Esteri / Attualità

Congo, il racconto di una guerra senza fine

Intervista al fotogiornalista Daniel McCabe, autore del documentario “This is Congo” che ne racconta senza filtri i paradossi, le contraddizioni e la complessità. “Un Paese pieno di contrasti: bellezza e orrore, speranza e disperazione”

Il colonnello Mamadou Ndala intervistato dalla stampa locale, Goma © "This is Congo"

Un sarto, fuggito da sei guerre, che ogni volta porta con sé la sua macchina per cucire: “Grazie a questa posso sfamare i miei figli”. Una donna, madre di famiglia, che commercia in Uganda e Ruanda i minerali che compra dai minatori della regione di Goma e che per questo rischia il carcere. Un giovane militare “idealista e naif” che combatte in prima linea contro i ribelli del movimento M23. Hakiza, Mama Romance e Mamadou Ndala sono i tre protagonisti del documentario “This is Congo” del fotogiornalista americano Daniel McCabe. Tre voci e tre nomi che si intrecciano alla voce senza volto del colonnello “Kasongo”: un alto ufficiale dell’esercito congolese che, in maniera anonima, riannoda i fili della storia del Paese dall’indipendenza fino alla presidenza di Joseph Kabila.

Un documentario che racconta senza filtri i paradossi, le contraddizioni e la complessità della Repubblica Democratica del Congo. Un Paese potenzialmente ricchissimo grazie a giacimenti di minerali nel sottosuolo, ma dove povertà e malnutrizione sono diffuse. I panorami mozzafiato delle valli lussureggianti si alternano alla miseria e alla disperazione dei campi profughi. Un racconto in presa diretta, che si concentra in particolare su uno dei conflitti che negli ultimi anni ha riacceso le tensioni nel Paese. Per la precisione, lungo il confine orientale del Congo, quando nel 2012 i ribelli del gruppo M23 (sostenuti e finanziati dal Ruanda di Paul Kagame) hanno occupato brevemente la città di Goma.

“Il Congo è un posto incredibile, pieno di contrasti: bellezza e orrore, speranza e disperazione”, spiega ad Altreconomia il fotogiornalista Daniel McCabe.

Si parla poco del Congo sui media mainstream, in Italia come in altri Paesi europei. Come mai hai deciso di dedicare un documentario a questo Paese?
DmC
Sono andato in Congo per la prima volta nel 2008, come fotografo freelance, per seguire il conflitto. Dopo quel primo viaggio ho iniziato ad approfondire, inoltre ho potuto seguire anche altri progetti e questo mi ha permesso di conoscere meglio il Paese, di andare in profondità. Quando ho iniziato il progetto del documentario mi sono reso conto che avevo una serie di idee predeterminate su quelli che pensavo fossero i problemi del Congo. I miei stereotipi occidentali mi stavano guidando nel processo di ricerca delle storie: le risorse naturali, gli stupri, la corruzione. Tutti temi che, certamente, giocano un ruolo importante ma che sono frammenti di un quadro più ampio.

Quanto è durato il lavoro su questo progetto?
DmC Abbiamo iniziato a girare a metà 2010 e le riprese sono durate circa tre anni e mezzo. Abbiamo circa 500 ore di girato. La post-produzione poi ci ha preso un anno e mezzo.

Hakiza Nyantaba prega per celebrare il ritorno a casa dopo due anni trascorsi in un campo profughi © "This is Congo"
Hakiza Nyantaba prega per celebrare il ritorno a casa dopo due anni trascorsi in un campo profughi © “This is Congo”

Il giovane colonnello Mamadou Ndala è il protagonista di questa storia. Perché hai scelto di concentrarti su di lui?
DmC Mamadou è un giovane ufficiale che nel momento di picco del conflitto, intorno al 2012, si è ritrovato a occupare una posizione di grande responsabilità nella difesa città di Goma dai ribelli del M23. Sono rimasto colpito da questo giovane comandante patriotico e al tempo stesso naif, profondamente convinto di stare facendo qualcosa di buono per il proprio Paese. Mamadou è riuscito ad avere anche molto consenso popolare, la gente lo seguiva e lo ammirava che in Congo è un fatto inusuale. Ma a un certo punto la sua carriera è stata interrotta da qualcuno che apparteneva proprio a quel sistema che cercava di sostenere e di costruire. In un certo senso, la sua vita, sembra quasi essere scritta da Shakespeare: la storia di Mamadou rappresenta la complessità della vita e della realtà del Congo oggi.

Mama Romance, seleziona le pietre di tormalina © "This is Congo"
Mama Romance, seleziona le pietre di tormalina © “This is Congo”

Uno dei personaggi più significativi del documentario è una trafficante di minerali che si fa chiamare Mama Romance. Chi è? E come l’hai incontrata?
DmC Stavo cercando un trafficante di minerali da inserire nel progetto. Spesso pensiamo a queste figure come ribelli grossi e cattivi, con una faccia terrificante. Quello che mi ha colpito di Mama Romance è il fatto che lei ha qualcosa con cui tutti noi possiamo identificarci: è una donna, una madre che fa del suo meglio per sopravvivere e garantire un futuro ai suoi figli. È una storia universale, è facile identificarsi con lei, con le sue lotte e i rischi che deve affrontare.

Uno dei temi ricorrenti nei media mainstream quando si parla di Congo sono gli stupri e le violenze. Perché nel tuo film non si affronta in maniera diretta questo tema?
DmC La maggior parte dei documentari e delle storie sul Congo riguardano spesso il tema degli stupri, non a caso il Paese viene definito “la capitale mondiale degli stupri”. Ma sono convinto che queste violenze contro le donne siano la conseguenza di fenomeni molto più ampi, per questo non ho scelto questo tema per reggere la narrazione del documentario.

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