Esteri / Varie

Diritti negati nel Sud-est asiatico

La Thailandia non è solo una meta turistica, ma anche il Paese guidato da una giunta militare: la denuncia della società civile locale —

Tratto da Altreconomia 165 — Novembre 2014

Provate a cercare “Thailandia” su Google. La prima schermata dei risultati reca una sola voce: turismo. Le pagine “correlate” proposte dal motore di ricerca suggeriscono “donne”, “clima”, “isole”, “vacanze”, “fuso orario”. Manca un particolare: la dittatura militare. E una data, il 22 maggio 2014, giorno del dodicesimo e più recente colpo di Stato nel Paese dal 1947.
Per Junya Yimprasert, attivista thailandese di “Action for people democracy in Thailand” giunta a Milano in occasione della decima edizione del Forum dei popoli asiatici ed europei (AEPF, http://www.aepf.info), il contrasto tra la meta turistica che ogni anno attira 16 milioni di visitatori e un Paese schiacciato da un regime è “sorprendente”. La comunità internazionale pare non porsi molti problemi, tanto che il più alto rappresentante della giunta militare, il generale Prayuth Chan-ocha, ha preso parte al vertice ASEM (Asia-Europe Summit), che si è tenuto alla metà di ottobre a Milano. In quei giorni il corriere.it ha dedicato una galleria fotografica alla “parata dei leader”: la didascalia di Prayuth Chan-ocha lo indicava semplicemente come “premier”.
“C’è una forte soppressione dei diritti civili in Thailandia oggi -racconta però Junya, che a partire dal 2006 vive in Finlandia come rifugiato politico, dopo esser stata dichiarata in arresto per lesa maestà, un capo d’imputazione che prevede pene fino a 15 anni-. Prima dell’esilio avevo lavorato molto con reti e sindacati d’Europa per richiamare l’attenzione delle multinazionali, affinché venissero rispettati i diritti dei lavoratori, in Thailandia in particolare”. Qual è oggi la situazione nell’area? “Molti dei miei amici sono nascosti nei Paesi vicini. Centinaia di loro sono stati arrestati e diversi abitanti dei villaggi sono stati interrogati”.
La giunta controlla il territorio: “I militari hanno inviato 22mila effettivi, e ci sono truppe in ogni villaggio della Thailandia. Tutto nel nome della pace e dalla sicurezza”. E i turisti? “Molti non se ne accorgono, perché le aree più frequentate -Pattaya, Phuket, Ko Samui- sono esentate dall’applicazione della legge marziale”. “Quel che è interessante -prosegue Junya- è che questo colpo di Stato ha imposto molto velocemente il proprio fascismo alle persone ammutolite. I gerarchi hanno inviato soldati in tutte le organizzazioni locali e in tutti i partiti politici, per tappar loro la bocca o arrestarli. Dal 22 maggio è stato stabilito il record di 500 attivisti e studenti arrestati o interrogati”. Un’altra arma è la revoca del passaporto: “I militari l’hanno revocato agli esuli politici.  Io sono fortunata perché sono un rifugiato politico in Finlandia, e posso viaggiare con documenti finlandesi, ma tante persone non possono. Negli ultimi tre mesi, inoltre, hanno riempito il 50 per cento di ogni ministero e dell’assemblea nazionale con dei militari, per essere certi che la direzione presa dal Paese fosse sottoposta allo stretto controllo della giunta”. Quando raccogliamo la testimonianza di Junya mancano pochi giorni alla “parata” milanese del generale Prayuth Chan-ocha: “La giunta vuole dimostrare che in Thailandia è tornata la democrazia. E verrà a chiedere ai governanti europei di non interrompere gli investimenti nel Paese. Ma l’ulteriore passo indietro antidemocratico della Regione è un problema per l’intero Sud-est asiatico”.

