbon Capture and Storage, che prevede il riempimento di reservoir sotterranei, spesso giacimenti esauriti, con grandi quantità di CO2, progetti su cui lo stesso Qatar ha investito 70 milioni di dollari in un progetto assieme a Qatar Petroleum (QP), Shell ed il Qatar Science and Technology Park, e dove gli stessi Emirati Arabi hanno intenzione di sviluppare campi sperimentali. L’altro è l’Enhanced Oil Recovery (EOR) che prevede l’iniezione di CO2 in giacimenti di difficile sfruttamento (circa il 30% di quelli oggi utilizzati) per facilitare l’estrazione di petrolio. Rialimentando l’economia dei combustibili fossili.
Perchè la COP qatariota non è solo un momento diplomatico, ma un business meeting senza precedenti. Non per niente la stessa delegazione degli Emirati Arabi Uniti è notevole, con 75 persone coinvolte, e la presenza al Qatar Sustainability Expo non indifferente.
"Il fatto che la COP18 sia stata organizzata per la prima volta nei Paesi del Golfo è una grande opportunità per noi, che ci permette di mostrare gli avanzamenti della regione in questo campo" ha dichiarato Sultan Al Jaber, inviato speciale degli Emirati Arabi alla Conferenza ed Amministratore delegato di Masdar, sussidiaria della Mubadala Development Company, il Fondo sovrano dello stato del Golfo che gestisce un portafoglio di oltre 46 miliardi di dollari. E che vede nella Green economy, e nella gestione della CO2, un’ottima opportunità di diversificazione degli investimenti.

 

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