Il Laos, ad esempio, è il Paese che confina a Nord e a Est con la Thailandia. E a Milano, al Forum dei popoli asiativi ed europei c’è anche Shui Meng Ng, moglie di Sombath Somphone, agronomo, ambientalista, attivista politico e primo cittadino laotiano ad aver dato vita -trent’anni fa- a un’organizzazione non governativa attiva nella promozione sociale e nello sviluppo delle comunità rurali, chiamata “Participatory Development Training Centre”.
Il 15 dicembre 2012 Sombath è scomparso nel suo Paese, pochi mesi dopo aver contribuito all’organizzazione della nona edizione dell’Asia Europe People’s Forum nella capitale Vientiane, in circostanze che due anni dopo restano ancora da chiarire. Una telecamera a circuito chiuso ha ripreso i suoi ultimi istanti  pubblici, subito dopo un blocco stradale della polizia e poco prima che un pick-up lo portasse via. Shui Meng è a Milano per inaugurare i lavori dell’AEPF con un appello accorato, che riprende nell’intervista (anche in video) che ci rilascia: “Il Laos è un Paese dove non c’è la minima tolleranza per la libertà di espressione o di riunione, e la libertà per tutte le idee politiche. È un Paese che è ancora fortemente sottoposto al controllo del governo, dell’unico partito di governo comunista”.
Nel 2005 suo marito ha ricevuto l’equivalente asiatico del premio Nobel. “Il lavoro di Sombath per trent’anni è stato rivolto a un obiettivo principale, lo sviluppo della comunità. Lui era un agronomo esperto, che lavorava con gruppi di agricoltori per incrementarne le capacità nel condurre e sviluppare un’agricoltura sostenibile. Si è impegnato inoltre nell’agricoltura per l’educazione, specialmente per le giovani generazioni. Vede il futuro del Paese nelle mani dei più giovani, che potranno decidere qualcosa di diverso rispetto a quanto stabilito da chi li ha preceduti. E riserva grandi speranze e aspettative dai più giovani, dedicando programmi di sviluppo ed educazione”. Qual è stata la reazione del Paese dopo il suo sequestro? “Nello Stato del Laos il nome di Sombath non viene granché ricordato, compresi i fatti riferiti alla sua scomparsa. Non sono riportati sulla stampa o discussi pubblicamente. Dunque per me la questione importante è esser certa che le persone, dentro così come fuori il Paese, continuino a capire che Sombath è stato rapito e che ad oggi la famiglia non ha avuto alcuna informazione sulle sue condizioni e la sua sicurezza”. “È importante tenere viva la questione della scomparsa di Sombath -prosegue Shui Meng-, ed è necessario che i leader al governo impieghino tutte le risorse a disposizione per investigare sul caso e trovare Sombath, e permettergli di tornare a casa sano e salvo. E questo è il mio appello a tutti i sostenitori in tutto il mondo, alle persone che si occupano di diritti umani, leader di governo dell’Unione europea, dell’Asia e di tutto il mondo. A premere sul governo del Laos affinché faccia rapidamente le indagini -e le svolga in maniera trasparente- e darmi informazioni il prima possibile”. Avete ricevuto qualche segnale dall’interno del Paese? “Nel Laos le persone sono spaventate, dunque non parlano. C’è un sito internet però, che è www.sombath.org, in cui si possono trovare tutte le informazioni sul suo lavoro, i fotogrammi video registrati all’atto del suo sequestro, e tutte gli appelli per la sua liberazione fatti dai governi solidali, compresa l’Ue. Fuori dunque c’è un grande movimento di opinione di supporto, ma dentro il Paese non c’è nulla”.

Il prodotto della paura è quello che Shui Meng definisce un “passo indietro” della società civile laotiana.
“I gruppi e i ragazzi che hanno lavorato con Sombath sono terrorizzati da quel che gli è occorso, perché temono che lo stesso possa capitare a loro o alle loro famiglie. Dunque questi gruppi della società civile sono più silenti, e cercano di procedere pur rimanendo sotto traccia, con un basso profilo. Per quel che riguarda le organizzazioni cui Sombath ha dato vita, queste agiscono con più attenzione, sia sul tipo di lavoro portato avanti sia sulle questioni sollevate. Tutti hanno fatto un passo indietro, come esito della scomparsa di Sombath. Noi ci auguriamo che alla fine si facciano di nuovo avanti, per continuare il loro lavoro, specialmente nel rafforzare la comunità, supportando le popolazioni rurali, proseguendo ciò che hanno sempre fatto. Ma al momento le persone sono molto caute”. —

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